28 settembre 2017
il manifesto

Intervista con Liza Donnelly

di Laura Marzi

Un’intervista con Liza Donnelly, vignettista del New Yorker dal 1982, vincitrice del «Premio per la satira politica» di Forte dei Marmi dove espone fino a domenica nella mostra «Trumpeide». In Italia pubblica con la rivista Aspirina. L’elezione dell’ultimo presidente Usa è stata uno shock per tutti e per me anche un’occasione di riflettere sul mio lavoro

«La satira può aiutare a vedere tutto più chiaramente, perché descrive le situazioni sinteticamente e te le mette davanti, così come sono. Poi, l’umorismo è un modo per condividere umanità».
Liza Donnelly è una vignettista del The New Yorker, dal 1982 che di recente è stata insignita a Forte dei Marmi del Premio per la satira politica. Le sue vignette, fino a domenica, sono in mostra al Museo della Satira e della Caricatura, nell’ambito di Trumpeide. Infine, una parte dei suoi lavori è visibile alla Libreria delle donne di Milano (ultima tappa del suo viaggio, il 19 settembre).
E all’Italia, in particolare a Roma, dove ha vissuto per un anno, è particolarmente legata. «Avevo sedici anni – racconta – e quindi ancora estremamente ricettiva, anche per ciò che riguarda la tecnica e lo stile.
È un paese gioioso, ricordo bene che quando vivevo qui trovavo alcuni personaggi davvero umoristici, li disegnavo, sono entrati nelle mie vignette; certo è sempre più facile fare dello humour quando si è una outsider perché si possono osservare i fatti con maggiore distacco. Traggo molta ispirazione dalle vignette e dai fumetti europei.

La vittoria di Donald Trump ha stimolato varie forme di espressioni artistiche e certamente quelle umoristiche, comprese le sue. Lei crede che si possa correre il rischio di rinforzare il suo bersaglio, invece di decostruirlo?
Quando Trump era in corsa per le elezioni, ho disegnato delle vignette piuttosto taglienti su di lui, come su Hillary Clinton e Bernie Sanders. La sua elezione è stata uno shock per tutti e per me anche un’occasione di riflettere sul mio lavoro. Quello che ho capito è che non dovevo in nessun modo fare dell’umorismo per cercare di ridicolizzare l’uomo, bensì devo cercare di colpire la sua politica: concentrarmi su un obbiettivo maggiore, sulle regole sociali e culturali che hanno portato alla vittoria di Trump. Se attacco la persona, poi, contribuisco coi miei disegni alla divisione del paese, aggravando una situazione già in atto.

Nel suo ultimo lavoro intitolato «No is not enough» Naomi Klein interpreta la vittoria di Donald Trump come l’esito di una strategia messa in atto da determinate lobbies per controbattere i diversi movimenti politici, uniti per un mondo meno ingiusto. Cosa ne pensa? In che misura secondo lei la vittoria di Trump può essere una reazione al successo di Bernie Sanders? 
Credo che la vittoria di Trump sia stata la reazione a molte cose, in primo luogo alla presidenza precedente. Certamente può essere collegata al contraccolpo del consenso ottenuto da Sanders, se si pensa che negli Stati Uniti la politica di Obama era considerata socialista, si può comprendere che quella di Sanders era percepita come troppo di sinistra.
Ritengo che la sua vittoria sia stata anche una reazione a Hillary Clinton, al suo essere donna e alla sua incapacità di creare una connessione con l’uomo medio, che invece è stato conquistato da Trump.

In Italia, collabora con la rivista online «Aspirina Rivista Acetilsatirica». Quando e come è cominciata?
Pat Carra mi scrisse una mail, mi parlò del progetto di una rivista umoristica, fatta solo da donne. Accettai subito, trovavo importante la possibilità di partecipare a un dialogo internazionale sui diritti delle donne. Così inviai i miei disegni, come continuo a fare per ogni nuovo numero, ormai.
L’esperienza del femminismo è per me molto importante. Non lo è stata fin da subito, perché all’inizio volevo solo disegnare e non mi importava tanto di farlo in quanto donna. Poi ho capito che il mio posizionamento contava e che attraverso i disegni potevo raccontare molto della vita delle donne, degli stereotipi e delle ingiustizie.
Le vignette sanno essere parecchio chiare e soprattutto rendono visibile ciò che non lo è, situazioni sommerse nel flusso della vita quotidiana che nascondono discriminazioni di genere, per esempio.

Nel nostro paese la violenza sulle donne, che vengono uccise e stuprate da mariti, famigliari o sconosciuti occupa la cronaca ogni giorno. La sensazione di impotenza, nonostante la grande indignazione, cresce. In questo contesto di morte, crede che la satira possa essere utile?
Un umorismo «ben fatto» mostra ciò che non funziona nei comportamenti individuali, che sono alla base di tragedie sociali come la violenza sulle donne. In questo modo l’umorismo può essere utile per illustrare un comportamento diverso da tenere nei rapporti tra i sessi. La satira può aiutare a vedere tutto più chiaramente, perché descrive le situazioni sinteticamente e te le mette davanti, così come sono.
L’umorismo è un modo per condividere umanità, è questo il suo aspetto più profondo. Certo, devi farlo in un determinato modo, non con lo scopo di abbattere la persona che hai di fronte o col solo fine di ridicolizzarla. La satira è uno strumento davvero potente e per questo credo che le donne dovrebbero farne maggiore uso, invece mi sembra che ne siano spaventate.

Perché secondo lei?
Prima di tutto perché spesso l’umorismo è utilizzato in modo negativo, violento. In secondo luogo, è una forma di potere. Quando si fa una performance, per esempio, a me è capitato in passato, davanti ad una sala che è lì per ascoltarti, hai il potere di farli ridere: è una forma di manipolazione molto forte, che per questo può essere anche terrificante. Credo che con la satira succeda un po’ quello che accade con gli articoli di fondo. Negli Stati Uniti sono pochissime le donne che li scrivono. Anche in questo caso si tratta di forme di potere, testi che esprimono un’opinione e hanno la forza di influenzare quella dei lettori. Da una parte le donne, quindi, sono spaventate dall’umorismo e dall’altra io credo che ne venga loro in qualche modo ostacolato l’accesso.

Però ci sono donne che fanno umorismo e satira…
Sì, certo, va assolutamente detto. Qualche anno fa ho fatto una ricerca per The New Yorker sulle fumettiste che ci avevano lavorato in passato. Ho scoperto una presenza che aumentava e decresceva a seconda del periodo storico e del conseguente ruolo che la donna aveva. Per esempio, dopo la depressione del ’29 c’è stato un boom di disegnatrici, che poi sono diminuite drasticamente negli anni ’50 e ritornate alla carica negli anni ’70 e ’80.

Secondo lei dagli anni ‘90 si è verificato una sorta di rigurgito conservatore?
Non sono una studiosa di politica, quindi rispondo come posso. So che adesso non ci sono soldi e molte ragazze e donne lavorano nel web o in piccoli giornali, che negli Stati Uniti, per esempio, sono considerati davvero periferici.

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COLLABORAZIONI ITALIANE

Nel marzo 2013 è rinata Aspirina, la rivista umoristica pubblicata su carta dalla Libreria delle donne di Milano dal 1987. Per la nuova edizione online la Rivista acetilsatirica ha una periodicità stagionale. La redazione è in parte composta da freelance con esperienza di programmazione web, grafica editoriale, lavoro redazionale e relazionale. Nel 2014 Aspirina ha inaugurato una collana di ebook in formato epub3, che sono acquistabili nello shop della rivista insieme ai pdf di Aspirina anni Ottanta. Nel sito http://www.aspirinalarivista.it sono archiviati
e sfogliabili tutti i numeri di Aspirina online

(il manifesto 28 settembre 2017)

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