26 luglio 2018
#VD3

Io penso: dentro me stessa in dialogo con altre da me

 

 

di Pasqua Teora

 

In questi giorni di vacanza siciliana a casa della cara amica Anna Tamburini molto abbiamo ricordato del passato e condiviso del presente. Per molte di noi, oggi quasi settantenni, per legittimarci al pensiero e a una parola che potesse essere pubblica e dunque politica, è sembrato inevitabile cercare un interlocutore maschile. Costruire pensiero con le ragazze di allora, era impedito dalla timidezza delle stesse ragazze che non si legittimano: “non ci ho mai pensato… scusami… ecc.” Ai nostri occhi i maschiavevano la legittimazione a pensare: di uomini erano i libri di testo su cui studiavamo, loro erano i detentori del logos in qualsiasi disciplina. Per noi, che oscuramente temevamo il destino che ci sarebbe toccato in quanto donne, tutto ci portava a pensare di essere imprigionate in un ruolo pesante e limitante dal quale proprio per questo, pur con altri elevati, avremmo cercato-creato vie d’uscita.

 

Inizialmente, il pensiero femminile, con tutte le eccezioni del caso, poteva essere inteso come atto trasgressivo: io non ho il permesso di una serie di cose? Allora disobbedisco, io scelgo, io penso, io rischio il nuovo che le nostre madri mai avrebbero pensato prima! E volevamo anche agire, non solo pensare! Allora agirò e insieme alle altre cambierò il mondo. In quegli anni, in assenza di un codice linguistico già fatto, adatto a dire la nostra parola politica, si crearono linguaggi un po’ a imitazione di quello esistente, pur intuendo che noi stavamo trovando il nuovo.

Con l’autocoscienza è stata inventata la circolarità della parola e dell’esperienza delle donne che si riempie di pensiero femminile: la parola dell’amicizia, della chiacchiera che circolarmente diviene altro: è questo l’inizio della parola politica delle donne e si chiama autocoscienza, nobilitata, nella circolarità della parola esperienziale in cui il conscio e l’inconscio lavorano senza stabilire gerarchie: parola concreta, privata, carnale, profonda. Là e allora siamo riuscite a non abbandonare la circolarità della parola, pur utilizzando in parte i codici della parola-logos. La ricerca del nuovo, era inizialmente connessa al pensiero politico orientato all’azione, all’autodeterminazione, prendendo a prestito consapevolmente o no, anche le modalità maschili a volte del pensiero ermetico, del pensiero per pochi, come già detto, le uniche al tempo conosciute.

 

Con Anna condividiamo l’idea che fin dall’inizio le donne francesi, le americane, soprattutto, più di noi italiane scelsero un linguaggio semplice che idealmente doveva raggiungere tutte e favorire la comprensione di ciò che la parola dell’autocoscienza femminile aveva portato alla luce. Inizialmente e transitoriamente si tentò di rimanere unite, ma presto le forze liberate portarono in parte alle stesse modalità maschili: logo-pensiero, logo-competizione e dunque contrapposizione. Si formarono così tanti diversi gruppi che via via si connotarono con vistose differenze: alcuni gruppi più orientati a teorizzare, altri più all’azione e i linguaggi utilizzati divennero molto differenti tra loro. Le nostre esperienze, mie e di Anna, pur con qualche anno di differenza, in parte si sovrappongono: noi donne, in lotta con noi stesse per uscire dallo sguardo dell’uomo; noi, in cerca di essere noi. Io, soggetto pieno di me, individua in un corpo di donna: corpo che sa e che pensa. Ma il pensiero delle donne s’era dato il compito di cambiare il mondo! Eppure, anche noi, con la competizione, la frammentazione, diventammo un po’ uguali a loro: gli uomini. Allora, gerarchia anche tra le donne, lotte che a noi generavano lacerazioni, perdendo così la circolarità che aveva reso possibile l’invenzione che pure ci stava cambiando. Subentrò strisciante il modello gerarchico da sempre esistito: l’ha detto una di noi che è fonte autorevole? Allora è vero! Così perdemmo circolarità, perdemmo una parte di originalità e non era questo che volevamo.

 

Nel Medioevo le mistiche hanno fatto un’altra invenzione: loro hanno scelto il Cristo nudo, spoglio di ogni velleità maschia per potersi rispecchiare in lui e dire l’amore assoluto che sentivano dentro sé. Un’intuizione formidabile, interiorizzare il Cristo, Gesù, l’eccezione che arriva a tracciare lo spartiacque tra prima di lui e dopo di lui. L’uomo figlio di Dio che s’è spogliato degli aspetti predatori imperanti nel maschile fin dalla notte dei tempi e s’è fatto interlocutore anche delle donne: le peccatrici, le madri, le sorelle poi le mistiche, le sante, le teologhe.

 

Io e altre, abbiamo creato dentro di noi un ideale maschile che non esisteva, non proprio un Cristo, ma un maschile che potesse avere interesse per ciò che noi pensavamo e non si perdesse nei soliti pensieri misogini tradizionalmente squalificanti il femminile. Inizialmente un’invenzione, ma oggi di uomini in ascolto del nostro pensiero ne esistono, ancora troppo pochi rispetto al desiderio delle donne, ma ci sono e ce ne saranno sempre di più.

 

Con Anna ci domandiamo: l’elemento di profondità è solo psicoanalitico, oppure c’è altro che ci sappia portare giù nel profondo? Quasi tutte si fermano prima, ma bisogna andare oltre, oltre come Inanna che compie la discesa agli inferi. Moltissime di noi, come la regina della Terra, dei Mari e dei cieli, ciclicamente ci ammaliamo sulla soglia, ma chi va oltre? E da quanto siamo su quella soglia, quanto soffriamo consapevolmente o inconsapevolmente, bloccate lì? L’inconscia ricerca della rinascita appartiene potenzialmente a tutte, passaggio del femminile per realizzare in questo mondo il miraggio della nostra soggettività. Eppure, pare che tutto lavori perché ci si fermi prima. Sulla soglia appunto, dove si intravvede cosa potrebbe esserci oltre. Si vede tutto, tra i veli, tutto? No, ma si percepisce molto, eppure il sistema lavora affinché, donne e uomini ci si accontenti della superficie e si ignori la profondità.

 

Attualmente, il nemico non più incarnato in un uomo individuabile, è piuttosto un processo in atto al di fuori delle nostre capacità di leggere e interpretare una tale complessità, un algoritmo disincarnato, un’ombra o un raggio di luce, qualunque sia, sempre artificiale, via dalla carne, dai corpi che sanno tutto, via dell’essere mosso da intenzione umana. Piuttosto, imposizione d’altri, a noi mai noti che rimangono non identificabili, sempre più evanescenti, impalpabili eppure onnipresenti.

Cosa è mancato? Ci chiediamo: la circolarità delle origini? Io che penso in presenza, mentre al contempo sto nella circolarità fatta della parola di altre sull’esperienza personale e collettiva; è questo che ci è mancato? La circolarità è senza gerarchia: parola carne, esperienza vivente che non pretende di essere fondativa di una teoria, ma è come fosse seme: seme e poi foglie, fiori, poi altri semi, altri fiori, boccioli frutti e poi? Poi tutto cambia, dopo non può essere più come prima. È un’altra stagione. Circolarità è parola lievito, non metodo, ognuna ha le proprie strade, ognuna i propri ponti. Forse non abbiamo pensato al mare in cui rigagnoli e poi torrenti e poi fiumi avrebbero potuto tutti, sfociare nel medesimo mare.

Oggi la parola delle donne, dopo il #meetoo ha guadagnato forza e credito. È il momento di essere in campo insieme con tutta l’autorità faticosamente guadagnata in questi decenni. La politica dei diritti sta facendo acqua da tutte le parti, mi ricordo: come un monito suonava alle mie orecchie il non credere di avere diritti! Oggi, abbiamo la possibilità e il dovere di entrare unite con gli altri gruppi sulla scena pubblica. In Italia non è ancora scattato con tutta la sua forza il movimento che soprattutto le americane hanno messo in campo con una forza e una determinazione che dovrebbero fare scuola anche qui da noi.

A livello europeo la sinistra non è più riuscita a fare la critica al capitalismo, negli stessi anni le donne hanno inventato primum vivere, il doppio sì, come incisive parole d’ordine che hanno trasportato con sé il pensiero di alcuni gruppi di donne più sensibilizzate di altre su alcuni temi e non altri. Non basta stare nel nostro pensiero, occorre accogliere quello delle altre con atteggiamento di fiducia e desiderio di reale confronto e non solo quando al centro del confronto c’è il corpo, ma quando al centro c’è da ripensare la vita tra uomini e donne in un mondo, quello attuale, in cui dalla società liquida su cui non poco si è teorizzato, siamo passati alla retorica di una politica che non c’è più o peggio ancora sta andando all’incontrario rispetto alle mete che insieme alla società civile ci era parso di aver raggiunto.

(Via Dogana 3, 26 luglio 2018)

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