22 marzo 2018

Io, Simplicio

di Cristiana Fischer

​Care tutte, ​

​ho letto l’articolo di Luisa Muraro “Difesa di Simplicio” e lo condivido in gran parte​, ma voglio mettere in luce ​anche ​un altro aspetto della condizione dei Simplíci qui da noi e di quelli mondiali, e anche del Simplicio che è in me. Che condividiamo anche problemi di un genere diverso. Se in conclusione Luisa scrive che il capitalismo propone ormai solo se stesso ed è troppo poco, che cosa fare di conseguenza, chiede lei e chiedo anch’io?
Cominciare a prendere coscienza che è troppo poco, dice Luisa.
C’è un grande mare in cui navighiamo, a rischio di naufragare: il conflitto interiore di Simplicio, riversato in tv, sui giornali, nei social, nelle riunioni e a tavola, è tradotto in termini morali, i migranti hanno fame, sono perseguitati, subiscono le “nostre” guerre, subiscono i loro capi che “noi” sosteniamo, sono derubati da “noi” delle loro terre, acque, materie prime, quindi abbiamo il dovere di restituire accogliendoli.
In un delirio di onnipotenza, “noi” Simplíci della terra ci sentiamo colpevoli anche per quella parte del “noi”, i ricchi, il capitalismo che fa quelle cose. Siamo di fatto con il capitale solidali, nella difesa del poco che ci è rimasto, temiamo di perderlo se dobbiamo condividerlo, ​ma sentiamo e sappiamo che è doveroso e giusto accogliere i migranti.
Oppure, criterio più alto e generale, crediamo che è giusto che ognuno di loro sia libero di tentare di migliorare la propria vita, proprio come noi pretendiamo di poter scegliere scuola lavoro residenza. E perché invece un maliano no?

Ma è vero che possiamo in realtà scegliere, o almeno che ne abbiamo il diritto?

A un altro livello, ancora più alto, in ogni migrante è un’anima umana che ho davanti, il suo valore assoluto, chi sono io per voler impedire che arrivi qui, accettando i “campi” (Agamben) dei libici e gli accordi di Minniti?

Ecco i conflitti interiori del mio interiore Simplicio. Ma quanto veri, e insieme quanto bastardi e meticci: un po’ di religione, un po’ di etica “liberale”, un po’ di compassione, ed ecco le oscillazioni politiche e ideologiche, ecco le accuse di razzismo, o di buonismo, o di cinismo. Ecco il sofferto realismo di alcuni, e l’intolleranza che scoppia in altri, Bertoldo che sbeffeggia le buone maniere e i nobili sentimenti, e vota demagogico o reazionario. Ed ecco anche l’intransigenza e i vertici morali su cui si attendano noti intellettuali.
Il capitalismo ha ormai da offrire solo se stesso, è proprio così, ma saperlo ci salva dal rischio di naufragio, fisico e culturale?

Cominciare dal prendere coscienza di questo non significa vedere una strada davanti da imboccare: è fascismo, è razzismo, sì, no. Anzi, forse, non è detto neppure che una strada ci sia.

(www.libreriadelledonne.it, 22 marzo 2018)

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