19 agosto 2017
27esimaora.corriere.it

Io, un’imam donna. La mia sfida all’Islam radicale

di Farian Sabahi

«L’Occidente vincerà la battaglia contro il radicalismo islamico soltanto quando si dissocerà dall’Arabia Saudita che esporta questa ideologia violenta. Finora gli Stati Uniti e l’Europa non fanno che discutere di pace, sicurezza e diritti umani, dimenticando di essere complici dei sauditi da cui acquistano petrolio e a cui vendono armi». Esordisce così Ani Zonneveld, fondatrice e presidente di Muslims for Progressive Values, un’associazione di musulmani progressisti con oltre diecimila membri. Vive a Los Angeles dove guida la preghiera del venerdì (per uomini e donne), celebra matrimoni interreligiosi, eterosessuali, omosessuali e persino tra transessuali. Figlia di un diplomatico, Ani Zonneveld è nata 54 anni fa in Malesia, un Paese multiculturale e multireligioso, e ha vissuto in Germania, in Egitto e in India, per poi trasferirsi negli Stati Uniti per frequentare il college e dedicarsi alla musica (ha vinto un Grammy). Personaggio trasgressivo ed eclettico, venerdì 22 settembre sarà ospite di Torino Spiritualità.

I terroristi hanno colpito Barcellona. Perché prendono di mira i luoghi pubblici, affollati?
«I terroristi che hanno colpito Barcellona sono esseri spregevoli, vogliono fare notizia uccidendo degli innocenti. Cercano obiettivi facili: mercati, gelaterie, caffè, dove c’è una dimensione gioiosa. Continueranno a colpire l’Europa, ma il loro modo di agire non ha nulla a che vedere con l’Islam. Il fatto che a essere uccisi siano i civili, degli innocenti, contraddice gli insegnamenti di Maometto secondo cui in tempo di guerra i civili e i credenti (inclusi cristiani ed ebrei) non devono essere presi di mira, è vietato avvelenare le fonti d’acqua e calpestare l’erba destinata al pascolo».

Eppure i terroristi prendono a pretesto le scritture dell’Islam…
«Interpretano il Corano a modo loro, imbastardendolo, e questa loro interpretazione si sta diffondendo come un cancro. In un post sui social media il sospetto Moussa Oukabir ha scritto che “bisogna uccidere gli infedeli e risparmiare soltanto i musulmani praticanti”. Affermazioni assurde, perché il termine infedele non sta a indicare il non musulmano quanto colui che nasconde il vero significato di Dio. A mio parere, a essere kafir (chi non crede, ndr) sono questi assassini e i loro imam. Noi musulmani progressisti lavoriamo dal 2004 per sfidare queste interpretazioni dell’Islam radicale».

Vi siete mobilitati anche per i recenti eventi di Charlottesville che hanno messo in primo piano l’estremismo di destra?
«Sì, la nostra associazione si pone come obiettivo contrastare le ideologie radicali sotto la bandiera dell’Islam, ma non percepiamo alcuna differenza tra gli integralisti musulmani e gli estremisti bianchi. Le ideologie non si esauriscono con la distruzione o la rimozione dei monumenti, sarebbe opportuno seguire l’esempio del Sud Africa, dove il Museo dell’Apartheid e the Slave Lodge ricordano gli orrori del passato senza rendergli gloria».

Torniamo in Europa, dove assistiamo al ritorno dei cosiddetti foreign fighters dalla Siria e dall’Iraq. Come si può affrontare il problema?
«È necessario sradicare l’ideologia che anima questi giovani, lavorando con i leader religiosi musulmani affinché questi ragazzi scelgano una strada diversa rispetto al radicalismo. La questione è però dove trovare gli imam in grado di portare avanti questo compito. In ogni caso è un problema che devono risolvere i musulmani stessi, mobilitandosi per sradicare le interpretazioni radicali dei loro testi sacri».

Queste interpretazioni radicali portano con sé una buona dose di misoginia. Secondo lei, perché nei secoli l’Islam è diventato così aggressivo con le donne?
«Non è colpa dell’Islam in sé, quanto di quei musulmani che hanno imbastardito la nostra religione. Mi arrabbio quando penso a tutte le ingiustizie che le donne musulmane hanno dovuto subire, laddove 14 secoli fa la Rivelazione ci aveva permesso di ottenere diritti. Penso a Maria, la madre di Gesù, a cui è dedicato un intero capitolo del Corano e che è tenuta in palmo di mano dai musulmani, segno del valore che l’Islam dà alle donne, ben diverso dall’atteggiamento di quegli uomini che stanno monopolizzando la nostra religione. Nel Ventunesimo secolo, dobbiamo ancora lottare per poter frequentare le scuole, per decidere per noi stesse. Confrontandoci con concetti assurdi come la tutela da parte di un guardiano, le differenze di genere in ambito ereditario, la questione dell’onore».

A proposito dei diritti delle donne nell’Islam, in che cosa consiste la vostra iniziativa #ImamsForShe?
«Lavoriamo con gli imam di sesso maschile, con gli studiosi e le studiose delle scritture dell’Islam, con tutti coloro che promuovono i diritti delle donne e delle bambine. Nel nostro programma ci sono workshop, campi sportivi per le ragazzine in cui teniamo anche corsi sulle interpretazioni liberali dell’Islam per dare a queste giovani gli strumenti per rispondere — con le armi della religione — alle imposizioni e difendere i propri diritti. Sarebbe bello se aderisse anche Malala (attivista pachistana vincitrice del Nobel per la pace, ndr)».

(La 27esimaora, 19/08/2017)

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