18 maggio 2018
Il Quotidiano del Sud

Israele e il disastro di quel maggio 1948

di Franca Fortunato

Il 14 maggio lo stato d’Israele ha aperto i festeggiamenti per il settantesimo della sua fondazione con la cerimonia del trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, tra decine di morti e migliaia di feriti palestinesi. L’inaugurazione dell’ambasciata, che riconosce la Città Santa come capitale del solo stato ebraico, è avvenuta nonostante l’opposizione del mondo arabo, dei palestinesi, dell’Onu e di gran parte delle comunità internazionali, compresa l’Europa con esclusione di Austria, Ungheria, Romania e Repubblica Ceca. Il giorno dopo, i palestinesi hanno ricordato la Nakba, la catastrofe, su cui è nato lo stato d’Israele. Che cosa accadde in quei giorni del 1948? Ce lo racconta la palestinese Salwa Salem, allora bimba di otto anni di Yaffa, nel suo libro Con il vento nei capelli. «Esplosioni, fumo, fiamme, grida e volti impauriti. Nel giro di una settimana i disordini dilagano in tutta la Palestina. A Yaffa si sentono spari dappertutto. I razzi cadono fitti durante i bombardamenti, la sirena dell’autombulanza urla in continuazione. Mio padre – che aveva fatto la lotta partigiana contro gli inglesi – rimane spesso in casa, taciturno. Non andiamo più al mare, diventa pericoloso anche andare a scuola. C’è una grande tensione nell’aria, sono molto impaurita. Di notte veniamo svegliati dal rumore delle sparatorie nelle strade, andiamo a dormire tutti insieme nella stessa camera per farci coraggio. Ci sono molti incendi di palazzi, un giorno brucia il cinema vicino a casa nostra. Sento raccontare di eccidi, morti, terrore, paura, racconti macabri, disperati. La gente parla di Deir Yassin e di altri massacri. Deir Yassin è un villaggio che è stato attaccato e trecento dei suoi abitanti, vecchi, donne e bambini, sono stati violentati e uccisi. Si racconta del massacro con grande terrore. Altoparlanti per le strade invitano la popolazione a mettersi al sicuro: “Cercate di andare via, portate lontano le vostre famiglie, noi siamo i vostri amici, noi siamo i vostri capi, noi vi aiuteremo a tornare alle vostre case e a mettere ordine nella città…”. Si scoprì più tardi che erano messaggi delle bande ebraiche che si spacciavano per i leader arabi e cercavano così di far evacuare la gente come se fosse per poco tempo, una cosa provvisoria. Dagli aeroplani cade su di noi una pioggia di volantini: “Andate via, uscite dalle vostre case, se no farete la fine di Deir Yassin…”. L’orribile massacro di Deir Yassin era stato voluto e compiuto da Begin, uno dei leader del sionismo in Palestina in quel momento, e dalle bande ebraiche. Proprio Begin in un suo libro ha scritto: «…se non ci fosse stato Deir Yassin, non ci sarebbe stato Israele…», perché quel massacro terrorizzò la gente e la spinse ad allontanarsi dalle proprie case. Un giorno mio padre torna a casa sconvolto, tremante. Il suo racconto è terribile: un gruppo di soldati sionisti è entrato nella moschea di Yaffa, piena di gente. Uno di loro con una mitragliatrice ha aperto il fuoco e ha ucciso tutti. Tra queste persone mio padre ha tanti amici. È terrorizzato e invoca Dio, ma sembra che Dio guardi da un’altra parte. Ormai ogni colpo, ogni fiammata ci spaventano, io e i miei fratelli piangiamo sempre. Chiediamo alla mamma perché gli ebrei sono così cattivi, perché vogliono ucciderci e prendere la nostra città. La mamma non sa rispondere, come tutti gli abitanti di Yaffa è confusa e non riesce a capacitarsi di ciò che sta succedendo. Non dimenticherò mai la sera che decidemmo di lasciare Yaffa anche perché in seguito avrei sentito mia madre raccontare tante volte quei momenti. Gruppi di ebrei armati hanno fatto irruzione in molte case vicine, saccheggiando e uccidendo; alcune famiglie sono state interamente eliminate, ragazze violentate. Siamo incapaci di difenderci, gli ebrei invece sono bene addestrati, ben armati, più forti di noi. Mio padre è preso dal panico. Dice a mia madre di prepararsi, di prendere con noi poche cose. Dobbiamo partire, è impossibile rimanere nel proprio quartiere. Ci corichiamo ma non riusciamo a dormire. Poco prima dell’alba mio padre ci carica sul camioncino, chiude la casa, prendendo con sé solo le chiavi e qualche documento. Partiamo a Kafr Zibàd nella speranza di trovare un po’ di calma… Il viaggio è atroce. Le scene nelle strade sono terrificanti: distruzione ovunque, decine di migliaia di persone camminano senza sapere dove andare. E noi siamo più fortunati di altri perché abbiamo un rifugio. Quelli che non hanno la nostra fortuna finiscono nei campi profughi. Addirittura a Haifa e Yaffa tanta gente viene spinta dai soldati sionisti verso il mare, caricata su navi e portata in Libano, dove sono nati immensi campi profughi. L’esodo collettivo è straziante: ci sono vecchi che si abbandonano ai margini della strada perché non riescono più a camminare, gente che muore all’ombra degli alberi d’ulivo per la fame, per la sete, per la stanchezza. Mio padre raccoglie lungo la strada più gente che può, finché c’è spazio sul camion… siamo costretti a prendere tutte le strade secondarie per evitare i gruppi estremisti ebraici. Arriviamo sfiniti… La mia famiglia e molte altre migliaia di famiglie palestinesi persero allora, per sempre, il diritto di tornare alla loro città, alle loro case, alla loro terra. In pochi giorni venne proclamato lo stato d’Israele: era stato messo così un confine fra la parte occupata dagli ebrei e il resto della Palestina: non si poteva attraversare questo confine per nessun motivo al mondo». Furono cacciati dalle loro terre quasi 800.000 palestinesi, 531 villaggi furono distrutti e 11 quartieri urbani svuotati dei loro abitanti. Salwa è morta in Italia da profuga nel 1992, portandosi nella tomba il suo sogno del ritorno. Un sogno che agli ebrei della diaspora non fu negato e a cui i palestinesi non rinunciano, come dimostra La marcia del grande ritorno dei giorni scorsi, finita nel sangue di soli palestinesi. Davide contro Golia, come all’inizio. Chi fermerà Benjamin Netanyahu prima che sia troppo tardi? Chi fermerà lui e Donald Trump che, con le loro scelte in Medio Oriente, stanno mettendo in pericolo la pace nel mondo?

(Il Quotidiano del Sud, 18 maggio 2018)

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