21 maggio 2018

Italia e Irlanda sull’aborto e altri confronti

Intervista di Clara Jourdan a Luisa Muraro

 

Il 25 maggio 2018 ci sarà in Irlanda un referendum per rendere possibile al parlamento di fare una legge in favore delle donne che chiedono di poter abortire senza andare all’estero. Il referendum del 25 maggio mira a abolire un emendamento costituzionale introdotto trent’anni fa che vieta di modificare la legge proibizionista. Tu che cosa prevedi e che cosa ti auguri?

Non so fare previsioni. Mi auguro che l’ostacolo venga tolto di mezzo e che il parlamento di Dublino possa fare una legge migliore di quella oggi in vigore. Oltre che patriarcale, la legge irlandese è ipocrita: non nega alla donna la possibilità d’interrompere la gravidanza, purché lo faccia all’estero. Sull’argomento suggerisco di leggere Órla Ryan, L’Irlanda decide sull’aborto (Internazionale 1255). L’Irlanda potrebbe seguire l’esempio dell’Italia e fare una legge come quella che c’è dal 1978 sull’interruzione volontaria della gravidanza, la 194, che fu votata da comunisti e democristiani ed è risultata in pratica una buona legge.

 

Tu hai detto al quotidiano Avvenire, 10 maggio 2018, che sei contraria al diritto di abortire. Hai cambiato idea?

Quello che citi non era il mio pensiero, era il titolo dato dal giornale all’intervista. Io ho detto e spiegato (come la giornalista Antonella Mariani riferisce in breve ma fedelmente) che sono contraria a considerare l’aborto un diritto.

Al seguito del pensiero femminista delle origini, la cui radicalità resta per me (e non solo!) una fonte d’ispirazione, penso che una donna non debba chiedere a niente e nessuno il permesso di diventare o di non diventare madre. È un principio di libertà femminile: il Diritto non l’ha ancora formulato in questi termini ma vale lo stesso, vale da sempre. Le innumerevoli donne che hanno abortito nella clandestinità (anche in Irlanda, inutile dirlo) sono giustificate da questo principio. Nessuna femminista, neanche quelle cattoliche, pensa che siano delle criminali. Semmai, pensiamo che siano delle fuorilegge. Quello che si chiede di avere per legge, non è il diritto di abortire, ma che sia lei a decidere sotto la sua responsabilità (“autodeterminazione”) e se decide di abortire, che riceva la necessaria assistenza sanitaria in nome del diritto alla salute.

 

Che differenza fa?

Nell’idea del diritto di aborto, a monte c’è la legge del padre. In regime patriarcale alle donne non sposate è vietato diventare madri; sposate, devono diventare madri per dare una discendenza all’uomo; in certe circostanze hanno il permesso (o l’obbligo) di abortire… Il diritto di aborto viene da questa storia. Fuori dal simbolico patriarcale, che senso ha? Perché mai una donna dovrebbe avere il diritto di non fare quello che nessuno ha il diritto d’imporle o di vietarle? Perciò, negli anni Settanta, invece di una nuova legge, molte femministe proponevano la depenalizzazione: cancellare il reato dal codice.

 

Nel suo commento all’intervista dell’Avvenire, “Aborto, tra scelta e diritto”, Cecilia D’Elia obietta che la tua formula sull’aborto che non è un diritto, è ingannevole, perché nel linguaggio comune dire che una cosa non è un tuo diritto è come dire che non puoi decidere tu.

Ha ragione Cecilia, se stiamo alla mentalità comune. Domina, infatti, nel senso comune, una mentalità per cui, tra le cose che abbiamo il permesso di fare e quelle che è proibito fare, non c’è spazio. In altre parole, non ci sentiamo autorizzate a essere noi stesse, ad agire con signoria. Oppure magari sì, ma nella completa irresponsabilità. Io combatto, dentro di me, intorno a me e in generale, per il superamento di questa mentalità ristretta e irresponsabile al tempo stesso. Specialmente in vista della libertà femminile, che altrimenti resta molto limitata (sto parlando delle donne, non faccio confronti con gli uomini). Bisogna finirla con il girotondo del chiedere permessi, reclamare diritti, mettersi contro e ingoiare rospi: diventeremo più libere e il mondo, più grande.

 

Che cosa pensi, in generale, dell’articolo di Cecilia D’Elia “Aborto, tra scelta e diritto”?

È un buon articolo nel quale mi riconosco, riassume i quarant’anni della legge 194 e fa il punto sullo stato attuale della questione in una maniera esemplare. Ma un confronto puntuale con la posizione da me espressa su Avvenire non sarebbe appropriato, perché io mi muovo su un terreno difficile, quello dell’interlocuzione con la cultura cattolica. Su un punto preciso, tuttavia, lei ha ragione contro di me, quando dice che all’Onu non ha vinto l’idea di una libertà illimitata sul proprio corpo, e in questa luce, mettere l’aborto: no, lei ha ragione. Hanno vinto i diritti sessuali e riproduttivi della donna, la formula è vaga ma accettabile.

Detto questo, dobbiamo renderci conto che il punto di vista della legge è limitato e non esaurisce affatto il tema della competenza e della posizione delle donne nella procreazione. Per esempio? Ho accennato alla responsabilità, un aspetto che rimanda ai rapporti tra libertà personale, orientamento morale e progetti di vita condivisi con altre e altri. C’è da riflettere anche sull’applicazione della 194. Molte se la prendono con i medici obiettori e non hanno torto, ma, a maggior ragione, dobbiamo pensare ai medici non obiettori: come interpretiamo la loro figura e il loro lavoro? Dire che fanno il loro dovere è riduttivo, perché la loro presenza fa compagnia alla donna in un passaggio pieno di ombre, che non vuol dire per questo meno umano, anzi!

 

Non hai pensato che fosse imprudente farsi intervistare dal quotidiano dei cattolici italiani sulla legge 194?

Il diritto patriarcale va decostruito e l’agente principale di questa decostruzione è uno e uno soltanto, la libertà femminile. (Lo dico pensando anche alla questione della maternità surrogata.) In pratica, bisogna portare il tema della procreazione fuori dagli opposti schieramenti maschili tra conservatori pro-life e progressisti pro-choice. L’unica cosa in cui questi schieramenti vanno d’accordo è di parlare e di pensare al neutro maschile. Si è visto a proposito della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, che ha avviato una stagione di messa fuori gioco dell’esperienza femminile.

Di conseguenza, bisogna rischiare. Il rischio è duplice. Da una parte si rischia di essere malintese oppure strumentalizzate da coloro che ci danno la parola. Dall’altra, si rischia di perdere credito presso le donne che non ti riconoscono più nelle parole con cui ti esponi al confronto con l’altro. Insomma, bisogna avventurarsi in una terra di nessuno per incontrare l’altro senza tagliarsi fuori dalla comprensione delle posizioni di partenza. Come si fa? Con un po’ d’intelligenza politica e molta fiducia: fiducia in quelli (quelle) che ti vengono incontro e fiducia in quelle (quelli) che ti sono vicine ma che di te ora vedono solo le spalle. Di questo parliamo quando parliamo di politica delle relazioni.

(www.libreriadelledonne.it, 21 maggio 2018)

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