9 novembre 2018

La dea del silenzio

di Elvia Franco

Ho appena letto il libro «Tacita Muta» di Neria De Giovanni, edizioni Nemapress, 2018.

È un testo molto bello che parla nel profondo della differenza delle donne. Della violenza, reale e di pensiero, che sono costrette a subire e della determinazione a redimersi da sé. Con le loro forze.

Racconta della bellissima ninfa Lala, la cui voce era un gorgoglio squillante che inneggiava alla gioia della vita. Per proteggere la sorella che Zeus bramava e voleva violentare, fu lei fatta oggetto di brutale violenza da parte di Zeus con il taglio della lingua. Fu poi da lui consegnata ad Hermes perché la rinchiudesse nell’Ade. Hermes aggiunse violenza a violenza e la possedette contro la sua volontà. Sapendo che era muta, non esitò a soddisfare le sue voglie sul corpo di lei. E la ingravidò.

Muta e violentata, Lala, ora Tacita Muta, decise di tenere quei bambini innocenti a cui pose il nome di Lari. Erano due. Divennero i custodi delle soglie delle case, con la funzione di proteggere i loro abitanti da ogni forma di violenza. La madre non era stata protetta. Loro ora proteggevano chi abitava le case.

Lala, la bellissima ninfa, diventò Tacita Muta. Ma rifiutò di accettare la violenza subita e trasformò il suo silenzio in voce nuova. La voce del silenzio, appunto. Rivolse il suo sguardo all’interiorità e lì trovò nuove parole, un nuovo linguaggio, una nuova visione del mondo. Trovò la differenza. Stravolse la violenza della lingua tagliata in sapienza di lingua nuova. Lingua di Grande Madre, voce di Dea “simile al vento”. Lingua che permette ogni anno a Tacita Muta di ritornare Lala, rivedere Cibele, la sua Grande Madre, e «narrare ancora la gloria della vita, la felicità di eros, la potenza della Grande Madre».

In questo tempo di “lingue tagliate” e di mutismo di senso, circolante ovunque, solo nei recessi fecondi dell’interiorità si trovano i suggerimenti per una lingua nuova e le intuizioni, che dovranno diventare pensiero, di nuovi paradigmi di lettura del mondo.

Continuando ad usare i paradigmi di pensieri già fatti, cercando in essi scappatoie di senso, pensando di liberare l’esistente con chiavi arrugginite che non aprono più, dando consigli di redenzione a destra e a manca, come ahimè si fa, si finisce elegantemente di inaridire un pensiero già inaridito. Come si vede ogni giorno.

(www.libreriadelledonne.it, 9 novembre 2018)

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