14 febbraio 2014

La libertà e l’esperienza politica delle donne di fronte alla crisi

di Carolina Topini

 

L’intervento di Stefania Tarantino, ricco di richiami ai testi delle donne che hanno tracciato il grande percorso del femminismo italiano, è riuscito perfettamente a rendere tutta l’originalità, la ricchezza, la pluralità, lo straordinario dinamismo e la forza politica del femminismo italiano oggi. Il suo collocarsi altrimenti ma vincente rispetto alla politica dei luoghi istituzionali, rispetto ai manifesti programmatici ideologici, il suo essere guidato dal desiderio, la sua idea di libertà come interdipendenza e relazione.

All’interno della difficile congiuntura politica ed economica di crisi in cui la contemporaneità ci colloca e ci chiede di districarci, il femminismo italiano, e più simbolicamente i due incontri Paestum del 2012 e 2013, hanno dimostrato che c’è una forza politica genuina e senza lacci di cui conviene appropriarsi. Nella necessità imperativa di rispondere ai colpi del presente, di resistere ad un regime economico che piega e di cambiare il tessuto sociale (“è la terra stessa che ce lo chiede”, afferma Stefania Tarantino), non si può prescindere dal fare delle donne.

Le donne italiane con il desiderio di una differente politica hanno deciso di rincontrarsi (dopo l’ultima data storica del 1976) per parlare e discutere di circuiti economici, di lavoro, di precarietà, di corpo e sessualità, di violenza, di guerra e di pace, di immigrazione, di cura, di relazioni, di educazione, di beni comuni, della presenza degli uomini nei luoghi femministi, in uno spazio comune di riflessione dove le differenze generazionali erano un comune sguardo sfaccettato sul contemporaneo (“Siamo tutte femministe storiche” è una delle frasi più ricordate dell’esperienza del 2012). Donne che, nella crisi, si sono chieste quale fosse il senso profondo della loro libertà – quella stessa che vedevano vacillare nelle più scomode urgenze materiali – come difenderla, come farla salva. All’interno di questi incontri, la più grande lezione di democrazia che si possa apprendere: ogni donna aveva il suo spazio di intervento, che essa cercava di condensare in cinque minuti, lasciando uguale spazio alle altre, senza prevaricazioni.

La differenza era per tutte, sebbene con molteplici e significative sfumature, il motore del cambiamento del presente, la leva dell’agire politico; ed è questa idea di politica e questa sua straordinaria messa in atto, questa cultura femminile dei corpi in relazione di lunga tradizione per il femminismo italiano, che più spiazza chi da fuori guarda e non sempre comprende.

All’interno di questi incontri si è mossa una potente circolarità, dove ciascuna ha potuto portare qualcosa di se stessa di utile e prezioso per le altre, dove si sono aperti inevitabili conflitti ma mai guerre sororicide, dove il dialogo è rimasto sempre costante, dove donne intente ad analizzare la loro realtà politica cercavano nello stesso tempo di districarne il groviglio. Coniugare la forza dei desideri, sfuggire all’impersonale della politica (Angela Putino) e all’immobilismo egoistico, dare a questo agire e pensare un valore universale valido non solo per le donne (Lia Cigarini), è la posta in gioco del femminismo italiano oggi, che avanza nel presente rimettendo in gioco le istanze più radicali del suo passato. 

Dai due Paestum è nata per molte donne l’esigenza di continuare gli incontri a livello regionale, per non interrompere quel prezioso dialogo e quelle azioni concrete di cambiamento sul territorio che si rendono necessarie, soprattutto nella realtà sociale dell’Italia meridionale. La novità del secondo Paestum è stata la creazione di un fondo per sostenere la partecipazione delle donne che avrebbero richiesto un piccolo contributo economico; l’iniziativa è stata non solo apprezzata per il suo buon esito, ma ha anche sollecitato la proposta di alcune di stanziare un fondo/una cassa permanente a livello nazionale, come modo alternativo per sostenere la libertà delle donne.

Particolarmente significativo mi è sembrato il dibattito scaturito dall’intervento di Stefania, dove si è posta la questione del perché una conferenza sulla politica del femminismo italiano a Parigi, nel cuore di un seminario dove si riflette sulla cultura e sull’azione femminile in una prospettiva storica e transnazionale.

Per l’organizzatrice, Christiane Veauvy, mantenere vivo da anni un dialogo e uno scambio con il femminismo italiano ha una grande importanza e un preciso valore, nella misura in cui quest’ultimo è, ancora oggi, portatore di istanze politiche radicali e creative improntate alla differenza che in Francia si sono, a partire dagli anni Ottanta, sempre più diluite e neutralizzate: si parla, infatti, oggi soprattutto di “femminismo di Stato” per la Francia, dove la parola “differenza” (che sottintende una precisa politica tra donne di relazioni incarnate) lascia piuttosto spazio a quella più “confortante” e “concreta” di “parità/uguaglianza” ritagliata all’interno di un quadro istituzionale di poteri, dove spesso si perde la carnalità della relazione e si lavora per creare un’élite femminile all’interno della classe dirigente.

La forza del femminismo italiano – le cui pratiche ed espressioni politiche, afferma Christiane Veauvy, sono in Francia spesso incomprese e giudicate utopiche e poco concrete dalle donne politicamente impegnate – è questa sua energia trasformativa che parte dal corpo individuale e dal sé, che passa attraverso le relazioni e le reti genealogiche femminili rendendosi concretamente e materialmente visibile solo attraverso di esse, e da lì si catalizza ed esplode, propagandosi nel tessuto sociale attraverso le azioni delle donne nella loro quotidianità, e i nuovi saperi e consapevolezze che esse portano in questa stessa.  

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