14 aprile 2018

La lotta delle donne trans

di Sara Gandini e Stefania Giannotti

 

Due donne, definendosi uomini per un giorno, sono andate in boxer e a seno nudo in una piscina di Londra nel giorno dedicato agli uomini. Lo racconta Luigi Ippolito sul Corriere della sera del 19 marzo 2018 (Sono un uomo (solo per oggi): a Londra è scontro sulla legge per autodefinirsi»). Entrano senza problemi. Una volta dentro, un anziano signore si volge verso di loro chiedendo la ragione della loro presenza. Le ragazze rispondono che per quel giorno sono uomini. Si tratta di una provocazione per protestare contro la proposta di legge inglese in base alla quale le persone transessuali potrebbero ottenere un certificato di riconoscimento del loro nuovo sesso senza il ricorso ad attestati medici o a operazioni chirurgiche. Questa vicenda e la lotta delle donne trans ci porta una contraddizione viva e politica.

Sappiamo che il sesso di cui nasciamo fa parte del non disponibile, anche se l’appartenenza di genere non è immutabile. Luisa Muraro nella lezione di filosofia La disponibilità dell’indisponibile del 2016, ci dice che “indisponibile” non vuol dire impossibile o proibito, ma costituisce una guida che ci avverte, che crea barriere simboliche, che protegge l’essere umano e allo stesso tempo può fare da ostacolo. A volte capita che ci sia «[…] un rigetto intimo e personale dell’identità basata sul corpo anatomico: un corpo anatomico maschile, nel caso delle transessuali. Ed è questo il caso in cui siamo d’accordo che sia reso possibile e accettato, culturalmente e legalmente, cambiare il genere sessuale e poter dire: “io sono una donna […]”» (Luisa Muraro, Via Dogana 3, 5 aprile 2018).

Tutto ciò riguarda le trans, ma riguarda anche noi che siamo nate dello stesso sesso della madre. Ci riguarda perché grazie al femminismo abbiamo affermato “io sono una donna” e ne abbiamo fatto un atto politico.

La società, il mondo esterno, la cultura in cui siamo cresciuti, lo sguardo degli altri, con chi siamo in relazione, tutto conta nel definire chi siamo. Così come contano i corpi, quello con cui nasciamo e quello che, crescendo, facciamo in modo ci assomigli sempre più. Ma il corpo in sé non parla: è necessario significare e far parlare la differenza sessuale. E in questo il femminismo è venuto in soccorso alle donne.

È importante domandarsi quali pratiche politiche siano da intraprendere dalle persone trans per fare quel non facile passaggio, dettato da una rivoluzione e una transizione che parte da “dentro”, senza necessariamente essere costrette a esami e accertamenti specialistici o a cure ormonali e operazione chirurgiche.

Pensiamo che non siano la medicina e la tecno-scienza a poter risolvere le domande su chi siamo e cosa vogliamo farne del fatto di essere nate/i di un sesso o di un altro. Così come non è la rivendicazione dei diritti, ma sono la pratica di relazione tra donne e l’autorità femminile che modificano in profondità il simbolico e la realtà, che fanno guadagnare il rispetto degli altri. E questa è una strada praticabile anche dalle donne trans, orientate dalla loro verità soggettiva. E’ fondamentale che ci sia accettazione da parte della società femminile e noi lottiamo con loro per questo.

Il gesto provocatorio delle due ragazze (Sono un uomo solo per oggi) vorrebbe porre la questione dell’indisponibilità del sesso e il fatto che la legge non è la soluzione, tuttavia non muovendosi sul piano simbolico e dell’autorità rischia di ridicolizzare la dolorosa e appassionata lotta delle donne trans. Mentre ritroviamo riflessioni e pratiche femministe nei testi di alcune attiviste trans. Tra queste, Porpora Marcasciano avverte nel suo ultimo libro L’aurora delle trans cattive (ed. Alegre, 2018) che la politica dei diritti è legata a filo stretto con il desiderio di essere integrate e “normalizzate” in una società che andrebbe invece rivoluzionata.

La manifestazione delle due donne in piscina, contro una proposta di legge sicuramente discutibile, secondo noi banalizza la differenza sessuale, cosa che non interessa né a noi né a chi ha pagato duramente per potersi definire donna T.

(libreriadelledonne.it, 14/04/16)

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