19 ottobre 2017
Duoda

La matria

di María-Milagros Rivera Garretas

Nel 1938, durante la Guerra Civile spagnola, mentre andava in Francia verso l’esilio, morì il padre di María Zambrano in un appartamento che aveva allora la II Repubblica a Barcellona nella avenida Diagonal 600, dove oggi c’è la Plaza Macià. Cinquant’anni dopo, María Zambrano ricordava quei tempi tremendi in un’intervista a Pilar Trenas nel 1988: «Sì, persi mio padre, persi la patria, ma mi rimase la madre, la matria, la sorella, i fratelli. Mi rimase tutto, e perfino mio padre, che sentii che veniva con noi. Però che gioia, padre, che tu non debba soffrire le vicissitudini dell’esilio!» (traduzione italiana in Per amore del mondo 3, 2005, www.diotimafilosofe.it).

Che ne è stato della matria? Che ne è stato della casa comune della madre? La matria non ha territorio, né eserciti, né frontiere, né rapporti di forza come motore della storia. Ha sentire, relazioni, lingua materna, amore, larghezza, vita, apertura, sorellanza e fratellanza. È la politica previa e contigua alla polis; è la vera politica.

La matria è stata sopraffatta dalla patria. Patria viene da “pater”, padre. Il padre ha tolto alla madre (“mater”) la nazione, il luogo domestico (da “domus”, casa) e il meraviglioso fatto della nascita, il primo e principale fatto storico che vive e di cui è protagonista ogni essere umano: la propria nascita. E lo ha degradato, come fanno tutti gli -ismi. La nascita da madre è degenerata in nazionalismo. La preziosa matria che è stata la civiltà occitana medievale, quella della lingua d’Oc, che diceva “sì” con la parola “oc” (dal “hoc” latino, “questo”, “è questo”) venne distrutta ai primi del secolo XIII da una crociata patriarcale. È diventata allora il fantasma ricorrente di una perduta civiltà mediterranea femminile, spirituale e poetica, fantasma che continua a ossessionare, e a ragione, la nostra memoria, chiedendo riscatto e redenzione.

Nel nazionalismo ci sono molte donne, anche femministe. Molte anziane, nate durante la dittatura franchista, e molte giovani, educate sotto il principio patriarcale dell’uguaglianza o unità dei sessi. Tra le più significative si osserva disperazione e furia. Sarà per la perdita della matria? Nella patria non c’è libertà femminile; c’è omologazione con la libertà maschile, alienazione, esilio. Nella patria, la donna non è adorata ma sedotta e temuta, perché può rendersi conto dell’orrendo delitto commesso contro di lei e vendicarsi. Da lì la furia delle nazionaliste più potenti, che si sbagliano di nemico? Perché a cosa serve a una donna libera cambiare una patria con un’altra? «Come donna, non ho patria…» scrisse Virginia Woolf.

«La donna mai adorata si trasforma in nemesi, in Giustizia, che taglia la vita degli uomini», avvertì María Zambrano nel libro L’uomo e il divino.

Recuperiamo la matria. Aiuta la politica delle donne, che è pratica delle relazioni, e, in essa, aiuta molto la politica del simbolico, quella del senso della vita e delle relazioni (Lia Cigarini). Non aiuta la violenza, che non è nemmeno politica benché la si chiami così.

(Duoda, 13 ottobre 2017. Traduzione dallo spagnolo di Clara Jourdan, www.libreriadelledonne.it, 19 ottobre 2017. Per l’originale vai a http://www.ub.edu/duoda/web/es/textos/1/200/)

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