17 novembre 2017

La mia lettura del libro di Rebecca Solnit “Gli uomini mi spiegano le cose. Saggio sulla sopraffazione maschile.” (Ponte alla grazie, 2017)

di Giuliana Giulietti

Il discredito della parola femminile, la cultura dello stupro e la rivoluzione femminista sono i temi affrontati da Rebecca Solnit nella raccolta di saggi Gli uomini mi spiegano le cose. Saggio sulla sopraffazione maschile. Come Cassandra, la giovane donna che diceva la verità e non veniva mai creduta (questo in conseguenza di una maledizione che le aveva lanciato il dio Apollo perché si era rifiutata di fare sesso con lui) ed era considerata dalla sua famiglia pazza e bugiarda, così generazioni di donne «sono state bersagliate di accuse: di essere deliranti, confuse, manipolatorie, maligne, delle intriganti, di avere una innata tendenza alla disonestà». Ogni qual volta una donna mette in discussione un uomo – scrive Solnit – in particolare un uomo potente, specialmente se ha qualcosa a che fare con il sesso, l’uomo si difende gettando discredito su di lei e sul suo racconto. Da mezza svitata, ipocrita e sgualdrina fu trattata nel 1991 Anita Hill che di fronte alla commissione di giustizia del Senato americano riportò una serie di episodi in cui Clarence Thomas (nominato giudice della Corte Suprema da Bush senior e allora suo superiore) l’aveva costretta ad ascoltarlo mentre descriveva dei porno da lui visionati e le sue fantasie sessuali. Il medesimo schema denigratorio fu utilizzato contro Nafissatou Diallo, la cameriera nera, immigrata, che nel 2011 accusò uno degli uomini più potenti del mondo, il presidente del Fondo Monetario Internazionale, Dominique Strauss-Kahn, di averla violentata nella stanza di un lussuoso albergo a Manhattan. Strauss-Kahn indusse i suoi avvocati a diffamare Diallo che fu raffigurata come una bugiarda e una prostituta. Ragionando su alcuni dei molti scandali sessuali scoppiati negli USA e su altri innumerevoli casi di abusi e stupri, ciò che Solnit porta a evidenza è la stretta parentela che intercorre tra violazione del corpo delle donne e delegittimazione della parola femminile. La pretesa maschile di spiegare le cose alle donne, indipendentemente dal fatto che sappiano o no di cosa stanno parlando, non è che una delle forme usate per zittirle. «Un uomo – osserva Solnit – agisce sulla base della convinzione che tu non hai diritto di parlare e che non riuscirai a descrivere ciò che ti sta accadendo. Ciò può significare che verrai interrotta mentre dici la tua a una cena o a un convegno; potrebbe anche voler dire che ti verrà detto di stare zitta, o che sarai minacciata se aprirai bocca, o che verrai picchiata perché hai parlato, o che verrai ammazzata per farti tacere per sempre». Nel 1963 Betty Friedan pubblicò La Mistica della Femminilità, un libro che per Solnit rappresenta una pietra miliare nella lotta delle donne con gli uomini che ti spiegano le cose e che vogliono, con le buone o con le cattive, ridurti al silenzio. Il manifesto di Friedan fu il primo segnale del profondo malessere che serpeggiava tra le donne americane e che è all’origine della rivolta femminista negli anni Settanta del Novecento. La presa di parola delle donne sulla scena pubblica fece saltare il confine fra pubblico e privato; assestò un colpo al dominio maschile sulla sessualità, sulle scelte procreative femminili e portò allo scoperto i maltrattamenti e le violenze dando loro un nome. L’espressione “sexual harassment” (molestie sessuali) – ad esempio – fu coniata negli anni Settanta, usata per la prima volta nel sistema giuridico negli anni Ottanta, ottenendo status giuridico da parte della Corte Suprema nel 1986. Oggi lo stupro, la violenza sessuale coniugale, le molestie sessuali sono reati penalmente perseguibili, ma di certo non scomparsi dalla faccia della terra. La violenza sulle donne ha radici profonde, attecchisce in quasi tutte le culture del mondo, in moltissime istituzioni, nella maggior parte delle famiglie del pianeta. Ma Solnit non si scoraggia. Fedele al motto “sperare nel buio” perché l’azione senza la speranza è impossibile, lei ci invita a considerare i sorprendenti cambiamenti ottenuti nel giro di quattro o cinque decenni. Quando Rebecca è nata, nel 1961, le donne erano prive di diritti basilari e le violenze domestiche erano faccende private. Il fatto che non tutto sia cambiato in maniera permanente, definitiva, irrevocabile non è un fallimento.

La strada è lunga – dice – forse mille miglia, e la donna che la percorre non ha coperto neanche il primo miglio. Ma so che, nonostante tutto, non tornerà indietro. Ci vuole tempo, la strada è fatta di tappe intermedie, e sono in tante oggi a percorrerla, chi arriva prima, chi si ferma e poi riprende. «Accade nella vita di ognuno di noi: arretriamo, falliamo, insistiamo, ritentiamo […] e certe volte facciamo un grande balzo, troviamo cose che non sapevamo di cercare». Soltanto mezzo secolo fa le donne non avevano una lingua per articolare l’esperienza femminile del mondo. E neppure genealogie femminili cui riferirsi. La narrazione del patriarcato si è infatti costruita sulla cancellazione e l’esclusione delle discendenze matrilineari (bisnonne, nonne, madri, figlie). Un argomento che Solnit affronta nel bellissimo capitolo La nonna ragno. La storia del femminismo è sempre stata e ancora è una lotta per dare un nome alle cose, per parlare ed essere ascoltate. Anita Hill è stata la prima, negli Stati Uniti, a uscire dal silenzio e a inaugurare la battaglia contro le molestie sessuali nell’ambiente di lavoro. È stata offesa, derisa, ma ha aperto la via. E oggi – osserva Solnit commentando in una intervista il caso Weinstein – sono tante le donne che parlano, che danno del filo da torcere agli uomini di potere e a quelli comuni, affrontando a testa alta i feroci attacchi della misoginia maschile e femminile ai quali rispondono colpo su colpo. Ma ci sono anche uomini – precisa Solnit – che si lasciano coinvolgere nel femminismo perché hanno capito che lì la posta in gioco è la libertà di tutte e di tutti. E non è un caso, mi viene da pensare, che negli Usa (in particolare dopo la vittoria di Trump) siano le donne, femministe o no, a guidare i grandi movimenti (pacifista, ambientalista, antirazzista, per i diritti delle lesbiche, dei gay, delle persone transgender) in cui sono attive. Quando non abbiamo le parole per un fenomeno, un’emozione o una situazione non se ne può parlare, il che significa che oltre a non riuscire a riferirci a quella cosa, non riusciremo neppure a cambiarla. Per questo e in perfetta sintonia con la sua scrittrice più amata, Virginia Woolf, alla quale dedica uno dei saggi contenuti nel libro, Rebecca Solnit dice: le parole sono le nostre armi.

(www.libreriadelledonne.it, 17 novembre 2017)

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