18 maggio 2017
Corriere della Sera

La moltiplicazione delle mamme


Sul
Corriere della sera del 13.5.17, a p. 41, nella rubrica Tempi liberi, è apparso un articolo che non ha a che fare con il tempo libero, anzi. È rivolto alle donne del doppio sì, quelle cioè che intendono essere presenti nel mondo del lavoro senza rinunciare al desiderio di maternità. Ma non è come i soliti articoli sulla cosiddetta “conciliazione”. Giudicate.

 

 

Non ce n’è più una sola. La mamma si moltiplica

di Angela Frenda

 

«Lo sai, vero, che non sei ancora diventata mamma? Ci vorrà del tempo…». Di tutte (e sono state tante) le frasi che ho ascoltato dal giorno in cui ho partorito, questa è stata forse quella più utile. L’ho ripetuta spesso, come un mantra, nei primi nove anni di vita di mio figlio. Vivendo le tante fasi di un unico processo verso la mamma che saremo. Perché va sfatato il mito in base al quale da quando te lo piazzano in braccio ti trasformi nella Mamma Perfetta. No. Non va così. Ma soprattutto parte la ricerca di chi sei, come madre. Ce lo chiediamo tutte (anche quelle che non lo confessano), avendo sempre in testa dei modelli spesso fuorvianti perché tendenti all’efficienza. E all’autosufficienza. «Ce la devo fare da sola» è la frase che tante ci diciamo. Come se chiedere aiuto fosse un peccato mortale. Avremmo dovuto leggere Chimamanda Ngozi Adichie e il suo libricino Cara Ijeawele. Nel quale scrive: «La maternità è un dono fantastico, ma evita di definirti solo in termini di maternità. Sii una persona completa. In queste prime settimane da neo mamma sii gentile con te stessa. Chiedi aiuto. Pretendi aiuto. Non esistono le Superdonne».

Quel che c’è da accettare, forse, è che anche per ragioni di cambiamenti di ruolo la maternità è necessariamente diversa dal passato. La condividiamo magari non più con i familiari (spesso lontani) ma con le persone che ci aiutano in casa, con i papà che sono cambiati nel frattempo, con famiglie amiche. Non esiste più una sola Madre, unica tenutaria del ruolo. Ma ne esistono diverse parti che si intersecano tra loro. A questo scopo, per chiarirsi le idee, può essere interessante la lettura dell’ultimo romanzo di Leila Slimani, Ninna nanna (Rizzoli), vincitrice del Premio Goncourt. È la storia di una mamma che dopo il secondo figlio, sprofondata nella piena depressione per la mancanza di quello che lei ritiene un ruolo sociale, ritorna a fare l’avvocato atempo pieno e affida, come spesso accade, i bimbi a una bambinaia apparentemente perfetta. Il finale non ve lo svelo, per evitare lo spoiler. Ma il senso del romanzo è che molte madri vivono in uno stato di eterna sospensione tra quel che sono e quel che vorrebbero essere. Affrontando una condivisione del loro ruolo che se da un lato le alleggerisce, dall’altro le priva anche dell’importanza di una figura in passato molto più centrale.

Dunque: chi siamo noi? Ma soprattutto: funzioniamo davvero? In realtà, i risultati di alcune ricerche ci dicono di sì. L’inchiesta lanciata da La 27 Ora sugli uomini quest’anno, ad esempio, rivela che sono proprio le madri le vere ispiratrici della crescita, con percentuali quasi bulgare: il 75 %. Una consolazione, quella di pensare che i nostri figli maschi, al di là dei conflitti e delle fatiche, guardino ancora a noi come un punto di riferimento. Nonostante le nostre paure, i nostri sensi di inadeguatezza e perenne rincorsa di quel che dovremmo fare ed essere. Nonostante questo, continuiamo a crescere degli uomini (quasi) mammoni. Comunque madre-riferiti. Ma così come anche le bambine sembrano coltivare le madri come loro figura primaria.

Funzioniamo, tutto sommato. Resta da chiederci se, come diceva Lea Melandri, ci sia poi convenuto perdere (o comunque limitare) il ruolo centrale di madri per guadagnare qualche centimetro sul lavoro. Ma sarebbe un altro articolo.

(Corriere della sera, 13 maggio 2017)

 

In questo articolo ci sono due discorsi che fanno a pugni tra loro. Uno alza il prezzo simbolico da pagare per il doppio sì. Chi troppo vuole… La donna occupata dal lavoro extradomestico, si faccia aiutare a fare la mamma; in cambio perderà il posto centrale nel ruolo materno.

Secondo discorso: le madri che lavorano non perdono il posto centrale, non in Italia almeno, restano infatti il riferimento principale dei figli, maschi o femmine: lo dice “l’inchiesta lanciata da La 27 Ora”. E allora, di che cosa stiamo parlando? Provate a indovinare e mandateci le vostre risposte, che confronteremo con le nostre.

Ci sarebbe un’altra domanda: in Italia, le madri che lavorano, in mezzo alle difficoltà di un mondo del lavoro senza fair-play, come fanno a salvaguardare il primato della relazione materna? Siamo un paese arretrato?

(la redazione del sito www.libreriadelledonne.it, 18 maggio 2017)

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