26 agosto 2017
il manifesto

La scommessa materiale e simbolica di un’epoca

di Manuela De Leonardis

«Paola Mattioli. Sguardo critico di una fotografa» una densa monografia di Cristina Casero

«Imboccare, agitare, frullare, solarizzare»: quando l’angelo del focolare fa la fotografa di professione versa il fissativo nella vaschetta, nella camera oscura, osserva attentamente i provini, tira fuori la carta fotografica emulsionata, però deve fare i conti anche con l’altra faccia della quotidianità. C’è da cucinare, apparecchiare la tavola, imboccare la figlia e magari tenerla in braccio, mentre la piccola socializza con la macchina fotografica con il suo dito grassottello.

IN QUESTI SCATTI in bianco e nero realizzati da Carla Cerati nel 1974 (Professione fotografa), conservati presso il CSAC, Centro Studi e Archivio della Comunicazione di Parma, la protagonista è Paola Mattioli (Milano, 1948) che fin dai tempi dell’università (studia filosofia con Enzo Paci laureandosi con una tesi sul linguaggio fotografico) si appassiona all’analisi dell’utilizzo del mezzo fotografico in chiave fenomenologica «sulla scorta del pensiero di Benjamin, di Sartre e soprattutto di Merleau-Ponty», come scrive l’autrice Cristina Casero nelle prime pagine della monografia Paola Mattioli. Sguardo critico di una fotografa (Postmedia Books, pp. 128, euro 16).

TEORIA E PRATICA – tanto più che per Mattioli fotografare è un atto critico, terreno di riflessioni e interrogazioni sul visibile (frutto anche degli stimoli nati dalla frequentazione, giovanissima, dello studio di Nini e Ugo Mulas), nonché presa di coscienza rispetto al contesto socio-culturale e politico più che rappresentazione di una presunta realtà – percorrono strade parallele.
Di questa interprete che si allontana dalla sudditanza all’unicità dell’attimo, del singolo episodio, che saprà adeguarsi ai tempi fotografando con la stessa disinvoltura sia con l’Hasselblad che con lo smartphone, sottolineando – piuttosto – l’importanza della sintesi (ne sono un esempio gli scatti che ritraggono Giuseppe Ungaretti, prima esperienza professionale rilevante per Paola Mattioli – il poeta nel 1970 aveva 82 anni e la fotografa 22 – che restituiscono «la variazione continua di una permanenza. È allegria e senso di morte») non sfugge la coerenza nel cogliere il dettaglio assecondandone il valore simbolico. È così già dai tempi di Immagini del no, realizzate con Anna Candiani ed esposte alla galleria «Il Diaframma» nel novembre 1974, che traducono visivamente l’inquietudine che attraversava la società civile nella Milano pre-referendum sull’abrogazione della legge sul divorzio.

Una narrazione «polifonica» per Arturo Carlo Quintavalle, autore di testo nel volume pubblicato da Scheiwiller che Martin Parr ha selezionato e rieditato nel cofanetto The protest box (Steidl, 2011). Ma tra i tanti momenti che attraversano il lavoro della fotografa, interprete innovativa anche della fotografia di moda e ritrattista di grande sensibilità (intensi i dittici dedicati alla scultrice senegalese Seni Camara dove il volto è associato alle sculture, così come quelli delle bellissime eredi delle Signares del periodo coloniale, oggetto anche del libro Mémoires d’Afrique, ultima tappa di una serie di viaggi in Africa fatti insieme a Sarenco) sicuramente il capitolo più entusiasmante è quello della sua militanza femminista.

NELL’INQUADRARE e ripercorrere la nascita e affermazione dei movimenti femministi (vengono citati Carla Lonzi, il gruppo Demau, Rivolta Femminile, Anne-Marie Sauzeau Boetti, Romana Loda e altre artiste come Marcella Campagnano, Valentina Berardinone, Elisabeth Scherffig e quelle del Gruppo del mercoledì: Bundi Alberti, Diane Bond, Mercedes Cuman, Adriana Monti, Esperanza Núñez e Silvia Truppi) è centrale la ricerca di un gruppo di fotografe (con Mattioli ci sono Anna Candiani, Carla Cerati e Giovanna Nuvoletti) che sarà oggetto della mostra milanese Dietro la facciata.
Paola Mattioli fotografa una donna di spalle, in cucina, mentre allunga il braccio per mettere il piatto nello scola piatti: «il suo volto riflesso nello specchio che diventa il punctum dell’immagine», scrive Cristina Casero, «Questo oggetto vezzoso diventa un segno e libera la donna – attraverso l’apparire della sua individualità determinata dalla specificità del viso – dalla categoria sociale della casalinga, che la imprigiona. Un riflesso, quindi, che apre una breccia nella superficie del reale».

(il manifesto, 26 agosto 2017)

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