20 febbraio 2017
Repubblica

La scrittrice che visse due volte

di Claudia Durastanti

A uno scrittore non basta morire per essere canonizzato, soprattutto se per gran parte della sua vita è stato eretico. Eppure quando Angela Carter è scomparsa venticinque anni fa — lei che per tutta la carriera ha scritto di magia e ragazze dalla sessualità ferale e violenta recuperando generi negletti come la favola e il gotico in un periodo storico dominato dalle preoccupazioni austere dei vari Martin Amis o J. G. Ballard — l’Inghilterra si è inginocchiata subito per celebrare questa sorta di Dickens sotto psichedelici o di Salvador Dalí delle lettere, che una volta ebbe l’idea di proporre una tesi di dottorato con il titolo “De Sade: culmine dell’Illuminismo”. Non esattamente una figura

conciliante. Ma se critici, lettori e colleghi — fu molto amica di Salman Rushdie e fece da mentore a Kazuo Ishiguro — continuano a celebrarla, lo fanno per una ragione precisa: dotata di una fantasia massacrante e di una capacità unica di articolare le contraddizioni del desiderio, Angela Carter è sopravvissuta persino al mito di se stessa, stando al quale è una specie di strega benigna del fantastico.

Per capire come funziona il mondo di Angela Carter, basta leggere le prime pagine di Notti al circo, uscito ora Fazi nella brillante e laboriosa traduzione di Maria Giulia Castagnone: la protagonista Fevvers è una performer circense di fine Ottocento parzialmente ispirata a Mae West che, a differenza dell’attrice, ha due ali maestose sulla schiena. Fevvers è torrenziale, seduce principi, sottomette persino la Russia con il suo fascino. A guardarla più da vicino, tuttavia, questa donna-uccello dalla gestualità volgare e grandiosa «somigliava più a una giumenta da tiro che a un angelo» ed era un «capolavoro di squallore squisitamente femminile», piena di difetti che traspaiono sotto il trucco e la finzione. Fevvers è un miscuglio aberrante e bellissimo di tante cose, e, come spesso accade nella scrittura di Carter, in Notti al circo nessuna superficie resta intatta: ogni architettura rivela una crepa, e ogni crepa fa precipitare in un sotterraneo.

Ci sono scrittori che riportano il lettore dentro se stesso e a cui ci si affeziona per immedesimazione, perché i protagonisti sulla pagina somigliano tanto a chi legge. E poi ci sono autori che invitano il lettore ad andare contro se stesso, lo portano in posti in cui tutto è oscuro e liberatorio, e lo fanno innamorare dei suoi difetti potenziali invece delle cose che sa già. Angela Carter è una grande autrice che trascina il lettore proprio in questi spazi imprevedibili e iridescenti, in cui la realtà è solo una delle tante alternative a disposizione. Diventata famosa negli anni in cui impazzava il realismo magico, non amava molto questa definizione se attribuita ai suoi testi: «Non possiamo parlare di realismo magico ogni volta che succede qualcosa di strano in un romanzo », diceva.

Che Angela Carter costringa il lettore a smascherarsi e scoprire qualcosa di inedito su di sé, l’ho scoperto in prima persona quando mi sono trasferita in Inghilterra e ho conosciuto la mia proprietaria di casa, un’artista dai lunghi capelli bianchi che vive in campagna e indossa le scarpe di Dorothy nel Mago di Oz anche di inverno. Un giorno per fare conversazione le avevo chiesto quali fossero i sui libri preferiti. Erano La camera di sangue e Notti al circo di Angela Carter, ovviamente, informazione che mi diede prima di regalarmi una delle sue creazioni: una di palla di vetro piena di specchi deformanti e una foresta di fiamme. Quello era il motivo per cui non volevo leggere Carter: perché piaceva alle persone strane, che vivevano in un mondo parallelo in cui tutto, dal sesso alla neve imprevista ai furti al supermercato, venivano ridotti alle diavolerie di Vladimir Propp, e il destino aveva un peso specifico troppo ingombrante. In quegli anni preferivo leggere scrittrici che potevano prendere una virata lievemente futurista, come Jennifer Egan, ma lo facevano a partire da una base reale.

Era una lettura fuorviante e rischiavo di smarrire il fatto che due autrici così diverse stavano lavorando sul tema che mi interessava di più: la possibilità di reinventare se stessi, la malinconia data dallo scontro tra quello che pensiamo di essere e il modo in cui ci percepiscono gli altri, e l’occasionale gioia che proviamo quando ci rendiamo conto di essere riusciti a imporre la nostra versione preferita al mondo.

Negli ultimi anni, la versatilità di Angela Carter mi ha teso agguati ovunque: dalla Trilogia dell’Area X di Jeff VanderMeer (Einaudi), soprattutto per il lusso nelle descrizioni paesaggistiche e nell’architettura della stranezza — non a caso VanderMeer la riconosce come maestra e le ha dedicato dei saggi critici — a Boy, Snow, Bird di Helen Oyeyemi (Einaudi) che attraverso la favola di Biancaneve affronta questioni politiche come la segregazione razziale proprio come ne La camera di sangue Carter prendeva le favole non per farle diventare roba per adulti, ma per svelarne i contenuti latenti, la sensualità, la trasgressione e i pericoli che già contenevano.

Se Malamud diceva che la vita è una tragedia piena di gioia, per Carter «la commedia è una tragedia che succede agli altri» e nei suoi romanzi si è destreggiata con le varie complicazioni di quest’affermazione, con un brio e un piacere che il lettore oggi forse riscontra solo in Fato e furia di Lauren Groff (Bompiani).

Ma Angela Carter è anche nella Sara Taylor di

Tutto il nostro sangue (minimum fax), per il modo in cui affronta la disparità di genere: «Ho letto Carter — racconta — dopo un decennio e mezzo trascorso su testi scritti da uomini o per gli uomini o sugli uomini, in cui viene presentata una “mitologia” della donna che ho sempre sentito come inadegua- ta. La scrittura di Angela Carter mi ha mostrato che quella mitologia poteva essere sovvertita». Ed è impossibile non pensare ad Angela Carter durante

The OA, la serie controversa di Netflix che invece di raccontare la sindrome da stress post-traumatico di una ragazza rapita per sette anni con le armi convenzionali del realismo, lo fa attraverso la Russia kitsch, gli angeli, la danza.

Ma la cosa più bella che si impara dai racconti e dai romanzi di Angela Carter è proprio questa: ciò che la fantasia e l’immaginazione possono fare a una creatura ferita, per darle un’altra vita. Con la sua scrittura, ha sempre dato una seconda possibilità a una vittima: come se la vittima fosse un ruolo sfortunato e temporaneo, ma non definitivo. Interrogata sulla natura del suo lavoro, diceva: «Non scrivo mai della ricerca di sé. Non ho mai creduto che il sé fosse una bestia mitica che è stata intrappolata e deve essere restituita, in modo che una persona torni a essere intera. Io scrivo delle negoziazioni che facciamo per scoprire un altro tipo di realtà. Quando siamo nella foresta non andiamo alla ricerca di noi stessi, ma dell’altro».

Poco familiare, strana e sensuale, Angela Carter è una favolista nata che invita il lettore a seguirla nei boschi o nelle sue parodie circensi, per esporlo a una vera e propria crisi della presenza in cambio di qualcosa di molto più complesso e affascinante: una possibilità di perdere se stesso e trovare il mondo.

(Repubblica, 20 febbraio 2017)

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