20 giugno 2014

La (s)fiducia delle donne nell’Internazionale

di Luisa Muraro

 

Studiano, lavorano e fanno carriera. Parliamo delle donne: un numero crescente di donne. Ma guadagnano meno degli uomini e poche arrivano ai vertici. Pochissime, anzi, se teniamo conto delle competenze e qualità in gioco. Perché? Due giornaliste Usa, Katty Kay e Claire Shipman, basandosi su ricerche proprie e altrui, rispondono: perché sono più insicure.

Così il settimanale Internazionale n. 1055, presenta l’argomento “copertina” del numero, che proviene dal mensile The Atlantic. Illustrato in copertina con l’immagine di una donna piangente in abito da superman, e intitolato La fiducia delle donne, volendo dire: la sfiducia.

La tesi secondo cui le donne, nella vita pubblica, sono generalmente più insicure degli uomini, potrebbe sembrare la scoperta dell’acqua calda: ci sono di mezzo quattromila anni di vita pubblica fatta esclusivamente da uomini! Ma, dopo mezzo secolo di femminismo, la cosa fa pensare, tanto più che l’allarme arriva dal paese che gli ha dato il maggiore impulso e che ha messo tra le sue priorità la realizzazione della parità. Con grandi risultati, notano le due: la nostra competenza non è mai stata così evidente e riconosciuta, i sociologi sanno che il futuro del mondo è donna. Ciò nonostante, gli uomini continuano a primeggiare. Che cosa frena le donne, oltre ai vecchi fattori che sappiamo? Le donne mancano di fiducia in se stesse, è la loro risposta.

C’è in questa risposta uno spunto di verità. Non che sia esente da obiezioni, al contrario. Purtroppo, le obiezioni che, sullo stesso numero del settimanale, fa Jessica Valenti del Guardian, finiscono in un evidente circolo vizioso. Dice: se vogliamo che le donne abbiano più autostima per cambiare le cose, dovremmo creare una cultura che apprezza le donne sicure di sé. Ma chi mai potrebbe creare questa cultura, chiediamo, se non le donne stesse? E come faranno se difettano di autostima? Forse, nella prospettiva della giornalista britannica, c’è un deus ex machina chiamato a promuovere le donne incapaci di promuoversi, ed è il femminismo legale e burocratico, alias femminismo di Stato, che tanto piace all’Europa progressista.

La proposta finale delle due americane è poca cosa, sono d’accordo con la Valenti: le due, infatti, propongono il solito manualetto sull’autostima di cui sono le autrici. Ma, davanti al problema di una presenza femminile che resta debole nella vita pubblica, esse hanno il merito di porlo in termini per cui le donne stesse sono chiamate ad affrontarlo. Che è un punto inderogabile quando si tratta di esseri umani, se hai a cuore la libertà. Intendo: l’appellarsi alla loro iniziativa. Non solo, le due autrici del manualetto (The Confidence Code, s’intitola) non ci nascondono che la questione della perdurante sfiducia femminile si ripercuote sul mezzo secolo di femminismo e impone un suo ripensamento.

Ma bisogna vedere che cosa ripensare di questo che chiamiamo femminismo e come affrontare quello che è il problema della presenza debole.

Scartata la risposta americana del manualetto e quella europea del deus ex machina, l’ostacolo da affrontare è la rappresentazione corrente del femminismo. È una rappresentazione che ignora e nasconde l’essenziale della rivolta femminista. E questo nella testa degli uomini come di molte donne.

La rivolta femminista, sospinta da una storia d’ingiustizie e carica della bella energia degli anni Sessanta, è scoppiata con la presa di posizione, consapevole e straordinariamente contagiosa, di alcune donne che hanno smesso di dipendere da- o di specchiarsi in- l’uomo, per dar vita a rapporti donna con donna e per relazionarsi al mondo con mediazioni femminili. Fu un avvenimento che si ritrova nei testi e nei gesti del movimento femminista ovunque, in Italia come negli Usa, se risaliamo agli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. La rivolta mise fine a quel processo di emancipazione femminile sostenuto dalla politica progressista che assimilava le donne a un gruppo sociale svantaggiato e oppresso. Nell’atto della rivolta le donne hanno scoperto in sé e nelle altre il volto dell’umanità intera insieme alla necessaria sicurezza per dire di sé e dei loro desideri, con parole trovate da loro stesse. Io sono una donna e dico che… Che è il ricominciamento della storia.

Si è aperta così all’umanità una nuova strada che stiamo percorrendo, al confronto della quale la lunga marcia di Mao Tse-tung è una gita fuori porta. Ci sono segni e segnali di ciò e sempre più ce ne saranno. Oppure no, e allora l’umanità tornerà indietro e sarà peggio per tutti.

Nelle cose umane il fatto in sé non basta. Quante volte bisogna ripeterlo? E continuare a polemizzare con il positivismo che è la filosofia comune ai borghesi e ai rivoluzionari, fino agli anni di piombo, la terribile filosofia del fatto compiuto.  Siamo animali simbolici (i filosofi direbbero “pensanti”, che è troppo e troppo poco) e il fatto, nel senso di ciò che modifica lo stato delle cose, bisogna che in qualche modo lo riconosciamo e che abbiamo le parole per rappresentarlo. Quelle giuste, possibilmente. Che cosa si deve costatare invece? Che i segni di quel nuovo inizio che il movimento politico delle donne è per l’umanità, ci sono e sono sempre più numerosi, sì, ma stanno diventando sempre meno leggibili.

Un esempio per tutti, la parola che è al centro del discorso proposto sulle pagine dell’Internazionale, “fiducia”. Non si può bellamente confondere la fiducia con la sicurezza di sé e l’autostima, per cominciare; ma soprattutto, la sfiducia di sé non è una questione che si pone primariamente nel rapporto di una lei con un lui. Alla radice la fiducia si forma (o non si forma), si rafforza (o s’indebolisce) nel rapporto di una donna con l’altro che è donna. Questa è una delle intuizioni all’origine della pratica femminista del fare società femminile (gruppi separati), della proclamata sororità, e poi di altre pratiche e di altri discorsi, sia critici sia propositivi, in una successione che arriva fino a noi e ha dato vita a una rete di scambi alimentati da un pensiero politico in costante evoluzione. Parlo del grande tema delle genealogie, raccontate da una storiografia femminista di prim’ordine. Parlo dell’ordine simbolico della madre e del privilegio di nascere dello stesso sesso della madre, privilegio costoso, a volte costosissimo, ma non per questo meno fecondo. Parlo della disparità riconosciuta e affrontata (contro il “siamo tutte uguali” che appiattisce e neutralizza) con un ritrovato senso dell’autorità femminile. Parlo infine della pratica di affidarsi, che ha la stessa radice della fiducia.

Ma di tutto questo e altro ancora, quelli che confezionano l’Internazionale, che cosa sanno? Apparentemente e forse realmente, nulla. Bisogna subito aggiungere che in proposito non sono un’eccezione nel panorama dei mezzi d’informazione di massa. L’operazione di semplificare la lettura dei fatti, richiesta dalla strutturale esigenza della notizia veloce, diventa automatica quando si tratterebbe di prestare attenzione e ascolto a un reale che non fa notizia, cioè che non obbedisce al modo di produzione richiesto anche in questo campo. Non s’ignora l’esistenza di una certa realtà chiamata “femminismo” ma se ne parla con pochi segni convenzionali, che rimandano al femminismo ottocentesco dell’uguaglianza e dei diritti delle donne. E che sono, guarda caso, gli stessi segni con cui si esprime il femminismo di Stato.

C’è tuttavia qualcosa di speciale nell’informazione fornita dall’Internazionale. È la sua netta preferenza per il femminismo che più risente dello spirito e degli scopi del capitalismo nordico, quello puro e duro che promuove l’uguaglianza e spinge a primeggiare, stante che parità e autoaffermazione favoriscono la competizione. E quindi il profitto. Salva restando una cornice di diritti che l’individuo può rivendicare davanti alla legge, come ci insegna un’abbondante quanto illusoria cinematografia Usa. E salva restando pure una supercornice di diritti umani da mettere sulle bandiere che sventolano di qua e di là sul pianeta Terra, con quali benefici non vi sto a dire.

Eppure non si tratta di una pubblicazione di destra, anzi. L’Internazionale ha le caratteristiche di un giornale democratico e progressista. Ecco il punto di coincidenza. La democrazia progressista ha bisogno di cause giuste, come il cieco del suo bastone, come i buoni cristiani dei bisognosi. Le donne sono ingiustamente discriminate e tali devono restare: s’intende, nella rappresentazione. Niente di più facile, perché la parità è un miraggio. Ma favorisce lo spirito di competizione (che non è un miraggio).

Questa è metà della spiegazione. L’altra metà è quella che deve restare in ombra perché riguarda la stessa democrazia rappresentativa con quello che ha di finto e inconfessabile. Che è il reale stesso, che si fa perciò sempre più illeggibile. La convenzionalità della causa delle donne e delle donne stesse serve da cauzione a una politica finta e a una globalizzazione reale quanto umanamente insulsa. Da cui, detto per inciso, la fortuna del gender.

(Luisa Muraro, www.libreriadelledonne.it, 20 giugno 2014)

 

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