15 maggio 2017
www.cdbitalia.it

La storia raccontata da lei

di Doranna Lupi

 

Anche se è passato un po’ di tempo, anzi forse proprio perché è passato il tempo necessario per rifletterci su e osservare le diverse reazioni dentro e fuori le comunità di base, sento l’urgenza di riprendere il discorso iniziato dalla Comunità dell’Isolotto sul nostro sito www.cdbitalia.it, in occasione della riflessione di Beppe Pavan sul libro Le donne e il prete di Mira Furlani.

Il nodo, che vorrei riprendere e tentar di dipanare, si trova in queste righe del loro Primo Piano dell’11 dicembre 2016: «A questo proposito vogliamo sottolineare come i ricordi di un passato, peraltro in questo caso così lontano, siano sempre fortemente connotati a livello soggettivo e dall’emozione personale, che è quella che tiene in vita il ricordo, per cui gli stessi eventi che Mira ha vissuto nel modo riportato nel libro, da altre/i di noi sono ricordati in modo diverso, con altri particolari, altre situazioni, altre emozioni. Riteniamo sia importante tener conto di questo e considerare lo scritto di Mira relativo non solo al contesto di quel momento storico, ma anche alla personalità di Mira: una delle tante voci possibili, appunto, come recita il sottotitolo, raccontato da lei».

Sta proprio qui il punto cruciale, nel liquidare la memoria soggettiva come qualcosa di non oggettivo, di relativo, non valido per tutti. Ma su questo la politica delle donne ha da dire qualcosa di molto importante. Si tratta della pratica politica del partire da sé, dalla propria esperienza soggettiva, proprio per parlare delle cose da loro ritenute storicamente importanti, di valore politico/simbolico per entrambi i sessi. La pratica del partire da sé consiste nel trovare le parole per dire il reale, tornando ai vissuti, ai desideri, ai sentimenti e alle contraddizioni in cui ci dibattiamo. Questa pratica, adottata dal femminismo degli anni ’70 nei gruppi di autocoscienza, ha eliminato la separazione tra pubblico e privato, tra personale e politico.

Da tale presa di coscienza molto è cambiato nella società e non soltanto sul piano della legge e dei diritti. Soprattutto è cambiato l’ordine simbolico maschile che all’epoca dell’esperienza di Mira imperava, soprattutto nella chiesa. Perché le società, in ogni epoca, sono mosse da precisi ordini simbolici e il vero cambiamento, avvenuto in quegli anni, è stato lo sgretolarsi del patriarcato come ordine simbolico. E proprio dietro il concetto di “famiglia” venivano scaricati su noi donne i ruoli dove si nascondevano, nel privato, tutte le esperienze umane fondamentali, come la sessualità e la maternità, considerate cose “non politiche”.

Solo il superamento della dicotomia pubblico/privato ci ha permesso di riconoscere la politicità della vita personale. Tutto questo non sarebbe stato possibile se non fossimo partite dal dare valore alla verità soggettiva femminile, dentro le relazioni familiari, coniugali, come in quelle sociali e comunitarie, soprattutto nel campo della sessualità, della salute del nostro corpo, dalla gravidanza al problema dell’aborto, tutte cose allora considerate molto private.

Ci fu immediatamente, soprattutto da parte maschile, una grande disapprovazione sociale per questa irriverente sfacciataggine femminile. Ma oggi io e Carla Galetto, autrici della prefazione al testo di Mira Furlani, come Mira stessa e tantissime altre donne, possiamo esprimere un sapere e una coscienza di noi che ha le sue radici in una grande e storica comunità femminile che attraverso pratiche di pensiero innovative e pratiche di relazioni efficaci, ha trasformato l’intera società.

Oggi sono proprio le donne che si sentono parte attiva di questa storica evoluzione, donne che rispondono positivamente, cogliendo appieno il senso di rivolta che il testo di Mira ha voluto trasmettere contro il silenzio e la cancellazione dalla storia dell’esperienza femminile.

Giuseppina Vitale, nel suo articolo su Micromega di gennaio 2017, mette in risalto il rapporto conflittuale e critico con l’autorità religiosa, ancora non libera dai suoi condizionamenti clericali. Mariangela Mianiti, sul Manifesto del 26 aprile 2017, nella sua interessante recensione, entra nel merito del dibattito tenutosi il 4 marzo scorso alla Libreria delle donne di Milano, in cui Luisa Muraro ha parlato di “una rivolta nella rivolta” poiché, anche in una stagione rivoluzionaria, è possibile “scartare” percorsi femminili di libertà, perché inediti e dirompenti. Inoltre non mancheranno, prossimamente, altri preziosi contributi attualmente in cantiere.

Al nostro ultimo convegno “Gruppi donne Cdb”, tenutosi a Verona nel novembre 2016, la filosofa Chiara Zamboni ha detto: «Siamo noi con la nostra scommessa simbolica a mostrare come il significato di avvenimenti, apparentemente secondari o visionari, che ci hanno toccato hanno un valore che occorre condividere con altri, sia donne che uomini. Si tratta di avere fedeltà nei segni che ci coinvolgono ma, in più, avere fiducia che con le nostre parole rendiamo condivisibile il significato di ciò che ci ha messo in movimento, perché lì c’è una verità implicita. Non importa se a prima vista questo ad altri possa sembrare di poca importanza o se il simbolico dominante non lo veda del tutto o lo consideri marginale o lo interpreti in una maniera per noi stridente, non adeguata. Assumere autorità è sentire l’importanza di questo lavoro simbolico».

Le storie sono storia: raccontiamole: questo era il titolo di una rubrica di Via Dogana, storica rivista femminista della Libreria della donne di Milano. In effetti la storia raccontata da LEI assume un diverso spessore. Quando le donne sono libere e consapevoli della propria differenza tirano in ballo ciò che è sempre stato fuori dalla narrazione maschile, ristabilendo una verità dei fatti e riconsegnando alla storia i vissuti femminili. La loro presenza inedita mette in scena qualcosa di completamente nuovo. Ma il loro operato spesso è anche un attacco frontale al simbolico patriarcale e l’immagine maschile ne risente, uscendone un po’ ammaccata, diseroicizzata. È un lavoro che aggiunge qualcosa che non c’è e toglie qualcosa di illusorio. Queste narrazioni non hanno lo scopo né la necessità di infangare figure maschili autorevoli che oggi non sarebbero in grado di controbattere: mettono invece in evidenza la necessità, ancora molto attuale, di una seria autocoscienza maschile.

Narrando la propria storia, le donne restituiscono un contesto storico arricchito da una differenza sessuale rimossa. Serve alle donne che possono rispecchiarsi in una narrazione che le comprende, dando giusto valore alla parzialità maschile, cosa necessaria in una società di pari-differenti.

Si tratta di un percorso dinamico e trasformativo che richiede la disponibilità ad attraversare i conflitti in maniera non distruttiva, rimettendosi continuamente in discussione.

(www.cdbitalia.it, 15 maggio 2017)

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