29 maggio 2018

La tragedia di Francavilla e l’incidente di Avvenire

di Luisa Muraro

 

Non trovarsi in sintonia con i propri lettori e lettrici, è un incidente che può capitare, ma quello capitato al quotidiano cattolico Avvenire è così grave che somiglia al deragliamento di un treno. Sulla fine violenta della famiglia di Francavilla, madre, bambina e padre, la giornalista Marina Corradi ha scritto un commento sbilanciato e impressionante, fuori dai binari del buon senso, e si è portata dietro il giornale nella persona del suo direttore, Marco Tarquinio.

Che cosa è successo? Uomini che uccidono la moglie, uomini che, prima di uccidersi, uccidono i familiari, sono notizie non rare, purtroppo. Le circostanze ogni volta sono diverse ma ogni volta c’è un uomo che si comporta da padrone sulla vita di persone che facevano parte della sua vita. Tra le circostanze di quest’ultimo caso, una colpisce la giornalista e cioè che l’uomo abbia esitato sette ore prima di lasciarsi andare nel vuoto, facendo così la fine da lui data prima alla moglie e poi alla figlia (a loro, senza esitare, parrebbe). Quelle sette ore di suspense tra la vita e la morte suggeriscono a Marina Corradi l’immagine di un uomo diviso tra la disperazione di sé e una speranza di misericordia. Sarà questa figura letteraria alla Bernanos che l’ha spinta a dedicare la sua attenzione all’autore del misfatto non vedendolo più in questa luce e trascurando tutto il resto?

Si potrebbe supporlo ma l’intervento del direttore del giornale fa pensare che c’è dell’altro. Il direttore difende la sua giornalista, d’accordo, ma non ha visto, come sarebbe stato compito suo, quanto fosse squilibrato il commento di lei. E la difende dalle critiche con un’enfasi eccessiva che non si spiega se non pensando che lei abbia interpretato dei sentimenti profondi di lui. Lo conferma il titolo dato da lui stesso (suppongo) al pezzo, L’ultima battaglia di un uomo, titolo che non è infedele all’articolo ma gli aggiunge un qualcosa che lo fa diventare una provocazione. Deliberata? Non credo.

Credo piuttosto che il direttore aderisca, più o meno consapevolmente, ma prontamente, da uno che si sente parte in causa, al sentire inconscio (su questo non ho dubbi) di una donna che, in questo caso, non dico sempre, trova la sua ispirazione nello stare dalla parte dell’uomo. In lei, il direttore crede di vedere un’espressione di quella commovente pietà femminile che la civiltà patriarcale celebra e mette sugli altari.

Io, proclama il direttore verso la fine della sua lunga risposta, “non censuro e non mi faccio censurare”, nel senso che “non amputo della sua parte femminile” la pagina da lui voluta a commento della tragedia di Francavilla. La parte femminile è, ovviamente, l’articolo di Marina Corradi, che porta il numero 1, contro cui le proteste si sono giustamente alzate. Dunque, c’è anche una parte maschile? Sì, e bisogna leggerle entrambe perché sono complementari, ammonisce il direttore rivolto a chi protesta. Ma, se andiamo a leggere questa seconda parte, troviamo ben poco: parole sensate e un finale in cui tutti, vittime e colpevole, vanno ricondotti alla follia, promossa a “protagonista dei tre morti di Francavilla”. Niente che sia paragonabile alla provocazione del primo articolo.

In realtà, la parte maschile c’è, ma non è lo scritto numero 2. La fa lui, il direttore, lasciando trapelare, attraverso i sentimenti e le parole della sua giornalista, un preciso significato. Ed è la non dichiarata, forse inconsapevole ma evidente partecipazione alla vicenda disastrosa di un pater familias che diventa il simbolo dell’agonia del patriarcato.

Questa mia ricostruzione può spiegare l’incidente di Avvenire e, soprattutto, spiega come mai sia capitato proprio a un giornale cattolico. La fine del patriarcato per le società di cultura cattolica è una prova straordinariamente impegnativa, perché domanda agli uomini di spogliarsi dei loro fasulli primati e a tutti, donne comprese, di convertirsi alla libertà femminile: è una, forse la principale condizione se si vuole traghettare nel presente verso il futuro, quello che di grande, vero e buono il messaggio cristiano ha offerto alla civiltà umana.

Il femminismo che il direttore di Avvenire rivendica al suo giornale, mi dispiace dirlo, è robetta. Ci vuole ben altro; per saperlo, se uno non ha tempo o voglia per gli scritti di Carla Lonzi o di Luce Irigaray, si rilegga il discorso del papa ai membri dell’Accademia per la vita, il 5 ottobre 2017. Poche parole, per rendere l’idea: «Non si tratta semplicemente di pari opportunità o di riconoscimento reciproco. Si tratta soprattutto di intesa degli uomini e delle donne sul senso della vita e sul cammino dei popoli… Insomma, è una vera e propria rivoluzione culturale quella che sta all’orizzonte della storia di questo tempo».

Link agli articoli citati:

La tragedia tre volte mortale di Francavilla al Mare/1. L’ultima battaglia di un uomo, di Marina Corradi, 22 maggio 2018

La tragedia tre volte mortale di Francavilla al Mare/2. Se tutto è avvolto di follia, di Giovanni D’Alessandro, 22 maggio 2018

L’orribile tragedia di Francavilla al Mare l’indignazione e la morte della pietà, di Marco Tarquinio, 25 maggio 2018

 

(www.libreriadelledonne.it, 29 maggio 2018)

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