6 giugno 2017
il manifesto

L’amore spiegato a una figlia

di Mariangela Mianiti

Habemus Corpus. Benvenuti nel difficile mondo dell’educazione sentimentale che oggi è molto più complessa di un tempo, semplicemente perché una volta non se ne parlava proprio e i figli dovevano arrangiarsi a costruire da soli un proprio percorso, con relativi errori

Da una conversazione fra una madre e una figlia decenne. «Ma tu, mamma, hai mai amato qualcuno oltre papà?». «Uhmmmm…sì». «Ah, e lui lo sa?». «Certo. E comunque anche lui ha amato qualcun’altra prima di me». «Ma hai amato amato? Da pensare di sposarlo?». «Beh, in certi casi sì». «In quanti casi?». «Un paio». «E come fai a essere sicura, adesso, che non ricapiterà?». Pausa e poi: «Uhmmmm… non posso esserne sicura al cento per cento, anche se, quando scegli da adulta, sei molto più sicura di quello che fai, rispetto a come puoi scegliere da più giovane». «Quindi non c’entra nulla il sentimento. Non ti reinnamorerai solo perché sei vecchia». Da notare che la suddetta è attorno ai quaranta.
I commenti delle amiche della madre sono stati: «Ha ragione lei. La tua risposta sa di naftalina. Tua figlia ha una logica ferrea. Sei sicura che da adulte si sceglie meglio?». E la madre, accortasi dello scivolone, ha risposto alle amiche: «Lo so. È un po’ quando le spiegai che gli zombie sono dei morti che si risvegliano dalle tombe e lei se ne uscì con un “Quindi Gesù è uno zombie”. D’altra parte, penso che un genitore non debba comportarsi come un amico dei figli e che non debba raccontare tutti i propri segreti e il proprio passato».

Benvenuti nel difficile mondo dell’educazione sentimentale che oggi è molto più complessa di un tempo, semplicemente perché una volta non se ne parlava proprio e i figli dovevano arrangiarsi a costruire da soli un proprio percorso, con relativi errori. Oggi, chi ha abituato i pargoli a parlare di tutto, chi non ha decretato che certi argomenti sono tabù, chi ha sempre risposto alle domande più scomode si trova a dover gestire interrogatori e interrogativi che riguardano il proprio vissuto e lì la faccenda si complica.
Bisogna porre dei paletti o no? Si deve essere sinceri su tutto o stabilire dei confini? Si devono dichiarare errori, debolezze ed esperienze o tacerne una parte per salvaguardare l’autorevolezza genitoriale? Posto che la verità rende liberi, penso che non esistano risposte assolute e che ogni caso vada valutato con un gigantesco «Dipende». Dipende dall’età del figlio, da cosa lo si vuole proteggere, dal momento in cui si ritiene necessario, se è necessario, svelare qualcosa, da quanto ci si sente pronti per affrontare nuove domande. Ma, soprattutto, penso che ognuno di noi abbia una sfera di intimità che non va spiattellata ai quattro venti, nemmeno a figli, mariti o amanti, e che c’è un vissuto che deve restare patrimonio personale.

È ammessa una sola deroga, quella della letteratura perché lì si è riparati dal transfert su un personaggio e dall’invenzione, si trasporta l’esperienza in un racconto e in un altrove che permettono di eludere l’autobiografia dichiarata. Poiché non tutti sono romanzieri, possono mettersi a scrivere un’educazione sentimentale o darla da leggere ai figli per motivi di età, a molti genitori resta il dilemma della risposta. Nella mia modesta esperienza, ho trovato che la strada migliore è stata quella di dichiarare apertamente che ci sono dei limiti oltre i quali non si vuole raccontare non per nascondere qualcosa, ma perché ci sono vissuti che si vogliono tenere solo per sé. Perché ognuno impara facendo, perché l’esperienza è personale e non imitabile, perché genitore e figlio non sono un tutt’uno ma persone distinte, perché le emozioni e i desideri non si possono insegnare ma solo provare, e pazienza se nel frattempo si fa qualche errore. Ciò di cui un figlio ha davvero bisogno è sapere che c’è qualcuno che sarà sempre disposto ad ascoltarlo, se vuole parlare. Per il resto, tanti auguri.

(il manifesto, 6 giugno 2017)

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