14 giugno 2013

Lara Almarcequi – Padiglione Spagnolo

Padiglione Spagnolo – Materiali Costruttivi e Guida di Sacca San Mattia, l’isola abbandonata di Murano, Venezia – Lara Almarcegui

_3Laura Almarcegui_Spanish Pavilion_la Biennale di Venezia_May 2013_PhotoClaudioFranzini

Lara Almarcegui rappresenta la Spagna alla 55. Esposizione Internazionale d’Arte–la Biennale di Venezia con una vasta installazione nel Padiglione Spagnolo che comprende un progetto di ricerca sull’isola Sacca San Mattia di Murano.
L’opera di Lara Almarcegui (Saragozza, 1972) parte dalla presa di coscienza della città, dei terreni incolti e degli edifici come spunto di riflessione sull’evoluzione dell’urbe stessa e sugli elementi che la compongono. Con progetti impegnati, che indagano le rovine moderne, gli spiazzi abbandonati, le montagne di macerie attraverso la realizzazione di guide, cartine e brochure, Almarcegui ha esibito il suo lavoro in diverse capitali – come Londra, Beirut o Vienna – e ha partecipato ad eventi internazionali d’arte contemporanea tra cui Manifesta 9 (2012) e la Biennale di São Paulo (2006).
Selezionata dal curatore Octavio Zaya, Almarcegui porta alla Biennale della città lagunare – il più grande evento del mondo dell’arte contemporanea – due proposte interconnesse tra loro che si muovono sulla scia delle sue opere precedenti. La prima interessa lo spazio fisico del Padiglione Spagnolo ai Giardini; l’altra rivolge la sua ricerca ad uno spazio vuoto accanto all’isola di Murano.
Nel Padiglione, una grande installazione scultorea interagisce con l’architettura dell’edificio costruito da Javier de Luque nel 1922, occupandone tutto l’interno. L’intervento Materiali Costruttivi del Padiglione Spagnolo è costituito da cumuli di diversi materiali edilizi, corrispondenti per tipologia e misura agli stessi che furono impiegati per erigere l’edificio stesso nel secolo scorso.
Una grande montagna – costituita da detriti di cemento, tegole e mattoni trasformati in ghiaia – occupa la sala centrale, rendendo virtualmente impossibile l’accesso diretto a questo spazio. Altre montagne più piccole, fatte ciascuna di un solo materiale (segatura, vetro e una miscela di scorie e cenere d’acciaio), sono posizionate nelle sale perimetrali, dove il pubblico può circolare attorno al cumulo principale.
“I materiali provengono da resti di demolizioni che, dopo essere stati sottoposti a un processo di riciclaggio, sono stati trasformati in ghiaia attraverso il sistema di trattamento dei materiali attualmente utilizzato a Venezia”, spiega l’artista riguardo al proprio intervento.
Parallelamente, Almarcegui ha sviluppato nei pressi di Murano il progetto Guida di Sacca San Mattia, l’isola abbandonata di Murano, Venezia, una ricerca che interessa l’isola artificiale di Sacca San Mattia, formatasi attraverso l’accumulo di materiali dell’attività edilizia e da scarti di produzione del vetro dell’isola di Murano. Il progetto consiste nello studio di un terreno incolto nella Sacca San Mattia, la sua formazione, il suo presente geologico e ambientale, e le proposte progettuali che sono state fatte e i motivi per i quali non sono state messe in atto.
Dice l’artista “Ho svolto le ricerche preliminari attraverso diverse conversazioni con urbanisti e architetti di Venezia, i quali mi hanno parlato dei loro futuri piani progettuali, in modo che io potessi identificare gli spiazzi e i terreni vuoti che saranno prossimamente interessati da queste trasformazioni. Per selezionare quelle più significative ho visitato le aree interessate”. E aggiunge: “Sacca San Mattia mi è sembrato, nel contesto di Venezia, lo spazio più adatto per la sua complessa e strana configurazione: un vasto terreno formato da strati di residui dell’industria del vetro e di quella della costruzione.” Infatti, la Sacca è una vecchia discarica abbandonata creata tra il 1930 e il 1950 dall’accumulo di calcinacci e materiali di dragaggio della laguna. Con una superficie di ventisei ettari non costruiti, è lo spazio vuoto disponibile più esteso di Venezia, caratteristica che da luogo a speculazioni di ogni genere, come il controverso progetto di scavare un tunnel ferroviario proprio sotto la laguna per connettere l’aeroporto con la città che porterebbe ad avere una stazione proprio in quest’area.
Nel 1995 la giovane artista ha trascorso un mese a restaurare l’antico mercato della città spagnola di San Sebastiano che stava per essere demolito. Fu il suo primo grande progetto, sebbene sapesse che il tentativo di salvare l’edificio sarebbe fallito. Ne seguirono altri, come la creazione di un albergo gratuito in una vecchia stazione di treni abbandonata nei pressi di Saragozza (1998), o la sua serie di nove poster intitolata Demolizioni, Spiazzi Incolti, Orti Urbani (1995-2002).
“Mi interessano gli spiazzi incolti in quanto spazi che non fanno parte di nessun progetto urbanistico. Sono spazi importanti in sé stessi” osserva l’artista “nei quali mi trovo molto a mio agio. Mi danno una sensazione di libertà molto gradevole”. Le Guide agli spazi incolti sono tra le sue opere più diffuse, un modo di conservare queste aree che spariranno con lo sviluppo della città. Lo spiazzo incolto, protetto durante l’intervento dell’artista, rompe temporaneamente la catena economica di sviluppo che governa la logica urbana, ma anche la sua storicità. L’esistenza di questi spazi acquista significato all’interno della città come resto archeologico del suo passato, ma anche come una potenzialità di ciò che lo spazio vuoto potrebbe diventare.
D’altra parte, le sue ricerche sui materiali di costruzione e sulle demolizioni l’hanno ispirata a usare gli stessi elementi edilizi degli stessi edifici come materia prima del suo lavoro. Nel 2000, accanto a un deposito d’acqua del XIX secolo nella località francese di Phalsbourg che era sul punto di essere demolito, dispose gli stessi materiali con cui il deposito era stato costruito, decostruendo quindi il fabbricato negli elementi che erano stati utilizzati per erigerlo.
In una fase successiva di questo processo decostruttivo Almarcegui è arrivata a ridurre un’immensa megalopoli come São Paulo, trasformando la somma delle sue componenti (cemento, pietra, legno, asfalto…) in tonnellate di “peso morto”, come critica alla crescita accelerata della città. “Cerco di parlare di qualcosa evitando di presentare un’immagine. È un modo di eliminare qualsiasi idealizzazione dello spazio. Presentare un edificio come cento tonnellate di calcestruzzo, trenta di acciaio e dieci di mattoni significa ridurlo alla sua realtà grezza e fisica. Inoltre, mostrare gli “ingredienti” di un edificio ci consente di immaginare un luogo tale e quale era prima di essere costruito e come sarà poi nel futuro, dopo che sarà demolito”, ha dichiarato recentemente.
Domenico Oliviero

 

 

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