26 luglio 2018
il manifesto

Le cariche dei 21 uomini, ma il rimedio non sono le quote

di Silvia Niccolai

Con formulazione introdotta nel 2001 la Costituzione, articolo 51, prevede che, nell’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive, la Repubblica promuova le pari opportunità tra donne euomini. Questa disposizione è stata qualche volta intesa come espressiva di un più generale principio che imporrebbe l’«equilibrio di genere» nella composizione degli organismi pubblici. Sulla sua base, e su quella dell’articolo 117 (le leggi regionali promuovono la parità d’accesso alle cariche elettive) i giudici amministrativi hanno, in un passato recente, ritenuto illegittime giunte regionali monosesso maschili. Con una lettera di questi giorni molte mie colleghe costituzionaliste hanno lamentato il mancato rispetto del criterio di equilibrio nelle recenti elezioni per la Corte costituzionale, il Csm e gli organi di autogoverno delle magistrature speciali, dove su 21 cariche sono risultati eletti, dalle camere e dal parlamento in seduta comune, 21 uomini. Si tratta peraltro in questi casi di nomine che, nel rispetto di certi requisiti, sono per il resto squisitamente politiche (a differenza di quelle delle giunte regionali, considerate atti di alta amministrazione, come tali sindacabili); le costituzionaliste rilevano la violazione del criterio di pari opportunità per invocare, in futuro, una revisione delle prassi, che dovrebbero divenire più sensibili al principio di riequilibrio.

Non mi appaga intendere il criterio di pari opportunità in termini solo quantitativi, come un criterio cioè che sarebbe soddisfatto dalla presenza di un certo numero di ‘rappresentanti dei due generi’ purchessia. Una designazione dettata da soli criteri di partito o appartenenza resta tale, quale che sia il sesso del candidato. Preferisco dunque pensarlo come un criterio qualitativo, volto a favorire metodi aperti e trasparenti per l’individuazione di chi accede alle cariche pubbliche. Così inteso, ossia come stimolo a ripensare i modi di accesso alle cariche, l’articolo 51 non esprime la morale per cui le donne, a lungo escluse dal potere, devono essere compensate ottenendone un pochino anch’esse, lasciando però, del potere, immodificati i costumi e le imperscrutabili logiche, ma esprime la consapevolezza che desiderare una maggiore partecipazione delle donne alle istituzioni, e in generale una partecipazione più egualitaria e diffusa, ci sollecita a pensare una trasformazione delle prassi cui spesso il potere si accompagna, e in cui si esprime. L’obiettivo delle pari opportunità è rispettato, dicono del resto le Corti, quando è garantita ai due sessi parità di accesso alle selezioni, pari opportunità di competere per ottenere un incarico, non il successo nella selezione, ossia la conquista dell’incarico.

Forse non sarebbe una cattiva idea adottare, per le elezioni o le nomine agli organi costituzionali o di rilievo costituzionale, alle autorità indipendenti, e simili, procedure che prevedano che i partiti (o gli organi competenti alla proposta) primo, motivino la scelta dei loro candidati, e, secondo, questi ultimi vengano poi sottoposti a una audit parlamentare (è un po’ il modello statunitense) dove deputati e senatori, e esperti indipendenti, ne discutano il lavoro e la personalità intellettuale. Una maggiore proceduralizzazione nelle nomine avrebbe vantaggi. Per le donne, che, per molto tempo lontane dai luoghi del potere, vedrebbero ripristinato un certo grado di equal footing rispetto agli uomini. E per tutti: se si creasse un poco di sfera pubblica intorno a queste decisioni la cittadinanza saprebbe (per lo meno: un po’ di più) chi va a fare cosa e perché. Divenendo prestigioso, il ruolo del sapiente che fa le pulci al lavoro scientifico di una persona candidata sarebbe forse ambito anche più della carica in questione. L’esercizio ragionato e pubblico del giudizio ritroverebbe così spazio, civilizzando l’esercizio del potere.

L’indipendenza, la disponibilità a fare e a ricevere, con lealtà, critiche pubbliche sono qualità difficili e rare, ma, come tutte le virtù, si imparano con l’abitudine e l’esempio. Se è pur vero che, come tante volte è accaduto, procedure poco trasparenti (nel senso che l’opinione pubblica non è messa al corrente dei motivi delle scelte) possono condurre all’individuazione di candidati ottimi, tuttavia esse non giovano mai alla qualità della convivenza, all’educazione civica. Per quanto non vi sia un modo oggettivo di stabilire chi davvero è «migliore», possiamo pur ricercare modi di scegliere migliori, tali cioè da fornire buon esempio.

Proprio perciò, nella mia procedura ideale non metterei un obiettivo di parità, e nemmeno di riequilibrio. Non possono forse esserci, qualche volta, su 21 cariche disponibili 21 candidate donne che risultano preferibili?Nel mantra della parità è fin troppo facile riconoscere, come del resto altre hanno già detto, il vero tetto di cristallo messo alle aspirazioni delle donne.

(il manifesto, 26 luglio 2018)

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