30 aprile 2018

Le donne e il prete. L’Isolotto raccontato da lei (Chioggia, 6 aprile 2018)

di Alessandra De Perini


Un libro dedicato alla madre che suscita un putiferio

Convinta del valore storico-politico del libro di Mira Furlani intitolato Le donne e il prete. L’isolotto raccontato da lei (Gabrielli 2016), ho chiesto io a Carla Neri e a Luciana Talozzi di Insieme ArTe -Amare Chioggia, che da diversi anni mi invitano a parlare nella loro città, di organizzare una discussione pubblica. Loro si sono fidate e mi hanno detto subito di sì. Carla ha invitato anche don Dino De Antoni, arcivescovo emerito di Gorizia e Aquileia, e io sono molto curiosa di sapere che cosa ne pensa lui di questo librino: poco più di 100 pagine, dedicato alla madre Lidia Bresciani, il primo scritto da una donna sulla storia della Comunità dell’Isolotto di Firenze. Un libro che ha sollevato un putiferio nelle Comunità Cristiane di Base, che è stato criticato, attaccato, ritenuto perfino offensivo e, tuttavia, continua a circolare.

 

Oggi non è più tempo di tacere

Il libro ormai c’è e va per la sua strada, presentandosi non come una semplice autobiografia, ma come testo di “storia vivente”. Mi riferisco al nuovo modo di fare storia sperimentato e messo in parole dalla Comunità di storia vivente della Libreria delle donne di Milano (DWF La pratica della storia vivente, ed. Utopia, Roma 2012), che punta sulla verità soggettiva e fa venire al pettine nodi, conflitti che erano stati messi a tacere, ma che, se non li mettiamo in parole, ritornano insistenti nel corso della nostra vita. Dopo cinquant’anni di silenzio, l’autrice prende finalmente la parola. C’è ancora chi la invita al silenzio. Questo, però, per noi donne, non è più tempo di tacere.

 

Una storia vera

Perché è importante il librino di Mira? Qual è la sua attualità? Quali nodi e questioni cruciali affronta? A chi si rivolge principalmente e a chi può servire praticamente?

L’autrice racconta com’è nata all’Isolotto di Firenze la prima Comunità cristiana di base in un susseguirsi di fatti, assemblee e avvenimenti, fino alla denuncia del 14 gennaio 1969 con l’imputazione di “istigazione a delinquere e turbamento di funzioni religiose del culto cattolico” nei confronti di nove persone: cinque sacerdoti, tre laici e una laica, cioè la stessa Casimira Furlani, detta Mira.

A livello profondo, il libro mostra quanto sia difficile per un uomo riconoscere autorità a una donna, come “per un cammello passare attraverso la cruna di un ago”, e racconta quanto lungo, pieno di trappole e di rischi, di incomprensioni e difficoltà sia il percorso che deve fare una donna per stare dentro la Chiesa, senza perdersi e rinunciare alla propria differenza.

 

Un libro che passa di mano in mano

Dopo aver letto questo libro, un anno fa, forte anche della relazione appena iniziata con Mira, mi sono messa subito in movimento e l’interesse suscitato in tante donne e in alcuni uomini mi ha convinta a continuare. A poco a poco, mi sono trovata coinvolta in una vicenda il cui personaggio storico principale è Mira Furlani, cofondatrice con don Enzo Mazzi della Comunità di base dell’Isolotto. Ecco allora i due incontri di discussione a Mestre l’anno scorso, di cui è rimasta traccia perché li ho trascritti, poi una lunga recensione per la rivista trimestrale di azione Mag e dell’economia sociale di Verona (n. 3/4 luglio-dicembre 2017), infine le presentazioni alla Libreria delle donne di Padova, alla Feltrinelli di Parma, a Chioggia, prossimamente a Mirano, forse a novembre a Reggio Emilia. Per dare continuità nel tempo a questo libro ho messo in atto la mia rete di relazioni e conoscenze e, con l’aiuto prezioso dell’amica Désirée Urizio, ho fatto ricerche, ho raccolto documenti, foto, immagini, scritti, brevi filmati.

 

Il percorso di formazione dei preti

Con il gruppo “Donne e uomini in cammino”, di cui faccio parte e che si riunisce a casa di don Gianni Manziega, direttore della rivista Esodo, dopo aver discusso questo libro si è deciso di organizzare in autunno una giornata di riflessione aperta a credenti e non credenti, proprio a partire dalle tante questioni che il libro pone. Una di queste è la necessità, l’urgenza che gli uomini cambino radicalmente, adesso che le donne sono cambiate e affermano concretamente, in ogni campo della vita sociale, politica e lavorativa la propria libertà.

C’è un numero della rivista Esodo intitolato appunto Donne e uomini in cammino (n.3, 2015) che precede la pubblicazione del libro di Mira ma ne anticipa alcuni nodi. Nell’editoriale, firmato da Paola Cavallari e Gianni Manziega, è posta la questione della “relazione tra clero e donne”. Qui ho trovato due testimonianze molto significative che vorrei citare: una di Pierluigi Di Piazza, parroco di un paese in provincia di Udine, e l’altra dello stesso don Gianni Manziega. Entrambi parlano della loro formazione come sacerdoti e del loro rapporto con le donne. Il primo racconta della sollecitazione continua, quando era giovanissimo seminarista, a non incontrare nessuna ragazza, a rifuggirla come potenziale pericolo. In nome della legge del celibato obbligatorio per i preti, la donna è stata il soggetto deliberatamente escluso nella sua vita di uomo e di prete. Si è trattato di un percorso di “subdola violenza e repressione”, una dolorosa negazione. Il secondo scrive che non faceva parte della preparazione al ministero il problema “donna”, come se la Chiesa fosse “una comunità di soli uomini maschi”. Il giorno dopo l’ordinazione, ciascun prete doveva arrangiarsi per trovare nel rapporto con la donna il giusto equilibrio, tra imbarazzo, errori, timori. Di fatto, il seminarista era espropriato della propria corporeità, considerata fonte di peccato. C’era disprezzo per la donna, figlia di Eva che offrì all’uomo il tragico frutto. Altro che collaboratrice! La donna doveva essere una variabile insignificante e marginale all’interno della comunità cristiana, anzi un pericolo da evitare. “Questo tipo di educazione – continua don Gianni – suscitava in me un duplice sentimento: da una parte il desiderio represso della conoscenza di un ignoto da cui mi sentivo attratto e, dall’altra, la negazione e persino demonizzazione del mondo femminile”.

Questi testi sono prime forme di autocoscienza maschile che sarebbe molto importante si moltiplicassero tra gli uomini, dentro e fuori la Chiesa. Le donne hanno preso coscienza della condizione di non libertà in cui si trovavano, hanno detto pubblicamente la verità soggettiva e adesso è veramente tempo che anche gli uomini prendano le distanze dai meccanismi di potere interiorizzati, riconoscano l’altra, la donna, come uno dei due soggetti della storia umana, assolutamente libera, indipendente dai giochi del potere maschile. Ciò che deve cambiare è la forma mentis, un intero sistema di simboli e linguaggi, di criteri e valori, di pratiche e tradizioni di origine maschile. Solo così l’attuale conflitto tra i sessi può tradursi su un piano più alto e nuove forme di relazione tra uomini e donne si rendono possibili.

 

Un cambiamento necessario

Invece di accontentarci di luoghi separati, da tempo molte di noi hanno capito che, perché le cose cambino a livello profondo, conviene fare un cammino condiviso, donne e uomini, fuori dai ruoli e dai pregiudizi sessisti, senza separazioni o inclusioni. Di qui la necessità che inizi anche nella Chiesa cattolica, comprese le Comunità di base, una pratica di autocoscienza, soprattutto maschile.

Non è strano, quindi, che una donna come me, impegnata da molti anni nella politica e nel pensiero della differenza, si appassioni a questo libro e faccia in modo che non rimanga isolato come una voce nel deserto, ma sia letto, passi di mano in mano, sia messo in pratica.

Ci sono anche altre motivazioni che riguardano la mia storia politica e di vita e si collegano ad alcune figure femminili della mia famiglia, rimaste vive dentro di me. Non trovo necessario definirmi atea, mi colloco oltre la divisione tra credenti e non credenti, sul piano della libertà femminile e da qui cerco di interpretare i fatti che mi capitano e di comprendere che cosa sta succedendo intorno a me e nel mondo. Sono consapevole che con il femminismo rivendicativo di sinistra nei primi anni Settanta ho rischiato di “buttare via il bambino con l’acqua sporca”. Avevo ragione allora a protestare contro il sistema di potere che si incarnava in figure ben precise di uomini di Chiesa, di Legge o di Scienza, in seguito però ho capito che, se restavo sul piano della critica, della lotta “contro” questo o quel sistema, non avrei trovato risposte al mio bisogno di infinito, di bellezza e di senso, il mio campo d’azione sarebbe rimasto chiuso dentro un orizzonte ristretto. Per fortuna, negli anni Ottanta donne più libere di me mi hanno indicato il tesoro della mistica femminile (dice Mira: “Non dimentichiamo le radici cristiane dell’Europa. Sono radici di libertà e di amore che ci conducono direttamente alle mistiche del Medioevo, alle Beghine e a Margherita Porete”). Poi c’è stata la lettura durata anni dei Quaderni e degli scritti di Simone Weil, il Diario e le Lettere di Etty Hillesum, gli scritti di Luisa Muraro su Margherita Porete, le Beghine, Il Dio delle donne (Mondadori 2003 e Il Margine 2012). Infine la ricerca dell’amica Nadia Lucchesi su Maria (Frutto del ventre, frutto della mente. Maria, madre del Cristianesimo, Tufani 2002) e su Sant’Anna (Anna. Una differente trinità, Tufani 2014). Scopro così straordinarie fonti di sapienza femminile e la mia vita da diversi anni si è aperta alla dimensione del soprannaturale.

 

Dallo storico conflitto tra donne e preti a nuove forme di relazione tra i sessi dentro e fuori la Chiesa

Il percorso religioso, spirituale e politico di tante giovani donne che si coinvolsero nelle lotte e nei movimenti degli anni Sessanta, quando il femminismo non era ancora un movimento di massa, si concentrò attorno a figure carismatiche di sacerdoti coraggiosi e radicali che volevano mettere in pratica il Vangelo, “uomini che credevano fermamente, oltre che in Dio, nella giustizia, nella libertà e nell’uguaglianza tra i popoli e tra i sessi” (dalla prefazione di Doranna Lupi e Carla Galetto della Cdb di Pinerolo a Le donne e il prete). Agli occhi di quelle ragazze “rappresentavano il meglio del genere maschile”, ma ben presto esse fecero i conti con un conflitto indicibile e molto antico che tornava a presentarsi dopo secoli di silenzio e dovettero affrontare concretamente il problema enorme del “posto fatto alle donne dalle imprese maschili, anche quelle più giuste”. Il ricatto, l’aut aut che fu posto loro fu questo: tacere, restare in ombra, lavorare tantissimo, dedicarsi alla comunità senza lamentarsi mai, sottomettersi a un’autorità maschile che si presentava come sacra, intoccabile ma, di fatto, agiva potere, oppure andarsene e sparire per sempre. Il racconto di Mira mette a fuoco questo conflitto storico tra donne e uomini dentro la Chiesa, innalzandolo sul piano della presa di coscienza radicale femminile e mettendo in evidenza la mancata presa di coscienza maschile. Mostra la necessità che si creino nuove forme di relazione tra i sessi, relazioni vere, forme di comunità in cui le donne non siano più semplici “collaboratrici di imprese maschili”, sostenitrici dei desideri degli uomini, e gli uomini cessino di credersi unici soggetti della storia, smettano di giudicare e teorizzare, rinuncino alla loro grandezza immaginaria e siano finalmente, semplicemente se stessi, solamente uomini, appunto. Quando gli uomini scenderanno dal piedestallo in cui si sono collocati, dando misura al loro ego, cominceranno finalmente a parlare in modo autentico, a partire da sé, senza vergognarsi se balbettano di fronte all’autorità femminile, attenta da millenni alla vita materiale, dalla nascita alla morte, esperta nello spirito e nel sapere pratico delle relazioni.

Ecco perché, allora, il libro ha incontrato tanta ostilità: radicalizza il conflitto con la Chiesa come istituzione che assegna alle donne un posto che oggi molte non vogliono più occupare, dà loro compiti e attribuisce “vocazioni” che non rispondono alla vera natura dei loro desideri. Il libro invita le donne a prendere la parola e a dire come stanno le cose, a non tacere in nome della pace e del quieto vivere, a non sacrificare se stesse per il bene della famiglia e della comunità.

Mira afferma che nella Chiesa cattolica ogni conflitto derivante dal nostro essere di due sessi viene falsato, la donna fatta sparire e caricata di colpe. Accanto allo “scacco del silenzio” delle donne nella Chiesa (ne parlano Doranna Lupi e Carla Galetto nel n. 110 di Via Dogana, settembre 2014, e nel n. 111, dicembre 2014), credo che si debba tener conto anche del grande “esodo” femminile dalla Chiesa avvenuto negli ultimi cinquant’anni. Entro questo scenario vanno collocati gli innumerevoli percorsi di donne che, senza rinunciare a Dio e alla propria spiritualità, si sono poste “altrove”, Al di là di Dio Padre, titolo del bellissimo e attualissimo libro di Mary Daly (Editori Riuniti, 1990, recentemente ristampato). Dai molti percorsi femminili di “esorcismo” e di trasformazione si è aperta la ricerca del divino femminile.

 

Il contesto

Le vicende narrate da Mira vanno collocate negli anni che hanno preceduto e seguito il Sessantotto, un’epoca di profonde trasformazioni, di forti aspirazioni di libertà e istanze di giustizia, in cui lo spirito ribolliva e si muoveva velocissimo. Intorno alla storia di Mira ruota l’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta, un intero mondo di rapporti, di speranze e di progetti che scommette sul rinnovamento spirituale e politico della società. L’Isolotto è il luogo in cui si svolse gran parte delle vicende narrate. L’Isolotto era un quartiere periferico di Firenze, immerso nel verde, costruito negli anni Cinquanta secondo criteri di nuova edilizia popolare, per volontà del sindaco La Pira che, infatti, nel 1954 assegnò i primi alloggi popolari a 3000 persone: donne, uomini, bambini, famiglie, giovani coppie che, provenendo dai quartieri popolari di Firenze, dall’Italia del Sud, dall’Istria e dalla Grecia, si trovarono di fronte al compito di dare vita al quartiere allora ancora privo di servizi. Quello stesso anno arrivò all’Isolotto il nuovo parroco don Enzo Mazzi, giovane e desideroso di impegnarsi anima e corpo nella costruzione di una comunità.

Parte della Chiesa cattolica era allora attraversata dagli aneliti di giustizia e dalle istanze di cambiamento che provenivano da diverse parti della società italiana. In particolare, la Chiesa fiorentina era ricca di fermenti preconciliari e vi operavano figure straordinarie e carismatiche di preti, filosofi, pensatori, teologi, poeti, presbiteri, politici che negli anni ’50 e ’60 misero in discussione i privilegi e i fondamenti su cui si reggeva da secoli la Chiesa cattolica, collocandosi dalla parte degli ultimi, dei poveri. Ernesto Balducci, David Maria Turoldo, Ernesto Baroni, don Milani, don Bruno Borghi, Giovanni Vannucci, Giorgio La Pira, detto il sindaco “santo”, erano contemporanei e amici di don Mazzi. La Toscana fu in quegli anni un laboratorio politico e religioso originalissimo e l’Isolotto, terreno vergine, recepì lo spirito di rinnovamento dell’epoca. Non a caso, nacque proprio lì, nel 1968 la prima Comunità cristiana di base.

 

Il nodo irrisolto

Appena arrivato all’Isolotto, don Mazzi chiamò a raccolta i giovani del quartiere nelle “riunioni del giovedì”. Quando Mira lo incontrò aveva vent’anni ed era al suo primo impiego. Di famiglia socialista, iscritta alla CGIL, sapeva poco o nulla di religione, ma aveva dentro un senso di vuoto e un forte desiderio di verità. Quel giovane parroco le dava fiducia. Nacque tra loro una profonda amicizia. Fu così che iniziò l’impegno sociale, politico e religioso di Mira e la sua partecipazione alle vicende dell’Isolotto: la nascita delle prime case-famiglie, la lettera di solidarietà in occasione dell’occupazione del duomo di Parma, il conflitto aperto dal vescovo Florit con don Mazzi e con tutta la comunità dell’Isolotto che lo sosteneva, fino alla rimozione d’ufficio di don Mazzi, il processo, l’interrogatorio in tribunale.

Mira, attraverso don Mazzi, incontrò la forza e l’attualità del Vangelo e da lì condivise con lui una scelta di vita, di partecipazione e solidarietà verso gli ultimi. L’incontro tra loro diede il via a un cambiamento che coinvolse altre e altri. Non aveva alcun sospetto Mira, all’inizio del rapporto con don Mazzi, fiduciosa e innamorata di Gesù, del prezzo alto che lui le avrebbe fatto pagare: la cancellazione del suo impegno materno nelle case-famiglia.

Come tanti uomini, anche i preti, posti di fronte a donne come Mira, capaci di pensiero autonomo e di indipendenza simbolica, invece di stare nello spazio autentico della relazione con l’altra da sé, prendendo atto dei suoi desideri e della sua concreta realtà di vita, hanno agito strategie di negazione, si sono difesi dalla libertà di una donna, nascondendosi dietro l’universale maschile che include il femminile, cancellandolo o inglobandolo e incanalandolo in forme “addomesticate” e controllabili.

La storia del rapporto con don Mazzi e con la Comunità dell’Isolotto è rimasta dentro Mira come un nodo irrisolto che solo cinquant’anni dopo riesce a sciogliere, autorizzata e incoraggiata da alcune donne: Luisa Muraro della libreria delle donne di Milano, Carla Galetto e Doranna Lupi della Comunità cristiana di base di Pinerolo.

 

Un divino in cui riconoscersi

Il libro di Mira ci fa vedere che anche i preti, come tutti gli uomini, non vedono il lavoro di cura e la fatica delle donne per sostenere il ritmo e le difficoltà della vita quotidiana dentro e fuori la Chiesa. Quel lavoro, da un lato, lo esaltano come espressione dell’amore materno, dall’altro, lo danno per scontato, rimanendo così fuori dalla realtà. I preti si comportano come se non sapessero niente dell’amore che ci vuole per portare avanti e tenere unita una famiglia, crescere figli e figlie, lavorare dentro e fuori casa.

Ecco perché penso sia urgente che gli uomini in generale, e quelli di Chiesa in particolare, si aprano alla realtà e provino gratitudine, riconoscenza per la vita ricevuta da una donna.

Mira con il suo racconto ci invita a collocarci oltre l’imperativo cattolico di amare tutti in egual modo, ricordandoci che, nel perseguire l’uguaglianza a tutti i costi, una donna perde se stessa e la propria soggettività perché esce dall’ordine simbolico della madre che costituisce la sua esistenza. Bisogna allora che nella Chiesa cessi la retorica dell’amore materno, inteso come dono gratuito e sacrificio di sé, insieme alla rigida divisione dei compiti e dei ruoli.

Ricordiamoci, infine, che nessun uomo, come dice Mira, potrà mai soddisfare il desiderio smisurato di una donna che aspira al divino come bisogno di infinito. Senza un divino in cui riconoscersi – scrive Mira, richiamandosi a “Donne divine” di Luce Irigaray (Mestre 1984) – una donna perde il senso di sé e della propria differenza e costruisce la propria vita attorno a un falso Dio.

 

(www.libreriadelledonne.it, 30 aprile 2018)

 

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