24 settembre 2018

Le mie amiche non femministe 

di Marirì Martinengo

 

Due mie amiche – vicine per età, diversissime fra loro, l’una all’altra sconosciuta, cittadine di città lontane – pur vissute negli anni del femminismo trionfante, non si sono mai avvicinate ad esso, anzi l’hanno guardato con distacco, scetticismo, perfino diffidenza, quasi a dire: “Ma a che pro?”

Io, che sono stata e sono invece femminista convinta, le ho sempre considerate, per questo aspetto, con una certa sufficienza come quelle cioè che non avevano capito l’essenziale, vale a dire la necessità e l’urgenza della rivoluzione.

L’una, Luciana (che ora purtroppo è morta), che si struggeva per non aver potuto studiare e coglieva ogni occasione per colmare le sue lacune, si accalorava per cose pratiche e contingenti, l’altra, Giovanna, insegnante brillante, lettrice accanita, si interessava d’arte e, profondamente religiosa, si dedicava ad opere caritative.

Sovente, negli anni passati, avvertendo la dissimmetria e distanza tra i miei e i loro interessi, ne avevo preso le distanze, a intervalli, senza però far mai mancare alimento alle nostre rispettive relazioni.

Recentemente – un po’ tardi – mi sono resa conto che tutte due – e parlo di Luciana come fosse ancora viva – in modi propri a ciascuna, non avevano e non hanno bisogno di aderire al femminismo, perché pensano e agiscono, in passato e ora, tranquillamente da donne.

Modi di essere che io mi sono dovuta riconquistare.

La prima, d’indole assai comunicativa, ha intessuto una quantità di relazione con donne e uomini del quartiere dove viveva, si è prodigata per rendere questo funzionante, pulito, accogliente: il grande parco che abbellisce il quartiere, è in massima parte frutto della sua iniziativa e dedizione nel tempo. È arrivata a pensare alla cura dell’ambiente, del primum vivere, negli anni Settanta, ben prima di me!

All’epoca della pubblicazione dei miei libri Le Trovatore, ne ha sostenuto vigorosamente e con successo la conoscenza e la diffusione, facendone acquistare delle copie dalle biblioteche milanesi e organizzando uno spettacolo estivo serale nei giardini di Villa Litta.

Giovanna ha costantemente messo in atto una pratica di relazione e di accoglienza: nella sua bella casa di Savona apre frequentemente le sue sale alle numerose amiche; ultimamente per far conoscere loro e regalarglielo con dedica personalizzata, il suo ultimo libro di poesie, Ti sento nel vento. In un suo precedente libro di memorie, Croce fiorita, aveva rievocato, con nostalgia e con grande considerazione, la genealogia femminile familiare. Alcuni anni fa ha messo in moto, coinvolgendole, le sue conoscenze anche istituzionali, per farmi presentare alla cittadinanza uno dei miei libri, La voce del silenzio, nella sala più prestigiosa della città.

Giovanna fa parte della Consorzìa della Madonna della Colonna – di cui è stata priora e ora è priora emerita – unica confraternita composta solo da donne, le cui origini e i cui statuti risalgono al medioevo. Compra, per leggerli e per regalarli alle amiche, copie di libri della nostra Libreria, che mi chiede di fornirle.

Io, e molte altre con me, ho avuto bisogno di praticare appassionatamente il femminismo della differenza per accedere a quei saperi e a quelle consuetudini che Luciana e Giovanna, custodivano e custodiscono dentro di sé e amministravano amministrano con naturalezza nei consorzi sociali. Non necessitavano nemmeno della consapevolezza che io e altre femministe ci siamo adoperate a infondere e a propagandare. Io sono soddisfatta delle mie scelte, ma non posso non riflettere su questo paradosso.

Cioè le mie due amiche non femministe fanno e hanno fatto, più o meno quello che faccio e ho fatto io, ma passata attraverso trent’anni di macerazione: studiare, scrivere, discutere, organizzare incontri, convegni…

La mia esperienza, maturata nella mia frequentazione dell’una e dell’altra, mi dice che non è stata la mia influenza a contagiarle: esse erano così come le ho descritte, negli anni settanta del secolo scorso, quando le ho conosciute.

Quello che voglio dire è che il sistema patriarcale è stato così devastante e ha imperversato così lungamente e profondamente che ha provocato in alcune donne la rimozione e perfino la cancellazione della consapevolezza di sé e dell’autorità e la libertà che ne discendono, e in altre la necessità di lotte secolari per poter tornare ad essere se stesse e pensare e agire secondo quanto detta la propria naturale inclinazione. Luciana e Giovanna hanno vissuto e agito la propria femminilità in maniera piena, libera e autorevole, senza vederne l’aspetto politico.

Aggiungo due notizie recenti: per Luciana, in seguito all’interessamento e alle richieste insistenti della Associazione Amici del Parco e mio personale, appoggiata dalla Libreria delle donne di Milano e dal LabMi, abbiamo ottenuto, da parte del Comune di Milano, di nominare, sulla targa toponomastica del Parco di Affori, Luciana Cella quale creatrice del Parco stesso.

Il figlio di Luciana, Stefano Guffanti, in questi ultimi mesi, ha raccolto e ordinato la documentazione che testimonia l’attività della madre, tesa a fare della città luogo rispondente alle esigenze di coloro che vi abitano; ella si è spesa non solo per il quartiere dove abitava con la famiglia, ma anche per il piccolo paese Pella, prospiciente il lago d’Orta, loro residenza estiva. Quindi Stefano si è rivolto a me per avere indicazioni riguardo ad archivi cittadini, Centri documentazione Donna, eccetera, interessati ad accogliere, catalogare, disporre alla consultazione il materiale di quante – senza etichette – si sono spese per migliorare la vivibilità dei luoghi di residenza; la mia ricerca non ha conseguito risultati: Milano, città per altro civile aperta al nuovo, difetta di tali fondazioni e io non posso se non concludere formulando la speranza che tanto prezioso lavoro di cura non venga disperso, ma trovi collocazione adeguata e torni utile ad altre future ricerche.

 

(www.libreriadelledonne.it, 22 settembre 2018)

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