6 febbraio 2018
Repubblica

«Le nuove suffragette? Sono le donne di #metoo»

di Luigi Ippolito

 

Cento anni di lotte, cento anni di conquiste: il 6 febbraio del 1918 le donne britanniche (purché sopra i 30 anni e proprietarie di case) ottenevano il diritto di voto. Un traguardo raggiunto soprattutto grazie alle battaglie di un indomito gruppo di militanti, le suffragette, guidate da una figura carismatica, Emmeline Pankhurst. Oggi la sua pronipote, Helen, ha raccolto il testimone di famiglia nell’impegno per i diritti femminili: e in occasione del centenario pubblica «Fatti, non parole», la storia di un secolo di campagne dalla parte delle donne.

Signora Pankhurst, perché questo libro oggi?

«Per me è stata l’opportunità per avere un approccio più riflessivo alla mia eredità. Ci ho lavorato due anni e ho pensato che il centenario sarebbe stato l’occasione giusta per uscire. Ma in realtà il 2018 è diventato un anno simbolico e importante di per sé: è potenzialmente una pietra miliare non per una legge, come allora, ma perché gli atteggiamenti stanno cambiando. Abbiamo tante donne che dicono: così non va, ne abbiamo abbastanza, abbiamo bisogno di un cambiamento. Il #metoo, #timesup, la questione dell’eguaglianza salariale: il libro parla alla realtà di oggi, stiamo assistendo a qualcosa che ha una importanza di per sé: in futuro diremo che il 2018 è stato un anno simbolico per il cambiamento».

Come si rapporta alla bisnonna Emmeline?

«Ciò che ha tenuto alto il mio interesse per la mia bisnonna era la gente, particolarmente le donne, che mi chiedevano: “Hai un cognome famoso, che cosa significa per te?”. Ho avvertito per tutta la mia vita che dovevo continuare quella battaglia perché potevo avere una voce, poiché la gente si interessava a me per il mio cognome. Una volta incontrai una Caroline Pankhurst: cercai di capire se fossimo parenti, ma lei mi spiegò che aveva avuto un divorzio difficile e aveva voluto cambiare il nome preso dal marito, tuttavia non voleva riprendere il cognome del padre. Allora si era detta: “Quale nome ammiro? Pankhurst! Mi chiamerò Caroline Pankhurst!”».

Che rapporto c’è tra le lotte delle suffragette e le battaglie attuali?

«Oggi siamo entrate nella quarta ondata del femminismo. Lo pensavo già prima degli eventi degli ultimi mesi, osservando la crescita di giovani donne che hanno fiducia nel loro femminismo. Ci sono molti paralleli con le suffragette: le giovani stanno ancora sfidando le norme comunemente accettate, non stanno più sfidando le leggi come allora, ma anche adesso ci sono donne che dicono basta, che si mettono assieme e dicono che possiamo cambiare le cose».

A volte sembra però di assistere a un conflitto generazionale nel movimento femminista…

«Una ragazza mi aveva chiesto: “Dovremmo dire grazie o fuck you alle precedenti generazioni di femministe?”. Io dico: tutte e due le cose. Il nostro femminismo è diverso, ma il mio istinto è di stare con le giovani generazioni, perché la battaglia è nelle loro mani, bisogna ascoltare la voce di chi è al fronte più di chiunque altro. Ma comunque direi grazie alle precedenti generazioni».

Che ruolo possono o debbono avere gli uomini nella liberazione femminile?

«Una delle principali ragioni per cui Emmeline divenne politicizzata fu il lavoro e il sostegno di suo marito: nella nostra famiglia gli uomini sono sempre stati coinvolti nelle campagne, noi non andremo da nessuna parte senza includere gli uomini. È possibile avere un modello di uomo mascolino che è anche un vero femminista, abbiamo già uomini femministi nella sfera pubblica, come il sindaco di Londra Sadiq Khan: loro rappresentano una alternativa per gli uomini».

(La Repubblica, 6 febbraio 2018)

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