2 febbraio 2017

Le radici materne dell’economia del dono. Incontro con Genevieve Vaughan

di Luciana Tavernini

Introduzione all’incontro in Libreria delle donne, Milano 28 gennaio 2017: L’economia del dono precede e oltrepassa contratti e mercati. Riconoscerne l’origine materna, coglierne i legami col linguaggio e con gli sviluppi delle neuroscienze ci permette di non relegarla nel privato. Riabilitare il “dono unilaterale”, da non confondere con l’amore né con lo “scambio dei doni”, come può modificare i nostri comportamenti? Quali contraddizioni politiche si aprono? Ne discutiamo con Genevieve Vaughan, a partire dal suo libro Homo donans. Per un’economia del materno (VandAePublishing, 2015) e dagli interventi del convegno, da lei promosso e sostenuto, Le radici materne dell’economia del dono (2015), raccolti in una pubblicazione dal titolo omonimo (VandAePublishing, gennaio 2017). Introduce Luciana Tavernini.

È qui con noi Genevieve Vaughan, la maggiore studiosa dell’economia del dono e delle sue origini materne, che dagli anni Ottanta mette in luce una complessa e articolata visione del mondo, collegando ma anche confliggendo con scoperte e interpretazioni dell’economia, sociologia, politica, biologia, neuro-scienze, linguistica, filosofia, antropologia, come dimostra il convegno di Roma del 2015 Le radici materne dell’economia del dono, da cui è nato il libro dall’omonimo titolo, freschissimo di stampa (VandAePublishing, gennaio 2017). Sono presenti le editrici Angela Di Luciano, Vicki Satlov e Silvia Brema.

Questo convegno mostra la capacità di fare rete di Genevieve, in primis, e la forza interpretativa della teoria da lei messa a punto. Di questa rete e delle connessioni teoriche e pratiche mi piacerebbe che ci parlasse lei stessa, ma potete trovare informazioni sui siti www.gift-economy.com e www.Economiadeldono.org

Io desidero innanzi tutto parlarvi di come sono giunta a conoscerla perché credo che così possiate cogliere come questa teoria riesca a farci vedere comportamenti già in atto e come, riconoscendoli, possiamo vivere e agire oggi in modo più libero. In questo mio percorso ho anche incontrato donne che fanno parte della rete, che hanno partecipato al convegno e scritto nel libro.

Sono arrivata a scoprire la teoria del dono e a incontrare Genevieve grazie alla pratica della Storia Vivente, che dal 2006 porto avanti qui in Libreria con le amiche della Comunità. Vi anticipo che sabato 11 marzo per tutta la giornata abbiamo organizzato qui un convegno. Potete trovare la lettera di invito, materiali e informazioni sul sito della libreria delle donne http://www.libreriadelledonne.it/convegno-sulla-pratica-della-storia-vivente/ .

Avevo enucleato un nodo relativo al comportamento di mia madre che a volte mi irritava e infastidiva: mi pareva troppo generosa, non nascondeva però la nostra povertà ed era capace di esprimere giudizi senza infingimenti, senza bon ton. Leggendo questi comportamenti all’interno del sistema patriarcale e capitalistico li vedevo come dispendio, oblatività, rozzezza e non coglievo il nesso tra generosità e autorizzarsi a esprimere giudizi non condiscendenti. Quando, riflettendoci, nel 2010 scrissi per la rivista spagnola Duoda un saggio pubblicato l’anno successivo in Dwf (“Gli oscuri grumi del disordine simbolico” in DWF, n. 3, 2012), individuai la categoria della munificenza, che non dipende dall’essere ricche o povere. Si può essere ricche e misere e invece povere e munifiche.

Avevo visto in mia madre e anche in mia nonna “modelli di autorità femminile per un altro modo di esserci”, come dice Chiara Zamboni (“La notte ci può aiutare” in Il pensiero dell’esperienza, a cura di Buttarelli e Giardini, Baldini e Castoldi Dalai, 2008), donne che non aspettano che il capitalismo finisca, ma qui e ora aprono altri spazi dove regna una sapienza femminile dei rapporti umani. Questa interpretazione mi rese capace di leggere diversamente anche comportamenti miei, di amiche, di mio marito e mio figlio, cosa che mi rese più libera e autorevole.

Sempre, quando scopro qualcosa di importante per me, cerco altre e altri che ne abbiano parlato o scritto, soprattutto pensatrici dell’esperienza, cioè donne che in relazione con altre fanno teoria riflettendo sul loro modo di stare al mondo, sulle pratiche che mettono in atto.

Sono molto fortunata perché in Libreria è così che facciamo e quasi tutte le donne e qualche uomo che vengono invitate/i a confrontarsi si muovono in questo senso.

Ho potuto così conoscere, grazie a Laura Modini e Silvia Baratella che l’avevano invitata due volte, Francesca Rosati Freeman. Lei col suo libro Benvenuti nel paese delle donne. Un viaggio straordinario alla scoperta dei Moso (XL edizioni 2010) e poi con un documentario Nü Guo. Nel nome della madre, girato con Pio D’Elia (Dharma production 2014), ci ha fatto conoscere il popolo Moso, un esempio vivente di società matriarcale. Si tratta di circa 40.000 persone che vivono in Cina con un’organizzazione sociale matrilocale e matrilineare, dove figli e figlie vivono e producono nella casa e nella terra della madre, separando la vita familiare da quella amorosa. Una ragazza giunta a maturità sessuale ha una stanza in cui accogliere il giovane scelto come amante, che il mattino successivo torna alla casa di sua madre.

Si pratica la maternità allargata per cui ogni componente della famiglia materna (madre, nonna, sorelle, fratelli, zie e zii materni) dona alla creatura le cure materne necessarie e alla genitrice libertà nel vivere la sua maternità. Le decisioni collettive vengono prese col metodo del consenso.

In questa società vi è assenza di violenza, di gelosia, non esiste abbandono di minori né di persone anziane. Sono solo alcuni accenni a quanto in modo più articolato Freeman dice anche nel suo saggio, nel libro nato dal convegno, in cui ci aggiorna su come il popolo Moso abbia organizzato i soccorsi per i villaggi colpiti dal terremoto del 2012 e su come nella situazione attuale sia in atto un attacco al modo tradizionale di vivere da parte di società e del governo cinese con quelle modalità capitalistiche che stanno diffondendosi in Cina, ma ci mostra anche come il popolo Moso abbia reagito, in modo pacifico senza rompere la solidarietà e salvaguardando la natura del lago Lugu, diventato zona turistica.

Successivamente io stessa ho invitato alla fine del 2014 Heide Göttner-Abendroth, che con il suo lavoro quasi quarantennale di ricerca sul campo, ma soprattutto di comparazione tra le ricerche, in particolare di studiose e studiosi nativi, ha fornito il paradigma delle società matriarcali fondando i Moderni Studi Matriarcali. Nel suo libro Le società matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondo (Venexia 2012, p. 257) ne ha messo in luce le caratteristiche a 4 livelli (sociale, economico, politico, spirituale/culturale), permettendoci così di cogliere elementi comuni strutturali nella diversità delle attuazioni legate alle condizioni specifiche. Non mi dilungo perché trovate un suo saggio nella sezione Pratica nelle realtà non occidentali del libro sul convegno.

Per proporre e preparare l’incontro del 2014 lessi il suo libro sulle società matriarcali, ricchissimo di esempi molto precisi di culture in tutti i continenti, e lì ho incontrato per la prima volta Genevieve Vaughan e il suo libro Per-donare: una critica femminista dello scambio (1997, Meltemi 2005, ora ripubblicato da VandAePublishing) che ho cercato in libreria e biblioteca senza riuscire a reperirlo. Era possibile come e-book, cosa per me ancora oggi non gradita. Mi sono limitata perciò a leggere alcuni saggi in internet che mi hanno convinta della radicalità e nello stesso tempo della rispondenza anche alla mia esperienza, a differenza di altre interpretazioni sul dono, penso a Mauss in particolare.

Quando l’aprile scorso la MAG di Verona, Società Mutua per l’Autogestione, e la Libera Università dell’Economia e degli Scambi nell’ambito del Master breve in Pedagogia delle Relazioni ha invitato Genevieve Vaughan per un incontro, ho chiesto a Loredana Aldegheri, una delle fondatrici della MAG, di potervi partecipare.

Genevieve era in compagnia di Maria Luisa Gizzio, l’amica romana scomparsa alla fine dello scorso anno, e di cui desidero ricordare l’entusiasmo con cui sapeva creare relazioni tra donne, e non solo, in ambiti diversi. Nel sito della Libreria c’è un suo ricordo.

Nell’incontro Genevieve ha delineato a grandi linee gli intrecci che costituiscono la teoria del dono di origine materna, lasciando ampio spazio al dibattito. Mi hanno colpito, data la mia formazione marxista e sociologica, gli aspetti economici di critica sia al capitalismo sia al patriarcato, mostrando delle caratteristiche alternative già in atto e, dato il mio lavoro di insegnante, quelli legati allo sviluppo infantile e quelli linguistici.

Genevieve mi ha donato il suo primo libro in italiano che ho subito letto. Ho così voluto questo incontro. Ho potuto leggere anche il suo secondo in italiano Homo donans. Per un’economia del materno (VandAePublishing, 2015) che mi hanno confermato la profondità e l’ampiezza del suo discorso che, avendo il piacere della sua presenza, lascio a lei il compito di esporvi.

Voglio però accennarvi ad alcuni dei 27 interventi del libro sul convegno perché ciascuno amplia il discorso con prospettive inaspettate e un linguaggio che la necessità di sintetizzare ha reso chiaro e godibilissimo, mantenendo quasi sempre la vivacità dello scambio in presenza e nel contempo una scorrevolezza, dovuta all’attenta riscrittura degli interventi da parte delle autrici e anche all’accurato editing della casa editrice.

Nei saggi della prima parte dedicati alla Teoria, segnalo quello di Luciana Percovich, che molte di noi conoscono come femminista, saggista e curatrice della collana Le civette della casa editrice Venexia, che mette in luce, anche sulla scia delle ricerche pionieristiche di Marija Gimbutas, chiavi di lettura comuni delle sculture e pitture nelle grotte santuario del Paleolitico fino a giungere alle numerose Madonne del latte dipinte in Italia tra l’anno Mille e il Quattrocento, quello di Francesca Brezzi, docente di Filosofia Morale (Roma 3) che ripercorre le teorie del dono ma soprattutto si sofferma sulla relazione placentare incrociando il pensiero di Luce Irigaray e le opere placentarie della fine degli anni Settanta della pittrice futurista Barbara; quello di Elena Pulcini, docente di Filosofia Sociale a Firenze che, dialogando anche con altri teorici del dono, mostra come esso ci porti a una nuova concezione dell’essere, capace di accettare la costitutiva fragilità del soggetto e la necessità della relazione, una passione per l’altro da sé, proponendo dunque l’universalità della cura, facendo sì che le donne da soggette alla cura (e al dono) diventino soggetti di cura (e di dono); quello di Alberto Castagnola, ricercatore dello SVIMEZ (Associazione per lo Sviluppo del Mezzogiorno) e dell’ISPE (Istituto di Studi per la Programmazione Economica), sui contributi del pensiero della decrescita alle teorie del dono.

Penso anche all’analisi che Daniela Falcioni, docente di Etica Sociale in Calabria, fa della struttura del dono a partire dal romanzo del 2005 Slow man di Coetzee, premio Nobel nel 2003; alla denuncia dei tentativi di eliminazione della madre operati dal neoliberismo con il concetto di parità del femminismo liberale dell’Unione europea, la medicalizzazione della maternità, le tecnologie riproduttive, l’espropriazione delle competenze materne, come fa la ricercatrice che si muove tra Austria e USA Mariam Irene Tazi-Preve; al saggio di Susan Petrilli, docente di semiotica a Bari, che sintetizza i principali aspetti della teoria del dono applicata al linguaggio, dal come lo apprendiamo, alla costruzione del mondo attraverso di esso, alla relazione tra chi scrive e chi legge, alla pratica della traduzione.

Nella seconda parte, intitolata Pratica, mi hanno colpito gli esempi di odierne società matriarcali come l’eco-villaggio Nashira in Colombia, di cui parla Angela Dolmetsch, giurista che ha studiato tra la Colombia e la Gran Bretagna, oppure come la Pagoda Community, costituita da donne lesbiche a St. Augustine in Florida dal 1976 alla fine degli anni Novanta, e il Michigan Music Festival dal 1975 al 2015, di cui ricostruisce le storie l’attivista statunitense Lynn Daniels, ma soprattutto mi ha fatto riflettere l’esame di Kaarina Kailo, docente e politica finlandese, di come nel suo paese le politiche neoliberali stiano distruggendo quel tipo di stato sociale, le cui caratteristiche possono leggersi come espressione del dono. Lei lo fa con esempi puntuali, a volte raccapriccianti come, ad esempio, per ridurre i costi dell’assistenza l’introduzione di animali meccanici per anziani o lampade per ricordare ai malati di Alzheimer di mettere in forno il cibo surgelato. Esempi che insieme alle riflessioni teoriche ci permettono di cogliere quello che anche da noi si sta tentando di fare, collegandolo tra l’altro agli obiettivi del recente Trattato di Lisbona dell’Unione Europea. Mi ha colpito la resistenza in Italia alla medicalizzazione della maternità e della nascita, di cui un esempio è la creazione di madri peer to peer, nell’intervento di Elena Skoko, fondatrice tra l’altro dell’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica Italia (ovoitalia.wordpress.com); il modo diverso di utilizzare internet da parte delle donne di cui parla Anna Cossetta di Sociologia a Genova.

Nella terza parte, oltre ai già citati saggi di Freeman e Göttner-Abendroth, quelli sul tema dell’adozione, confrontando le modalità occidentali con quelli di popoli dell’Africa Occidentale, esaminati dalla scrittrice e attivista senegalese Coumba Touré.

Infine nell’ultima parte intitolata Spiritualità ho potuto constatare, grazie a Morena Luciani Russo fondatrice dell’Associazione Laima di Torino, il permanere di elementi matriarcali e di dono in riti praticati ancor oggi legati alla panificazione collettiva in Abruzzo, Campania e Sardegna. Mi ha colpito anche nel saggio della scrittrice statunitense Vicki Noble, che chiude il libro, la relazione tra la produzione naturale dell’ossitocina attraverso riti di guarigione contemporanei, soprattutto femminili, e le più recenti ricerche di neurobiologia che mostrano la funzione sociale e curativa di questo ormone.

Ho fatto questa carrellata personale e non esaustiva per darvi un’idea della ricchezza e dei legami internazionali con cui il lavoro di Genevieve Vaughan si intreccia.

Ma ora la parola a lei e poi a voi che con le vostre riflessioni e domande ci indicherete quali elementi approfondire.

(www.libreriadelledonne.it, 2 febbraio 2017)

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