8 maggio 2015

Lettera aperta a Marco Bascetta del quotidiano il manifesto sulla manifestazione milanese del 1°maggio

di Luisa Muraro

Nell’articolo del 5 maggio criticate i manifestanti violenti, i cosiddetti black bloc, che erano una minoranza ma hanno monopolizzato la situazione. Sono d’accordo per criticarli ma, a parte che non si è fatto niente (che io sappia) per prevenire il loro discutibile protagonismo, a parte che in queste cose bisognerebbe prestare più ascolto a Naomi Klein (non sapete quello che ha consigliato di fare? male), la critica che fate ai b.b. è a sua volta discutibile.

È vero, questi manifestanti neromascherati cercano lo scontro per fare un teatro, come dite nel titolo: la prova di forza che mima la rivolta che non c’è. Ma voi che cosa fate? tenete gli occhi fissi sulla rivolta che non c’è. E intanto non guardate quello che c’è. Oppure forse guardate, ma non vedete. Oppure, vedete ma non vi sembra importante, e lasciate perdere.

Ecco il punto che m’interessa.

Avere occhi per vedere e parole per dire quello che c’è, è tremendamente importante. La politica del simbolico, contrariamente a quello che mostrate di pensare, è decisiva. Il capitalismo finanziario ha il suo linguaggio, sono i soldi, che sono diventati, con il fatto che ci sono o che non ci sono, che sono troppi ma in concreto non sono abbastanza, un’occupazione invasiva della politica, della vita quotidiana, della mente. Tanto più che, con i soldi, chi ne dispone compra un sacco di immagini e di parole. Quelle e quelli che non desiderano finire così invasi, che cosa possono fare?

I b.b. offrono la loro mimica violenta a due facce: voglia di sfogo rabbioso e ambizione di farsi interpreti di altre e altri. Qualcuno si sente interpretato, altri e altre, no.

Ma tu, Bascetta, e il manifesto e io stessa, che cosa offriamo? La mia risposta è questa: attenzione, ascolto, capacità di tradurre in parole la realtà che cambia o può farlo, parole le più fedeli e incisive, che diano riconoscimento a chi cerca, ama, desidera. Raccontando e argomentando, facciamo conoscere le ricchezze di coloro che oltre a resistere, inventano e realizzano. Non solo, in una realtà che appare a pezzi, possiamo stabilire dei collegamenti, individuare legami non appariscenti ma sostanziosi, scorgere sviluppi possibili già all’orizzonte.

Criticare si deve e noi lo sappiamo fare, forse fin troppo. Per contro ci manca, non dico la bacchetta del rabdomante (che non sarebbe male: la scienza la ammette!), ma più semplicemente occhi per guardare, orecchie per ascoltare, testa da applicare.

Chi vuole trasformare la realtà in meglio, non escluda che la realtà stessa lo vuole e che forse lo sta facendo. Se non lo vediamo, noi, con le nostre critiche e i nostri discorsi, diventiamo un ostacolo.

(libreriadelledonne.it 08/05/15)

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