19 maggio 2017

Lettera DI una professoressa

di Vita Consentino

A volte uno spettacolo teatrale può essere un modo, forse migliore di altri, per porre una questione e discuterne pubblicamente. Soprattutto se si tratta di fatti e cambiamenti recenti che vanno ancora raccontati, perché non sono stati ben registrati nella società. È quello che è capitato venerdì 12 maggio, alla scuola T. CIRESOLA con l’incontro Lettera DI una professoressa, organizzato da Diana De Marchi, Vita Cosentino, Nicola Iannaccone, Alessio Miceli, Marina Santini.

La serata è cominciata con la rappresentazione di un Dialogo immaginario tra un ragazzo di Barbiana e una professoressa (curato dell’associazione DireFareDare) a cui è seguito un dibattito su Ripensare una scuola pubblica di tutti e di tutte.

È stato un ricordo anomalo di Lettera a una professoressa. A 50 anni dalla sua pubblicazione, l’ha rievocata, ha fatto risuonare oggi la voce e le parole dei ragazzi di Barbiana di allora e del loro maestro don Milani, mettendola però in tensione con quel tanto che è capitato all’altro polo della relazione: la professoressa.

È la prof ora a parlare e a far luce su un complesso di questioni che interessano l’attuale sistema didattico. Racconta una nuova storia di tante, tantissime donne e riconosce alla scuola pubblica il merito di avere promosso l’istruzione femminile. Per le ragazze la scuola è stata uno dei fattori principali di libertà e crescita personale.

Don Milani è stato un grande educatore di giovani maschi poveri, a cui ha dato molto di più che un’istruzione. Ha dato loro la parola: poter portare un proprio punto di vista sul mondo. L’importanza che ha dato alla parola (che lui scriveva con la P mauscola) e la sapienza con cui ha fatto scuola arrivano fino a noi.

Ma c’è una questione di fondo in cui ha mancato. Il cardinal Martini l’ha chiamata “la strana assenza” delle donne. In una sua conferenza del 1983 riguardante Esperienze pastorali e ripubblicata in questi giorni dalla rivista “Vita e Pensiero”, il cardinale, a fronte della grande presenza delle donne nella chiesa di cui don Milani non fa nessun conto, insiste su questo punto e dice: “Si ha quasi l’impressione che per lui il problema pastorale sia solo quello di come portare gli uomini in Chiesa, come portarvi i ragazzi. Vi è una concentrazione esclusiva, di carattere pedagogico su questo elemento, mentre non trova spazio l’attenzione ai problemi sul posto della donna nella cultura, nella Chiesa, nella società. È una lacuna che denota una certa carenza di concretezza nei confronti di ciò che costituiva un aspetto fondamentale dell’esperienza sociale e umana, destinato a così profonde e rapide trasformazioni negli anni successivi.”

Nel dibattito il tema di questa assenza è stato ripreso per mostrare come in don Milani quella mancanza provochi un punto di arresto nel pensiero. E questo perché non vede l’altra, irriducibile sia ai pierini che ai gianni, quella piccola Maria o Concetta che non è andata fisicamente alla scuola di Barbiana. Ma soprattutto che era assente dal suo pensiero. Come lo è dal pensiero di molti intellettuali di allora e di oggi.

Il dibattito ha mostrato come oggi si debbano e si possano riaprire le questioni perché viviamo in un tempo a cui le donne hanno dato l’impronta più viva, con il cambiamento della condizione femminile e del rapporto tra i sessi.

Nei 50 che ci separano da don Milani la scuola si è femminilizzata e questo viene spesso ancora percepito come una svalorizzazione, una dequalificazione del mestiere. È una visione miope e fuori tempo. Le moltissime donne che hanno scelto l’insegnamento vi hanno portato una rinnovata passione e una vivacità intellettuale inedita. Le più consapevoli e impegnate hanno messo massimamente in luce l’importanza della relazione e del “come ci si parla” nel processo educativo. Ora si vede bene che in classe ci sono ragazzi e ragazze con un corpo e con una storia e non vasi vuoti da riempire a piccole dosi con un sapere neutro. Queste esperienze rompono con l’uniformità, con le prove standardizzate, con il controllo.

Viviamo in un tempo che va incontro alla differenza e uscire dall’uniformità e orientarsi in modo differente può dare un grande impulso all’educazione. Soprattutto in una scuola che ormai è molto segnata da presenze straniere.

In sala anche uomini di associazioni come Maschile Plurale che hanno mostrato di accogliere e interloquire con le idee e le trasformazioni concepite da donne in questi anni. Altre voci – femminili – hanno rimarcato le criticità della scuola del nostro tempo e delle relazioni tra colleghe e con le mamme e i papà.

Il contributo femminile non può essere visto nei termini di un’aggiunta o di un andare a pari con gli uomini. Non basta per intendersi nell’insegnamento della letteratura del ‘900 inserire le scrittrici che tuttora mancano, senza riflettere sul canone e su tutto il resto. La migliore cultura femminista questi problemi li ha posti da tempo, quella che è mancata è la ripresa da parte della politica della sinistra.

Non basta inserire l’educazione alle differenze vicino a tutte le altre educazioni, quella stradale, quella alla legalità, alla cittadinanza e quant’altro. Anzi non serve, perché quella che stiamo scrivendo è la Lettera DI una professoressa, non di una sola, ma di molte moltissime prof e maestre.

(www.libreriadelledonne.it, 19 maggio 2017)

 

 

 

 

 

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