21 Gennaio 1996

“L’assasino di via Malcanton” di Giuliana Iaschi

Serena Fuart

Quando l’ho comprato pensavo fosse un giallo, sarebbe stato il primo che leggevo ambientato nella mia città.
Ma subito, fin dalle prime pagine, ho intuito che del giallo c’era solo la struttura che la scrittrice triestina, Giuliana Iaschi, ha usato come sfondo per dar voce a qualcosa che portava dentro di sé.
Scivolai allora lentamente nella lettura lasciandomi immediatamente coinvolgere dalle descrizioni della città, forti ed evocatrici dell’antropologia, della cultura e tradizione del posto.
Mi sono sentita sprofondare dentro il cuore di Trieste, questo bizzarro luogo, percepito dagli abitanti come stato a se stante, fuori dall’Italia e dal mondo, città nei cui confini si rinchiudono l’inizio e la fine della storia dell’umanità.
Mai come in quelle descrizioni ho sentito così forti le barriere psicologiche e fisiche della mia città d’origine, dentro cui si consumano esperienze e vite, tutto come all’interno di un mondo dentro un mondo, dove al di fuori nessuno può capire mentre all’interno è davvero tutto quasi scontato.
Aspettando il delitto entravo nella trama, nella triste storia d’amore di due persone comuni, così sofferenti e così tangibili, sembrava quasi dovessi incontrarli per strada. Mi lasciavo coinvolgere dal loro dolore che sentivo, provavo come fosse sulla mia pelle, sembrava scrutassi le loro vite dalla finestra di un bus. Solo dopo essermi imbattuta nella loro realtà, solo allora, tra le righe del romanzo, si insinua un misterioso delitto, che, coinvolgendo inaspettatamente i due protagonisti, segna definitivamente il loro destino. Ma a quel punto di quel delitto me ne importava ormai poco. Piuttosto mi coinvolgeva il logorarsi del loro rapporto che un enigmatico quanto lontano omicidio turbava ulteriormente.
L’originalità che obiettivamente colpisce è il capovolgimento dello sfondo di quello che si può definire un romanzo giallo: il delitto non è il cuore del romanzo ma ne è lo sfondo e il romanzo diviene così una sorta di finestra sulla vita: affacciandomi, ho sentito fino in fondo la sensazione di imprevedibilità dell’esistenza che l’autrice vuole comunicare.
La misteriosa morte di un antiquario triestino coinvolge inaspettatamente Gigliola e Roberto, due amanti da anni, ex compagni di studi, ora professionisti affermati. Hanno condiviso tutto, la passione sembra essere ancora forte, hanno tante, troppe cose in comune. L’omicidio di via Malcanton non li riguarderebbe affatto se tra i sospettati non vi fosse Antonia, paziente di Roberto, suo terapeuta da anni, che da anni ama e seduce affascinandolo e coinvolgendolo. Questo delitto non farà altro che alimentare una passione da sempre esistita e tenuta forzatamente a bada, unendo tragicamente il medico alla sua paziente.
Roberto non riuscirà a far prevalere il senso di realtà: ai suoi occhi Antonia cesserà di essere portatrice di un disagio profondo, di una sofferenza incurabile, l’attrazione cieca lo porterà a vedere tutti i lati enigmatici di chi, come lei, sa di avere un destino segnato. Antonia, pur non sapendosi districare tra i cavilli legali non chiederà l’aiuto del suo terapeuta ma lo riceverà prontamente.
E Gigliola, negando volutamente a se stessa una realtà che intuiva ogni giorno di più, aiuterà il suo compagno finché l’evidenza spezzerà l’ultimo filo di speranza di recuperarne l’ amore.
La passione forte e distruttrice supererà i confini professionali e annienterà ogni germoglio d’amore e di vita, trascinando Antonia verso la sua fine. Gigliola lascerà Roberto, e lui, ritrovatosi in una forzata e pietosa solitudine, non potrà impedirsi di fare i conti con il suo fallimento di uomo e medico.
Il mistero del delitto troverà in quel momento la sua soluzione, in un clima di amarezza e consapevolezza del vuoto profondo che accompagna la nostra esistenza e segna la fine di tutte le cose
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