30 giugno 2017
AP autogestione e politica prima

L’Europa delle Città Vicine

di Simonetta Patanè

 

L’Europa delle Città Vicine, a cura di Loredana Aldegheri, Mirella Clausi e Anna Di Salvo, Edizioni MAG, Verona 2017

 

Leggendo il libro che raccoglie gli atti del convegno “L’Europa delle Città Vicine”, svoltosi alla Casa Internazionale delle donne di Roma, il 21 febbraio 2016, e pubblicato dalla MAG, mi è stato possibile cogliere aspetti che lì mi erano sfuggiti e, soprattutto, vedere meglio il senso complessivo del lavoro fatto insieme. Ciò che nella lettura si è delineato in maniera molto chiara è il significato della politica femminista intesa come quella politica non solo fatta da donne ma fatta a partire dall’essere donne; soprattutto, si staglia con evidenza come questa politica faccia la differenza rispetto ad altri approcci nel modo di intendere le modalità con cui far entrare in conflitto le due facce dell’Europa sulle quali avevamo invitato a ragionare nel convegno: quella della politica delle istituzioni di Bruxelles e l’altra, che nel documento di invito avevamo definito come quella delle pratiche e delle realtà in lotta che presentano una natura costituente di quelle nuove istituzioni “destinate a discernere e a eliminare tutto ciò che nella vita contemporanea schiaccia le anime sotto il peso dell’ingiustizia, della menzogna, della bassezza”, che già negli anni Quaranta del secolo scorso Simone Weil ci invitava ad inventare. Le parole per descrivere il primo volto dell’Europa, quello istituzionale, che attraversano quasi tutti gli interventi, sono ancora più dure di quelle dei documenti di presentazione e, alla fine il giudizio è estremamente severo: L’Europa è andata configurandosi esclusivamente come un “dispositivo di potere” che con le sue politiche di colonialismo, genocidio e da “maschio bianco” (Lorena Fornasir, Gian Andrea Franchi) produce condizioni di vita sempre più ingiuste e disumanizzanti. Un’Europa che si rifiuta di prendere coscienza dei suoi “quattro secoli di orrore” e che usa i “diritti e la democrazia come strumenti strategici per incrementare il proprio potere” (Giacomo Sferlazzo), che umilia la Grecia dove ha invece le sue radici, incapace di ritrovarle nella storia “che viene da lontano” perché occulta le “antiche e fondamentali civiltà come quella orfico-pitagorica” (Maria Luisa Gizzio), che pur comprendendo il Mediterraneo, al centro della sua cultura per molto tempo, oggi lo lascia ai margini del suo sviluppo. Un’Europa, inoltre, succube degli USA, senza una sua propria politica estera ed economicamente fragile perché incapace di investire nell’economia reale e succube delle decisioni delle istituzioni finanziarie internazionali (Loretta Napoleoni). Le politiche europee sono viste come inefficaci, vecchie, riduttive, scollegate con i bisogni reali delle comunità, disumanizzanti: non solo “mortificano e scoraggiano l’intraprendenza di chi vuole e tenta di reagire alla crisi economica”, ma creano “una cappa che toglie l’ossigeno” (Loredana Aldegheri) ponendosi come vero e proprio ostacolo a tutti quei tentativi di innovazione creativa economica e sociale di quelle realtà che pure stanno mostrando una “resilienza”, una capacità di tenuta che andrebbe sostenuta e incoraggiata. Insomma, in luogo dell’Europa che ci era stata “promessa” – spazio di libera circolazione, di pace, giustizia, libertà, superamento dei nazionalismi, individualismi, razzismi e totalitarismi – abbiamo oggi, un “simulacro svuotato” (Giusi Milazzo). Il contrasto e la distanza di questa Europa da quell’altra, quella degli e delle abitanti delle città che con passione e fatica mettono mano quotidianamente ai problemi generati dalla crisi, in ascolto con i bisogni e i desideri, cogliendo possibilità o creandole con molta creatività, è ben visibile anche nelle singole città. A Vicenza come a Lampedusa è netto il contrasto tra “la città militare e il lavoro quotidiano di cura, privo di riflettori ma tenace e continuo”, così come in molte altre città si innalzano muri reali o invisibili al proprio interno che creano le gated communities, siano esse di lusso come le City Life, con cancelli e telecamere di sorveglianza, o i ghetti delle periferie (Bianca Bottero). Ancora più marcatamente e macroscopicamente questi due volti dell’Europa si mostrano di fronte alla migrazione: da un lato, la militarizzazione “ipocrita, perché fatta passare come maggior impegno per scopi umanitari e per il mantenimento dell’ordine” che crea solo “luoghi dove la vita non ha più valore” che rifiuta i migranti e si chiude con i muri e il filo spinato e dall’altro, i “luoghi dove l’Europa sembra aver ritrovato la propria anima” (Anna Di Salvo), quella dei “lembi di terra” in cui si è più accoglienti probabilmente perché “l’impatto dei corpi, il vedere la tragedia, il sangue, il dolore, con gli occhi e con l’anima” (Mirella Clausi) spinge a rispondere nell’immediatezza. Nei diversi interventi risulta molto chiaro come L’Europa che accoglie sia profondamente consapevole del fatto che la migrazione non è un problema da risolvere ma un fenomeno di totale trasformazione della civiltà e, da questo punto di vista, il senso stesso dell’accoglienza non si esaurisce nell’aiutare le persone che arrivano sulle nostre coste ma comporta l’accogliere un’idea di cambiamento anche dentro di noi. I migranti, che non vedono la terra ma “una sottile striscia di futuro” (Simonetta De Fazi) possono venire a riempire di speranza questa Europa in cui tutto è ormai vecchio, rinnovando la vita e rompendo il guscio dell’egoismo e dell’apatia, aumentando la biodiversità umana e quindi le possibilità per tutti e tutte (Mirella Clausi). Accogliere, significa anche rispettare le origini culturali degli altri e delle altre di cui spesso ci dimentichiamo a causa dell’occidentalizzazione forzata di molte parte del mondo (Maria Luisa Gizzio) e, ancora, fare il primo passo, “compromettersi nelle relazioni con gli stranieri” (Laura Colombo), raccontarsi per farsi raccontare (Nunzia Scandurra) e così conoscere le storie di chi può far paura creando in questo modo “un ponte tra i bisogni di quelli che arrivano e di quelli che stanno qui” (Antonella Cunico). Soprattutto significa ricordarsi della complessità della persona umana: “se vogliamo avere uno scambio reale dobbiamo sempre tenere presente che ogni uomo e ogni donna è di più di quello che ci appare e che riconosciamo, c’è sempre dell’altro” (Adriana Sbrogiò). Più di ogni altra cosa, forse, è capire che “il dramma dei migranti ci appartiene e non è una storia alla quale accostarsi per senso di giustizia o solidarietà: non solo è la storia delle nostre generazioni passate e di quelle giovani che emigrano ora, ma anch’io potrei svegliarmi una mattina nella condizione di migrante” (Gisella Modica).

Già di fronte alla migrazione si può cogliere il taglio della differenza, non tanto nel modo di confrontarsi con l’arrivo dei migranti ma nello sconcerto e nel disorientamento maschile rispetto a ciò che viene individuato come una trasformazione del lavoro politico. Scrive, infatti, Gian Andrea Franchi: “il disorientamento che viviamo noi, diventati nostro malgrado operatori di strada, va accolto come un terreno esistenziale e politico da percorrere, ci si deve gettare nella situazioni anche se privi di ideologia, di nozioni e immagini già pronte. Esistenza e politica diventano tutt’uno, sul terreno della nuda vita, non più trattenuto da recinti ideologici”. Si vede bene come gli uomini “abituati a modalità politiche meno personali” (Lorena Fornasir, Gian Andrea Franchi) patiscano un disagio trovandosi trascinati su un terreno che sembrava superato nella modernità e che oggi non riguarda solo i migranti ma anche tanta popolazione europea fortemente impoverita. Le donne, invece, che non hanno subìto ma scelto di radicare la politica nei bisogni e nei desideri della “nuda vita” nella consapevolezza che esistenza e politica siano un tutt’uno, si trovino decisamente più a loro agio in una pratica politica fatta di relazioni. Ma dire questo non basta. La questione che si pone è invece che malgrado la “consapevolezza che la politica sia anche un impegno relazionale, faccia a faccia, corpo a corpo” (ancora Franchi) non ci si intende fino in fondo – fra donne e uomini e fra donne che partono da sé e donne che si orientano con le modalità della sinistra tradizionali e neutre – sul modo di far entrare in conflitto questi due modi di costruire e vivere l’Europa, affinché la “nuova Europa che stiamo costruendo attraverso nuove relazioni diventi egemone rispetto all’altra” (Franca Fortunato). Quindi, anche nel modo di intendere il conflitto con le istituzioni europee mi pare che si possa parlare di due volti dell’Europa. C’è, infatti un modo, di tradizione maschile e marxista, in cui “Se si vuole salvare il progetto europeo va condotta una lotta per l’eliminazione dei Trattati liberisti, se il capitalismo sopravvive è grazie alla dispersione dei suoi antagonisti e da qui ne deriva la necessità dell’unità delle forme disperse e di forme organizzate di conflitto” (Aldo Ceccoli). Ci sono poi le donne, quelle che partono dall’essere donne e che attingono dalla relazione fra donne e da una genealogia femminile e femminista gli strumenti e l’ispirazione per guardare al presente e al futuro, per le quali la consapevolezza di essere andate già molto “oltre” le forme politiche della modernità è chiara e forte. Scrive, per esempio, Rita Micarelli: “nessuna delle strategie usate in passato sembra più praticabile né in termini di ribellione di massa, né in termini di disobbedienza tecnologica, economica, informatica, da contrapporre alle dinamiche schiaccianti in atto”. Ancora, dice Stefania Tarantino: “l’Europa è piena di errori ed orrori ed è da tempo che non può più pretendere di parlare per nessuno, men che meno può indicare come dobbiamo vivere”. E, inoltre, Rosetta Stella: “l’Europa che non è ancora immediatamente sotto i nostri occhi non è una faccenda che si risolve istituzionalmente”. A me sembra che a fare la differenza rispetto alle modalità tradizionali di confronto e scontro diretto con il potere e con le istituzioni attraverso un’organizzazione unitaria o di resistenza dal basso, sia una grande fiducia in ciò che già è stato raggiunto dalle pratiche di relazione, come quella delle Città Vicine – “luogo di confine e di contatto” per cui ciò che accade nella tua città mi riguarda – e in quelle nuove istituzioni che, proprio a partire da scambi e relazioni, già esistono. Una fiducia che, unita al necessario riconoscimento dei limiti, percorre quasi tutti gli interventi. Per quanto riguarda i limiti, infatti, occorre “prendere coscienza dell’indipendenza del mondo, cioè di quello che non dipende da noi” (Stefania Tarantino), “sostare nella tragedia del potere senza farsi appiattire dalla rappresentanza: fare quello che dipende da sé” (Nadia Nappo) e avere “l’umiltà di sapere che noi non dobbiamo fare tutto ma che dobbiamo anche saper sostare, per accertarci di non procedere da sole” (Antonietta Bergamasco), sapendo rinunciare ad “essere il centro del mondo” per stare in “un altrimenti potere che non è rinuncia all’azione” (Concetta Sala). L’agire a partire dall’accettazione dei propri limiti permette di “prendersi sul serio e di tirare fuori tutta la straordinaria forza e potenzialità” della libertà femminile (S. Tarantino). Solo questa fiducia intrecciata alla consapevolezza dei limiti permette di “tenere insieme la critica radicale e l’energia generativa” (Donatella franchi) e rispetto all’agire il conflitto con il potere delle istituzioni europee esso si configura come un rovesciamento delle pratiche tradizionali: né resistenza, né rivendicazione, né scontro ma l’assumersi l’autorità per ri-orientare la politica sapendo di poterlo fare e che “abbiamo la responsabilità di risolvere questa crisi” (Napoleoni). Ciò significa “valorizzare le nostre competenze nella formulazione di proposte, nell’avanzamento di progetti, nell’elaborazione di leggi. Impadronirsi della guida della ricerca in tutti i campi, sorvegliarla, dirigerla o ri-dirigerla [perché] solo l’articolazione competente di questi contenuti può rappresentare il canovaccio concreto della costituente dell’Europa che vogliamo” (Bianca Bottero). Chiedere “al potere di ridursi” (Concetta Sala) sembra estremamente difficile ma può rendersi possibile se si traduce nel “portare questa prassi piena di significati alle istituzioni, fare il movimento inverso a quello canonico: non attendere la chiamata all’azione dall’altro ma chiamare noi semplicemente con la vita quotidiana” (A. Bergamasco). In altri termini, agire una pressione cercando sostegno ai propri progetti mediante “incontri con chiunque e il confronto diretto con gli amministratori” (Maria Castiglioni), insomma, occorre “far interferire la politica prima con quella seconda perché sempre più donne delle istituzioni traducono nel loro amministrare le parole che nascono nei movimenti” (Sandra Bonfiglioli). Ancora, significa muoversi nello spazio “tra” le organizzazioni per ripensare le attività economiche e i lavoro e collegarsi non per fare “co-working”- che rischia di intrappolarci in legami deboli che non ci nutrono – ma per creare spazi per lavorare insieme attraverso una vera cura delle relazioni (Valeria Verga). Occorre anche riprendersi e riaffermare il “tempo lungo” della politica, necessario alle relazioni e alla cura, per “fare più cose insieme e meno contemporaneamente” e contrastare così la tendenza della politica istituzionale ad essere “schiacciata sul presente”, perché “la velocità necessaria a mettere all’incasso le azioni è nemica del cambiamento” (Simonetta De Fazi). E, infine, farci sempre orientare dalla bellezza sapendo che “la bellezza dei luoghi è complessità” (Nappo) ma anche “un bisogno dell’anima”: “quale smentita dell’utilitarismo capitalistico, ne rappresenta l’oltre più assoluto, mentre ci indica il guadagno più importante di benessere a cui possiamo aprire le nostre vite” (Luciana Talozzi). Cercare bellezza nella progettazione delle spazio – “la bellezza di una città è felicità espressa” – significa ri-pensarlo “cercando il filo conduttore con il preesistente del territorio, la sua autenticità” (Angela Cattaneo) che ne sani le ferite cos’ come si fa con il filo d’oro per ricucire le ferite delle ceramiche giapponesi. Nell’arte del Kintsugi la riparazione, con filo d’oro o d’argento, rende l’oggetto più bello di prima: la rottura segnala la storia dell’oggetto, la ricucitura un confine che è ponte, un’unione che crea nuova bellezza (Katia Ricci). Se la bellezza è un bisogno dell’anima, lo è anche la porosità dei confini che va ripristinata perché quando i confini “perdendo la loro naturalità esasperano le loro funzioni diventando strumento di violenza fisica, o di invecchiamento/implosione mortale per tutti i contesti in essi racchiusi”; al posto di dighe, muri e fili spinati possono esistere confini che creano “ecosistemi dove avvengono scambi e arricchimenti evolutivi che potenziano le differenze tra i viventi che vi si incontrano” (Rita Micarelli). Ma così come occorrono quelli che Micarelli definisce “attrattori evolutivi” in modo da rendere “seducente l’evoluzione”, occorre, non possiamo negarcelo, anche rendere seducente e attrattiva la politica delle donne soprattutto per quelle giovani molto impegnate in attività di tutela dell’ambiente, di mantenimento della pace, nella cura dei beni comuni, o nell’esperire nuove forme di economia “niente sapendo però che le questioni per le quali si spendono con passione hanno origine dai saperi delle donne, dalla loro umanità e dal loro amore per la vita, le relazioni e la civiltà” (Anna Di Salvo). In molti interventi viene espressa la consapevolezza di non essere riuscite a trasmettere la “radicalità assoluta della differenza” tanto che questa viene percepita come “un ruolo prescrittivo” facendoci apparire “moderate, compatibili con il sistema, poco attraenti, incomprensibili” (Daniela Dioguardi) o addirittura “aliene” e occorre porsi il problema di “scalfire il muro di estraneità che a volte la politica della differenza può creare” (Giusi Milazzo). È necessario allora non rinunciare a parlare con queste donne e anche con gli uomini che condividono con loro l’impegno politico, utilizzando sempre un linguaggio sessuato “in modo da segnalare che si mettono in relazione corpi di donne e di uomini” (Anna Di Salvo) (Laura Minguzzi) e mostrare come ci sia “bisogno della cultura della differenza che non si basa su forme dicotomiche del pro e del contro, ma sull’individuare e proporre pratiche culturali in merito a come si possa vivere il conflitto senza uccidersi e di come si possa parlare di problemi culturali senza cadere nel pregiudizio e nel razzismo” (Antje Schrupp).

(AP autogestione e politica prima, n.2, aprile/giugno 2017)

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