12 maggio 2017
Critica Marxista

Libertà e politica: la lezione delle donne

di Giordana Masotto

Articolo tratto dall’intervento pronunciato al convegno “La politica è una professione?” in occasione dei 90 anni di Aldo Tortorella, Milano, Casa della Cultura 23/11/2016

Sono qui per parlare del rapporto tra politica e femminismo. Perché oggi non si può rispondere alla domanda che dà il titolo a questo incontro – “La politica è una professione?” – se non si tiene conto della pratica politica agita dal movimento delle donne da oltre quarant’anni. Se, cioè, non si riconosce che il femminismo è stato ed è un laboratorio di politica di cui – nel vortice delle epocali trasformazioni cui stiamo assistendo – dobbiamo ancora capire pienamente la portata. Più normale e accettata è invece la percezione dell’esito di quella pratica politica, cioè la diffusa presenza pubblica delle donne: con sottolineature diverse, infatti, tutti vedono bene che oggi le donne sono dappertutto e ci sono in un modo totalmente inedito nella storia dell’umanità.

Questa rivista, e la sua direzione, da tempo nutrono attenzione politica, scambio e interlocuzione con il movimento delle donne: ricordo tra l’altro gli interventi di Lia Cigarini e Luisa Muraro nei primi numeri della “nuova serie” di Critica Marxista, nel ’92, e poi di altre, così come i contributi di Aldo Tortorella su Via Dogana, la rivista della Libreria delle donne di Milano.

Scelta particolarmente interessante, perché di questo ha bisogno il pensiero delle donne: di uomini che pensano e si mettono in gioco, più che di solidarietà. Se poi sono anche – come Tortorella – autoironici, meglio ancora.

Il concetto su cui mi voglio soffermare è questo: le donne cambiano il panorama non solo perché sono tante e visibili anche in contesti culturali diversissimi, e perché si stanno tendenzialmente sottraendo al controllo maschile, ma perché cambiano (possono cambiare) l’idea di politica e questo non sappiamo ancora bene che conseguenze avrà. In altre parole: c’è un nesso importante tra la venuta al mondo di questi nuovi soggetti che sono le donne e la necessità di ripensare il discorso sulla politica.

Due osservazioni sul primo punto, cioè che le donne cambiano il panorama.

Si fa un gran parlare delle donne in posizioni apicali, nei diversi ambiti, sia per sottolineare le conquiste sia per evidenziare le difficoltà. Meno noto è un altro dato, molto interessante, che fa luce sulla capillarità e forza del processo di autonomia delle donne: nel 2009 la percentuale di statunitensi sposate è scesa sotto al 50%. Quindi il numero delle donne mai sposate, vedove, separate o divorziate ha superato quello delle sposate. Quando va bene, il matrimonio si ritarda: tra le donne sotto i 34 anni il 46% non è mai stato sposato.

Guardiamo all’Inghilterra: nel 1990 la percentuale di mai sposate tra i 18 e i 49 anni era 18%. Nel 2015, un quarto di secolo e una generazione dopo, la percentuale è il 43%. Insomma: le single oggi sono tante, molto corteggiate dalla politica e più ancora dal marketing che, com’è noto, è più svelto a reagire.

La seconda doverosa osservazione riguarda le reazioni violente e le contraddizioni aperte da questo processo. È bene non dimenticare che il percorso di autonomia delle donne determina anche un inasprimento della misoginia che si manifesta in svariate forme e luoghi: forse non tutti sanno che, anche nella civilissima Europa, il record degli abusi va ai Paesi dove le donne lavorano di più e hanno più parità (Danimarca 52%, Finlandia 47%, Svezia 46% e Olanda 45%); misoginia e soppressione di parola delle donne emergono dove forse non te le aspetti, dal parlamento norvegese alla Silicon Valley, come testimoniano ricerche e analisi. È importante dare la corretta valutazione di tutto ciò, senza vittimismo e senza falsi trionfalismi: quando le donne si sottraggono al controllo maschile si genera un conflitto politico perché si incrina la struttura patriarcale e si mettono le basi per una – inedita – società di pari-differenti.

Libertà in azione

Ma veniamo a quello che dal mio punto di vista è il punto chiave di questo incontro. Le donne cambiano (possono cambiare) l’idea di politica.

Libertà è una parola base sia nella politica delle donne sia nella complessa esperienza ed elaborazione politica di Aldo Tortorella. Il quale, nel panorama del marxismo italiano, libera l’idea di libertà dal dominio capitalistico (individualismo possessivo e competizione assoluta) e la rimette in gioco. Non solo “libertà da” e non solo “libertà di”. Ma, si chiede, “libertà per cosa”, introducendo un importante paradigma etico. La sua libertà si realizza nel rapporto con l’altro, attraversa il limite e aspira a costruire rete.

Per le donne la libertà è stato come scoprire che si poteva respirare senza scafandro.

Una piccola divagazione autobiografica, che forse aiuta a capire. Esperienza personale, ma condivisa. Io stavo all’università nel ’68, fucina politica per eccellenza, come sappiamo. La politica si respirava a tempo pieno, nelle assemblee, nei controcorsi, nelle aule e nei chiostri della Statale. Era bello starci: io ascoltavo. Scoprivo mondi e pensieri. Anni voraci, forti e confusi, pieni di cose che mi si depositavano dentro. Ma io rimanevo silenziosa.

Anche la città si trasformava ai miei occhi con tutto quel camminare al centro delle strade invece che sui marciapiedi. Era un vedere insieme lontano e vicino. Mi muovevo in libertà, ma restavo silenziosa.

Poi nel ’71 il mio primo gruppo di autocoscienza con altre donne della mia generazione ed esperienza: e finalmente ho incominciato a sentire che stavo davvero lì dove stavo. Non ero più silenziosa. E tutto ha cominciato a prendere forma. Per qualche anno è stato un crescendo: pensare, scrivere, sentire, vivere. Condividere il tempo, tutto il tempo, attraversando insieme vita e lavoro.

Ecco: finalmente capivamo che cosa poteva essere la politica. Un fare che era potentemente pubblico, perfino quando accadeva nelle nostre case. Non c’era dubbio: ognuna di noi era lì e insieme eravamo al centro della scena sociale. Questo era politica.

In sintesi: prendendo la parola a partire da noi stesse e mettendolo in comune con altre, dandoci parola e ascolto, eravamo diventate soggetti politici. Avevamo inventato la “politica delle pratiche agite in proprio dai soggetti” incrinando in modo irreversibile la politica conosciuta fino ad allora.

Il partire da sé è questo. Ed è un processo irreversibile, che non finisce mai. Ora so che l’eccezionalità di quella esperienza – per nulla facile – stava, se ho capito bene, in una compresenza di materiale e simbolico, era questo che trasformava in politica le nostre vite.

Oggi, anche se l’autocoscienza come pratica specifica in un piccolo gruppo non è così diffusa, il partire da sé, il pensare con altre donne rimane una modalità consolidata e diffusa.

Per questo voglio dire, in colloquio con le posizioni di Aldo Tortorella, che la libertà delle donne così come è politicamente venuta alla luce, non ha bisogno di essere moderata/indirizzata dall’etica. Corre, questo sì, il gravissimo rischio di essere svuotata dall’imperativo neoliberale, dall’individualismo, dal consumismo. Come per tutti. O dalla chiusura nel recinto felice, e anche dalla debolezza femminile nel non volersi assumere la grandezza di questo disegno.

Non ha bisogno di paradigmi etici perché la libertà delle donne ha questo di peculiare: ha alla sua origine l’esigenza di stare nel mondo a misura della propria complessità. Ci vogliono le donne non perché gli uomini hanno fallito nel costruire spazi adeguati di libertà, ma perché sono necessarie.

Che cosa è accaduto infatti? Si è aperto un conflitto di civiltà da quando le donne hanno preso il controllo sul proprio corpo e sono uscite sulla scena pubblica con una parola autonoma. Anche l’entrata nel mercato del lavoro, di per sé non nuova, cambia di segno a partire dagli anni ’70: proprio perché le donne si sono riappropriate del corpo e della sessualità, fatto inedito nella storia dell’umanità.

È questo che le rende soggetti imprevisti. E complessi. La presa di parola pubblica e autonoma delle donne infatti mette in discussione la secolare divisione sessuale del lavoro e più in generale la dicotomia anima/corpo, polis/oikos, padrone/schiavo, libertà/necessità, soggetto/oggetto che è alla base di tutto il pensiero, l’economia, la politica da Socrate/Aristotele in poi. Materia deriva da madre: le donne/corpo controllate da un padre padrone, donne naturalizzate e, come la natura, territorio vivo e fertile da possedere e sfruttare. La libertà delle donne, che si manifesta in modi e misure diversi alle più diverse latitudini e longitudini della terra, cambia alla radice i paradigmi della convivenza umana. Infatti tutte le forme sociali, politiche, relazionali hanno condiviso per secoli un assunto di fondo: il controllo degli uomini sui corpi femminili, intesi come sessualità, riproduzione, forza lavoro.
Le donne
invadono lo spazio pubblico come soggetti inediti nella storia. E oggi non si può affrontare alcuna politica se non la si pensa a misura di quei soggetti complessi che sono le donne. Le donne, per fortuna, non possono e non vogliono separarsi dai propri corpi, che facciano o non facciano figli. Conoscono la vulnerabilità degli umani lungo tutto l’arco dell’esistenza. L’intreccio vita/lavoro è diventato qualcosa di radicale. La ricomposizione del lavoro, produttivo e riproduttivo, si fa a partire dalle donne il che incide a sua volta sulla nozione stessa di soggetto, dal momento che tutti e tutte possiamo riconoscerci come soggetti interdipendenti e vulnerabili.

In sintesi: le donne sono soggetti politici che vengono al mondo con una pratica politica nuova che ha come ragion d’essere la ricerca di libertà tra sé e nel mondo, una libertà non conclusa, ma dinamica, in divenire, volendo mantenere viva e aperta una complessità che diventi paradigma.

Politica prima e politica seconda

Tutto molto interessante, ci viene spesso detto: questo ci sollecita, dobbiamo certamente cambiare la cultura politica. Però – si obietta – non possiamo eliminare il fatto che all’attività politica e alla partecipazione al governo della cosa pubblica sia connessa una professione. Possiamo “solo” e non è poco, evitare che la professione scada a mestiere o peggio.

Mi pare che si tenda ad attribuire in modo univoco il degrado/delegittimazione dei partiti e la corruzione alla vittoria della controrivoluzione neoconservatrice, che nasce di fronte a quello che fu definito “l’eccesso di domande” della democrazia già negli anni ’70 del secolo scorso.

Questa valutazione io credo non sia sufficiente. Se è vero che i partiti e le organizzazioni di massa assolvevano a una funzione importante di educazione, è indubbio che rappresentavano anche un mezzo potente di trasmissione di potere a livello locale. Le due cose, consapevolezza della propria posizione sociale e partecipazione al potere, erano profondamente intrecciate. Questo è connaturato ai partiti. Ha funzionato finché ha funzionato e ha dato risultati positivi. Ma finiti i gloriosi trenta, il sistema si è rotto. Eppure, come ha detto una donna parlando del fordismo, noi non portiamo il lutto, quel lutto non è il nostro. E credo che questo oggi lo sentano anche molti uomini.

Quello che voglio dire è che il maggiore livello di cultura, libertà, consapevolezza diffusi, rende quantomeno possibile oggi dire che distinguere la politica dalla pur necessaria gestione del potere e ripensarne i nessi è un punto di non ritorno. Questo mette in discussione anche il ruolo dei partiti così come li conosciamo nella tradizione italiana. Non credo che ci sia da rimpiangere o da immaginare la rinascita dei partiti come organizzazioni di massa. Perché sono cambiati i soggetti e il loro potenziale di partecipazione alla vita pubblica. La politica istituzionale non ha raccolto la sfida della politica agita dai soggetti e si è arroccata, svuotata di rappresentanza, chiusa nei meccanismi di casta, specchiata nella propria rappresentazione televisiva.

È importante chiarire anche che il discorso del MS5 – senza entrare nel merito e tenendo conto che a livello locale il MS5 raccoglie anche esperimenti interessanti – riguarda una critica alla gestione del potere. Non dice nulla di interessante sulla pratica politica. È un sistema di formazione del consenso attraverso altre vie, ma non mi fa fare passi avanti su libertà e politica. Mette insieme tutto in maniera confusa: prende una diffusa crescita di libertà individuale e la travasa senza articolazioni nel governo della cosa pubblica e nel vuoto mestierante della crisi dei partiti.

Altri sono i segnali a cui dobbiamo guardare e ce ne sono molti.

Il nodo rimane: il rapporto tra governo/gestione del potere e l’agire politico dei soggetti.

Per affrontare questo nodo teorico il femminismo della differenza ha creato una nuova figura, e cioè il concetto di politica prima e politica seconda. La politica prima è quella – originariamente messa in atto dalle donne – che realizza incontri, scambi e iniziative diverse che hanno questo in comune: il partire da sé, la produzione di nuovo simbolico, il contaminare. Generare un punto di vista sulla realtà, dare nome a ciò che accade avendo come misura e come scopo mettere i soggetti in grado di agire la propria libertà in relazione con altri/e. Questa invenzione politica, viva da decenni, continua, mettendo in campo pratiche e percorsi differenti, che si connettono senza organizzazione né portavoce. Non possiamo chiamarla professione, dunque, perché può attraversare la vita di tutti e di tutte e benché possa mettere in gioco continuità, sapienza, competenze, autorità.

E la gestione del potere e del governo? Per conseguenza è stata definita politica seconda. Questa invenzione teorica è stata interessante, non perché risolva il problema della democrazia e della sua attuale crisi, cioè del rapporto tra soggetti e governo, ma perché afferma che quella agita in prima persona dai soggetti è politica.

Possiamo chiamarla cultura, come in genere si fa, ma noi la chiamiamo politica. Non propedeutica alla vera politica. Se ripartiamo di qui, si schiudono oggi strade inedite.

Segnali

Da quando l’abbiamo detto, una ventina di anni fa, sono cambiate molte cose, in meglio e in peggio. Ma io credo che oggi – sempre di più – non si possa ripensare la seconda, cioè ripensare rappresentanza politica e governi (e quindi più credibilità e più professionalità, ma anche più limiti), senza pensare i nessi con la prima. Solo per questa via impervia si può immaginare una democrazia globalizzata.

Il che vuol dire, ad esempio, che anche la misura del governo, soprattutto a livello locale ma non solo, non andrebbe presa solo sul raggiungimento degli obiettivi di programma, ma sulla ricerca attiva di nuovi nessi e risignificazione delle numerose espressioni politiche di base. Come hanno sottolineato recentemente in un manifesto congiunto le sindache di tre grandi città europee, Ada Colau, Manuela Carmena e Anne Hidalgo (Barcellona, Madrid, Parigi), siamo di fronte a un cambio epocale ed è in queste comunità che si manifesta capacità di cooperazione e innovazione.

Immaginare e desiderare di poter agire politica nella propria vita è un sentimento emergente e diffuso: e una politica viva non può che raccogliere questa sfida. Imparando dalle donne: è possibile fare la spola tra necessità e libertà, smuove più cose l’autocoscienza del pensiero critico, l’azione più che la reazione, il conflitto relazionale più che la guerra di annientamento del nemico.

(Critica Marxista 1/2017)

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