7 settembre 2018
Via Dogana

L’impresa della libertà

di Silvia Basso e Lucia Bertell

Per ricordare Lucia Bertell, amica e collaboratrice della Libreria delle donne morta a 54 anni il 30 agosto 2018, riproponiamo online un importante contributo apparso su Via Dogana n. 44-45, settembre 1999.

Questo dialogo, immaginario nella forma ma reale nella sostanza, è frutto della relazione che lega Lucia e Silvia: entrambe trentacinquenni, hanno lasciato il loro precedente impiego per lavorare insieme e con altre. Per loro il lavoro porta il segno di una scommessa: l’impresa. Che è, più e prima che una struttura economica e giuridica, tenere insieme ciò che solitamente – e anche per loro, prima di questa esperienza – rimane separato: il lavoro (e il denaro), la politica, alcune relazioni essenziali.
S. Ci siamo incontrate all’università (a Verona) grazie a un’importante relazione comune con una donna, Tonia, che ha aperto a entrambe un interesse politico per la pratica della differenza. Da lì sono nate in me prima una grande sofferenza per la distanza (di senso) in cui il mio lavoro mi portava, lontana da ciò che avevo cominciato a gustare in quelle nuove relazioni; poi la voglia crescente di trovare il modo per lavorare insieme. Ho riconosciuto subito in Lucia un elemento che ci accomuna: sapere che il lavoro è, per noi ma non solo, un luogo di senso oltre che uno strumento di sussistenza. E di autonomia (le emancipate!). Ma volevamo farne un luogo di libertà; e questo ci ha vincolate l’una all’altra, e all’altra.
Io, che esercitavo il lavoro autonomo, la libera professione, non sopportavo più il carattere tutto strumentale delle relazioni possibili, almeno per me, nel mio ambiente di lavoro.
L. E’ un dato che le donne ricerchino senso e libertà nel lavoro. Noi lo sappiamo e siamo consapevoli di avervi portato pratiche che abbiamo ereditato dal femminismo e dalla politica delle donne. Abbiamo trovato spazi di libertà già simbolicamente significati dalle donne che ci hanno precedute e siamo riuscite a creare luoghi di libertà lì dove abbiamo deciso di scommettere, sperimentando una miscela generatrice di un nuovo inizio, valido per noi, che ci ha messe nella condizione effettiva delle ereditiere. Parlo della miscela che contiene pratiche di relazione di vincolo non strumentale, partire da sè, autogestione ed economia non profit. A Luisa Muraro che dubita ci sia qualcosa di nuovo in tutto ciò rispondiamo con le sue stesse parole, che rispetto al già dato “la sovversione riguarda il modo in cui le cose sono combinate insieme, cioè il loro senso”1.Nel ricercare senso e libertà nel lavoro sperimentiamo questa miscela che ci permette di trovare, grazie all’impresa e alla vita associata data, ripeto, dalle relazioni di vincolo non strumentale, non semplice piacere ma senso e libertà.
S.L’inzio di questa storia coincide con l’uscita di un libro dal titolo emblematico e con un’idea che alcuni uomini della sinistra avanzavano: la fine del lavoro. Sembra che la femminilizzazione abbia coinciso con la fine. Ma di quale lavoro allora si parla, nell’uno e nell’altro caso? Non bastano gli attributi fordista/postfordista a spiegare la diversa posizione che molte donne (e sicuramente più donne che uomini) hanno riguardo al lavoro e a a ciò che vi trovano e vi portano.
L.Infatti noi abbiamo portato le nostre relazioni nel luogo del lavoro e dell’economia. Da questo è nata Mimesis, la nostra impresa, la nostra vita associata.
S.Ma non è stato un movimento inverso? Non abbiamo portato il lavoro tra noi, nelle nostre relazioni? Il frutto di questo movimento è diventato lavoro associato, ciò che noi chiamiamo impresa. Non abbiamo messo denaro per l’avvio: solo lavoro associato. Abbiamo fatto delle nostre relazioni il capitale di rischio di questa impresa, ciò che ne ha permesso la creazione, che ne garantisce la vita e ciò che è messo continuamente in gioco e a repentaglio. Questa era ed è tutta la nostra ricchezza.
L. Sì, è stato un portare il lavoro e la questione economica nelle relazioni. E’ un rischio, un elemento poco compreso o additato come ambiguo dalle donne che ci precedono, perchè è un’invenzione il tenere assieme, nel primum delle relazioni, politica e lavoro. E’ una nuova scommessa, che riguarda noi per prime che interpretiamo la nostra condizione. E’ questo ciò che chiamiamo fare impresa, che non è la stessa dell’imprenditore e dle codice civile, ma una forma che prende il lavoro quando si organizza intorno ad alcune relazioni fondamentali che fanno kairòs degli elementi considerati invece strumentali come l’avere obiettivi, muoversi per progetti o quant’altro. E’ l’irrinunciabile ricerca femminile di libertà l’unica garanzia che le relazioni non siano seconde a nulla, anche se questo può sembrare troppo sfuggente.
S. In noi c’è stata sicuramente una baldanza nel fare questo salto, e non sono mancate e non mancano le difficolà e i rischi. Con questo sappiamo di portarci in un luogo cruciale di contraddizione. Nominerei così la contraddizione per me: cercare di portare tutto l’essenziale là dove so che non può starci, in un luogo nel e dal quale io stessa voglio essere più libera. Io amo lavorare, ma non lavorare molto; quando mi ritrovo a farlo, questo mi provoca disagio e insofferenza. E ne soffrono le mie relazioni, oltre a me. Il rischio è il soffocamento. Non c’è opposizione tra libertà dal e libertà nel lavoro: l’una strada non si dà senza l’altra; ed è possibile, per me, solo in questa forma di lavoro associato. Se in questo periodo, ad esempio, posso godere di più tempo libero per concentrarmi su un’altra occupazione (la tesi di laurea) è solo grazie a una libertà che circola nelle nostre relazioni, che sono la nostra rete organizzativa (è una rete, appunto, non una struttura). E io cerco di restituire la libertà di cui posso godere con la cura che, analogamente, una donna mette nell’ordinare e gestire la vita familiare: è con questo spirito che mi occupo dell’amministrazione della nostra impresa. Con questa cura e questa libertà.
L. Io non parlerei comunque di libertà dal lavoro. Per me cercare la libertà nel lavoro significa trovarla nel vincolo delle nostre relazioni e metterla al lavoro per noi, farla proprio lavorare al posto nostro. Infatti per te mi pare di vedere che è in particolare una relazione quella che ti permette di godere di più tempo libero.
L’impresa viene di volta in volta significata dalla relazione duale come parte della vita associata, che riordina il tutto dell’impresa e ci dà l’opportunità anche di lavorare meno, di liberare spazi, di non appiattirci alla misura del denaro esclusivamente in rapporto al tempo di lavoro. E’ ciò che io nomino come il comunismo di cui non posso fare a meno a partire dalle mie relazioni, ciò che individuo come elemento di resistenza femminile al capitale, che si fa conflittuale al capitale attraverso le pratiche di relazione.
S.Tu parli di un comunismo di cui non puoi fare a meno. Tonia di un capitalismo. Ma di quale profitto si tratta per noi? Per molte donne l’elemento irrinunciabile, il motore e il frutto (di cui magari si gode a sprazzi) del lavoro e dell’impresa è la libertà. Di questa ne vogliamo il più possibile. Sempre ancora…Lì ci vedo l’elemento di resistenza al capitale di cui prima parlavi. E’ una resistenza in senso duplice, proprio a causa dell’ambiguità della nostra posizione: qualcosa dentro di me resiste da un lato a essere ridotta alla logica della mercificazione; dall’altro, a essere portata al lavoro. Io sono tutta nell’impresa, ma qualcosa di essenziale che non sono io ma che mi riguarda resta fuori. E’ un essenziale impersonale, che non dipende da me. E che io ho conosciuto proprio nell’impresa, quando mi sono messa con altre a scommettere sulla possibilità di portarvi la libertà. Ora, ci sono molte cose che mi fanno dire “la mia, la nostra impresa”; ma sono anche certa che questa non dipenda da me, da noi che la facciamo; sono certa che il cuore di questa impresa sia motivo di vita, di movimento, di ricerca, ma la libertà accade quasi per caso ed è “senza perchè”. L.Sembra che la libertà accada a caso, ma sicuramente ci mettiamo nella condizione in cui qualcosa possa accadere. Non è sicuro che accada, non è programmabile e non è sempre a disposizione, ma ci sono situazioni, relazioni direi, che permettono l’accadimento della libertà. La relazione di vincolo è un taglio in cui tutto l’essenziale passa per me. Portarvi il lavoro e il denaro è un rischio, come dicevamo prima, ma la radicalità del tenere al primo posto la relazione di vincolo fa resistenza e confligge, per le forme che ci diamo, con il capitale. Certo non è pacifico: è politico e quindi richiede uno stato di attenzione a ciò che accade perchè le cose non sono guadagnate una volta per tutte. Ma la forza mi viene proprio dal movimento del portare tutto l’essenziale. Compreso il lavoro. Forse è perchè sento che la posta è alta e non posso rinunciare a giocare il tutto per tutto. L’impresa mi garantisce, d’altra parte, perchè non è coincidente con il lavoro quanto piuttosto con un ordine molto più grande.

Silvia Basso, dopo aver lavorato per anni come arredatrice d’interni, ha scelto di riprendere gli studi e ha trovato passione politica nel movimento dell’autoriforma dell’università. Laureanda in filosofia, ha voluto con Lucia e Antonia fare di Mimesis un’impresa no profit e l’ha preferita al lavoro autonomo. Lucia Bertell è una delle fondatrici di Mimesis. Dopo essersi laureata con una tesi sulle imprese femminili autogestite, attualmente è impegnata in una ricerca sul lavoro della lingua materna e le imprese di donne nel conflitto con il capitale.

(www.libreriadelledonne.it, 7 settembre 2018)

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