18 settembre 2017
#VD3

L’inconscio, ingrediente segreto – Lia Cigarini

 

di Lia Cigarini

 

Introduzione all’incontro di Via Dogana 3: L’inconscio, ingrediente segreto, domenica 10 settembre 2017

 

Delle tre domande poste da Vita Cosentino cerco di rispondere, brevemente, a quella che lei formula così: il femminismo della differenza ha elaborato pratiche per stare in rapporto con l’inconscio; quale pratica politica oggi?

Nella riunione del 15 luglio scorso ho sottolineato come la pratica psicanalitica sia un nocciolo originario, cioè all’origine del femminismo della differenza. Antoinette Fouque e Luce Irigary giustificano ampiamente questa mia affermazione.

Preciso però che per quello che riguarda il femminismo della differenza italiano fondamentale è stato il lavoro nella lingua: parola, scrittura, segni. E qui appare evidente il grande contributo di Luisa Muraro, che conosceva bene la rivoluzione simbolica di Saussure.

Tuttavia, per ragioni di brevità, la volta scorsa non ho detto quale pratica politica abbiamo messo in campo a Milano fin dal tempo dei primissimi incontri con Antoinette Fouque.

Si è costituito un gruppo Analisi che seguiva alla lettera la pratica delle francesi, vale a dire: analisi individuali con analista e analizzante che facevano parte dello stesso gruppo. Così che il gruppo veniva investito dei sintomi, gesti mancati, silenzi, rimozioni ecc. passati al vaglio della relazione analitica. Un secondo gruppo, quello dell’inconscio, messo in piedi da Lea Melandri, prevedeva invece il lavoro analitico di gruppo.

I due o tre anni di questa pratica sono stati intensi e nel testo prodotto dal gruppo Analisi, Pratica dell’inconscio, risaltano le parole dense che ci hanno orientato e spinte ad agire fino a oggi; parole come disparità, autorità, relazione ecc. sono nate lì.

Ho già detto le ragioni che hanno spinto ad abbandonare quella complessa pratica. Tuttavia il dado era tratto e la consapevolezza acquisita. Si era capito che l’inconscio era sovversivo. Ho dei dubbi che lo sia così tanto oggi, scippato appunto dal neoliberalismo e dalla biopolitica, oltre che dai media.

In quegli anni ’70 la possibilità di cambiare, direi più precisamente trasformare sé e le altre/i, era nell’aria. Alcuni analisti e analiste erano considerati personaggi politici da ascoltare. Tanto che Luce Irigaray, per merito del femminismo della differenza che ha tradotto velocemente i suoi testi e organizzato incontri in tutta Italia, è stata ascoltata anche da dirigenti del PCI, quelli più in sintonia coi tempi.

Voglio dire: l’idea che la trasformabilità del sé fosse essenziale per la vita collettiva, ha avuto allora una risonanza politica non piccola.

È indubbio che quella pratica, come ha sottolineato Chiara Zamboni, è continuata sotto altro nome, e cioè la politica del desiderio o del simbolico. E, io aggiungo, non è un caso se alcune del gruppo Analisi sono state tra le fondatrici della Libreria e nel Gruppo n. 4, quello che ha scritto il Sottosopra Più donne che uomini.

Quello che più m’interessa dire è che, dal lavoro politico del gruppo Analisi, è nata la pratica dell’affidamento, cioè della relazione duale che ci ha permesso di tenere stretto il nesso tra singolarità e collettività.

Mi conforta in questo il pensiero della storica americana Joan Scott così come viene commentato con grande intelligenza da Stefania Ferrando nel libro Differenza di genere differenza sessuale.

Dice Ferrando: “il femminismo nella grande varietà di forme e di espressioni che lo caratterizzano, è considerato come quel movimento politico che ponendo la questione della differenza sessuale, ha riconosciuto le potenzialità critiche del vissuto e del desiderio singolare rispetto all’ordine costituito e ne ha fatto un problema politico, in cui ne va del senso della nostra vita collettiva. Il contributo del movimento femminista alla storicità delle nostre società passa quindi per un lavoro politico e simbolico sui nessi tra singolarità e vita collettiva”.

D’altra parte il femminismo della differenza ha sempre puntato sulla presa di coscienza di ogni singola donna. Le femministe sono state sempre una minoranza ma hanno contaminato con la parola e il confronto moltissime altre, magari restie a entrare nei vari gruppi femministi.

A questo punto mi potete obiettare: tu parli di singolarità ma proponi una relazione duale. Rispondo: nel rapporto duale di affidamento oltre al rafforzare il tuo desiderio, a nutrirlo, tu sperimenti l’irriducibilità dell’altra/o, dell’altra/o che pure è uguale a te. E questo ti dà un senso del limite, di realtà. Per inciso, preciso che il modello di questo tipo di relazione duale ci è stato suggerito dal setting analitico.

Riprendo il filo. Nel rapporto di affidamento, l’orientamento che si ha dal costante confrontarsi e consultarsi con quella nella quale hai fiducia, ti da maggior capacità di contrattazione tra te e te, tra te e le varie controparti che incontri nella vita.

A proposito di controparti: nel gruppo Lavoro abbiamo definito le donne come soggetti complessi a causa del loro corpo, della loro sessualità e della maternità. Di conseguenza, abbiamo sottolineato, è impossibile scindere il lavoro produttivo dal lavoro riproduttivo e di manutenzione della vita umana.

La posta in gioco dunque è che tale complessità rimanga nelle relazioni sindacali e politiche. E quindi che prevalgano forme di contrattazione sindacali e politiche non solo collettive ma anche duali o di piccoli gruppi.  

Per spiegarmi meglio faccio un ulteriore esempio, quello della Libreria delle donne di Milano che sicuramente funziona da 42 anni sulle relazioni duali e attraverso queste si prendono le decisioni. Siamo una cooperativa che per essere iscritta al Registro delle Società ha dovuto stendere uno Statuto che prevedeva la nomina di un Amministratore, di un Consiglio di Amministrazione, di una assemblea che decidesse a maggioranza. Noi abbiamo messo da parte lo Statuto e abbiamo concordato invece che decidesse quella/e che si trova in Libreria in quel momento. Quella (o quelle) che, per la più parte dei casi, interpella(no) le donne con le quali sono in una relazione di fiducia. Questo non ha chiuso in sé la Libreria. Al contrario, donne che se ne erano andate per ragioni personali e politiche sono ritornate proprio perché il dissenso politico, o altro motivo di allontanamento, non aveva rotto negli anni le relazioni duali di fiducia con quelle rimaste.

Per concludere sul punto, prima che la parola passi a voi presenti, sottolineo  come in questo modello relazionale che chiamiamo affidamento, sia possibile trovare un vero baluardo e alternativa alla necessità del potere.

 

(Via Dogana 3, 18 settembre 2017)

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