20 ottobre 2018
Vita e Pensiero

L’IRAN AL SALONE DEL LIBRO Idea spericolata o straordinaria opportunità?

di Riccardo Redaelli

 

L’Iran è una contraddizione. È un paese in cui manca la libertà personale ma è anche il più affamato di cultura occidentale nel Medio Oriente. La scelta del Salone del Libro di Torino di invitarlo per il 2020 come ospite d’onore può configurarsi come una straordinaria opportunità per l’Italia: oltrepassare i muri ed essere un ponte tra mondi diversi. A una condizione: dare voce anche a quella parte di società iraniana che il sistema ha cercato di silenziare.

 

Va bene, d’accordo. Ci arrendiamo. Dinanzi al fuoco di sbarramento attivato contro l’idea – spericolata, certo – di invitare l’Iran quale ospite d’onore alla Fiera del Libro di Torino del 2020, anche il manipolo di chi non vuole cedere alla demonizzazione ossessiva e martellante di quel paese deve rinunciare. Perché andrà a finire che, vuoi per pressioni politiche, vuoi per minacce di ritorsione da altri paesi, vuoi perché il Salone, come si dice, deve essere inclusivo e non divisivo, non se ne farà poi nulla.

Una sconfitta per chi ama la storia e la cultura di questo paese complesso e straordinariamente poliedrico, ma anche per chiunque rifiuti di trasformare ogni dibattito in due monologhi solipsisti in cui si scaricano sull’altro slogan e frasi fatte, una contrapposizione di semplice bianco o nero, ove viene guardato con sospetto ogni chiaroscuro.

L’Amministrazione Trump, ha lanciato da tempo una campagna massiccia per isolare la Repubblica islamica dell’Iran, sposando acriticamente le posizioni della destra israeliana e dell’Arabia Saudita. L’Iran è il male, la minaccia ontologica, il fomentatore del terrorismo islamista. Inutile sottolineare come quest’ultimo sia quasi esclusivamente di matrice sunnita e non sciita come i persiani e che proprio Riad abbia le maggiori colpe per la crescita del salafismo-jihadismo che insanguina il mondo contemporaneo. L’unica politica possibile verso l’Iran è quella dell’isolamento e della demonizzazione. Da qui il ritiro unilaterale statunitense dall’accordo nucleare faticosamente stipulato nel 2015 e le nuove sanzioni che minacciano ogni azienda in affari con Teheran.

Contro questa politica che trasforma un paese – certo non privo di ombre cupe e di lati oscuri – in un demone da isolare, l’Europa oggi sembra impotente: ha difeso a parole l’accordo nucleare, ma non fatto nulla di concreto per impedire che le minacce di sanzioni economiche USA lo svuotassero di significato. A livello di politica estera regionale, Brussels rimane passiva e irrilevante, un burocratico cetaceo spiaggiato sulla propria inerzia e sulle proprie contraddizioni interne.

Se vi è un canale che rimane tuttavia aperto, soprattutto per noi italiani, è proprio quello culturale. La vicinanza dei nostri paesi a questo livello è una costante dell’ultimo secolo, basti pensare ai continui scambi di studenti, all’importanza delle nostre missioni archeologiche e storiche nel ricostruire il passato plurimillenario iraniano, solo per fare due esempi.

L’Iran è anche il paese più affamato – a dispetto dei luoghi comuni – di cultura occidentale, quello in cui si traducono più libri stranieri in tutto il Medio Oriente: 8mila case editrici pubblicano 61mila libri. Gli artisti iraniani, dalla cinematografia alla scrittura, hanno ottenuto moltissimi riconoscimenti internazionali. Ve ne sono di molto famosi, si pensi a Kiarostami, Makhmalbaf e Panahi per il cinema, o alle scrittici in esilio come Nafisi e Satrapi, che hanno denunciato le violenze e la illiberalità del regime. Ma vi sono molti altri nomi, forse meno noti, che offrono una voce importante dall’interno dell’Iran. Voci spesso critiche verso i comportamenti del sistema di potere (il nezam).

È per questo che la scelta del Salone per il 2020 sembra utile e opportuna. Il che non significa negare la mancanza di libertà personale che affligge l’Iran, ma l’invito intendo proprio non chiudere le porte alla componente più aperta e migliore di quel paese. Gli intellettuali sono una voce critica e scomoda: alcuni se ne vanno, e spesso il dolore dell’esilio li rende estremamente duri con il loro stesso paese, altri rimangono, in un percorso faticoso, uno slalom fra divieti e censure, giocando fra le divisioni e le contraddizioni del sistema. Rinunciare a questa opportunità serve solo a chi, in quel paese, guarda con sospetto a ogni contatto con l’Occidente e sfrutta il clima da assedio e di isolamento per rafforzare ancor più il proprio controllo su tutti i gangli del sistema, siano essi politici, economici o culturali.

La cultura persiana ha dato tantissimo – nei secoli – a quella occidentale. Ancora oggi la sua società civile ha una maturità e una vitalità sconosciuta a molti dei suoi vicini: il Salone potrebbe essere un’occasione importante per farla conoscere meglio all’Italia e all’Europa e per mandare il messaggio che non tutti si adeguano alla demonizzazione imperante. Lanciando nel contempo una cima di salvataggio alla parte più moderata del ceto politico iraniano, che ha tentato inutilmente in questi anni di rafforzare i legami con l’Occidente proprio per normalizzare il quadro politico interno. Insomma, l’invito a Torino rappresenta un classico di quella “diplomazia della cultura” che il nostro paese, in passato, ha saputo spesso guidare con perizia.

Certo, al Salone spetta il compito irrinunciabile di dare voce anche a quella parte di società iraniana che il sistema ha cercato di silenziare. È importante che l’invito all’Iran non sia solo un invito alla parte ufficiale del sistema. Gli accorgimenti perché sia assicurata la presenza anche di chi, pur amando il proprio paese, non ama quel regime vi sono, in una realtà così composita come quella di Torino. Nella sua autonomia il Salone potrà trovarli.

Ma per sostenere questo invito occorrerebbe una visione di lungo periodo di tutto il sistema-paese Italia, che metta in connessione politica, scambi economici (siamo uno dei partner più importanti per Teheran) e relazioni culturali. Niente di tutto questo sembra oggi esserci in un paese, come il nostro, dominato dal tatticismo elettorale di brevissimo respiro e dalla passione irrefrenabile del parlare per slogan.

Finirà allora, è il ragionevole timore, che l’invito verrà ritirato. E un altro ponte fra Teheran e l’Occidente, fra i pochi rimasti in piedi, sarà dato in pasto alle fiamme della contrapposizione ideologica e manichea.

 

Riccardo Redaelli è professore ordinario di Geopolitica e di Storia e istituzioni dell’Asia presso la Facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Presso lo stesso Ateneo dirige il Centro di Ricerche sul Sistema Sud e il Mediterraneo Allargato (CRiSSMA) e il Master in Middle Eastern Studies dell’ASERI (Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali).

(Vita e Pensiero, n. 27, 20 ottobre 2018)

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