4 marzo 2018

Lo sconvolgimento semantico e politico di definirsi donna

di Sara Gandini

 

Dai femminielli di Napoli al travestitismo, dalle “favolose” alla prostituzione trans, dalle lotte per la legge che ha permesso il cambiamento del sesso anagrafico (n.164/1982) al rischio di sparire nella normalità. Porpora Marcasciano, presidente onoraria del Mit (Movimento identità trans), racconta come è cambiato il movimento trans, storicamente e politicamente, un movimento poco conosciuto ma che porta con sé una radicalità rivoluzionaria.

Si ride e si pensa leggendo L’aurora delle trans cattive (ed. Alegre, 2018), l’ultimo libro di Porpora Marcasciano, che sa mostrare la potenza e la radicalità della politica del simbolico e del suo legame con l’immaginario, col desiderio, con il linguaggio, con il corpo, nell’epoca in cui «si cominciò a rivendicare, prima che i diritti, il diritto di esistere».

Provocazioni e contraddizioni si rincorrono in questo libro ben scritto e coinvolgente, in cui l’autrice si mette in gioco personalmente.

Il libro nasce in un’epoca storica in cui esorcizzare lo stigma della prostituzione sembra divenuta la priorità assoluta e il movimento trans attuale sembra volersi sbarazzare del passato perché imbarazzante. Ma la sacrosanta ricerca di serenità può portare con sé quella «rimozione storica e culturale che fa sparire tutto ciò che è spurio, scarto, non funzionale, cancellando vite e esperienze non assimilabili perché ritenute degenerate, ibride, bastarde, pericolose».

Nel linguaggio di Porpora si ripetono aggettivi come leggendarie, favolose, spettacolari in una accezione fondamentalmente politica perché il truccarsi diventa entrare nella scena del mondo, finalmente esserci e significare la propria presenza nel mondo: «se il mio corpo era il calco del mondo, di riflesso esso diventava la mia impronta nell’universo.» Plasmano il loro corpo perché diventi «un corpo produttivo di senso e significato».

Porpora Marcasciano da una parte provoca il movimento trans, esplicitando le contraddizioni attuali, e dall’altra apre conflitti con quel femminismo che le accusa di «scimmiottare e creare parossismi che nulla hanno a che fare con la pratica femminista» e spiega che il trucco, gli abiti, la chirurgia erano esagerati per rimarcare la decostruzione di genere, la presa di distanza dal patriarcato: «le trans entrano in scena con i colori della guerra».

Allo stesso tempo scrive: «Nonostante ripetessimo all’infinito, a noi stesse e al mondo di essere donne rivendicandone l’appartenenza, in cuor nostro percepivamo il limite di quella dichiarazione che per quanto mi riguarda, restava profondamente simbolica, quindi fondamentalmente politica».

Porpora declina tutto al femminile, prima di tutto per un motivo politico, e si esprime in questi termini: l’utilizzo del femminile è uno «straordinario metodo di sconvolgimento semantico nel leggere e definire il mondo, anzi la monda!».

Anche per molte femministe accettare di essere identificate come donne è una vera e propria decisione politica, e per me ha coinciso con l’impegno per un senso libero della differenza sessuale, che non è qualcosa che sta tra donne e uomini e spartisce l’umanità in due. Le trans nella storia hanno pagato duramente e tuttora vengono umiliate per questa scelta. Chi più delle trans può essere testimone che la differenza sessuale non è una invenzione e che non si può ridurre tutto solo ad anatomia e biologia o solo a cultura, stereotipi e costruzione del genere? Mi riferisco a quella differenza che ci impedisce di identificarci con noi stesse e che ci mette in relazione con quello che non siamo: “Non c’è un’identità sicura e stabile nell’essere chiamata donna, e in questo si comincia finalmente a vedere un pregio”, scrive Luisa Muraro in un articolo sul manifesto dal titolo Il pensiero della differenza va capito. Il libro di Porpora ci dà la possibile di riflettere sui rischi della cancellazione della differenza sessuale e il valore simbolico e quindi politico di definirsi donna.

In questo libro infatti emerge chiaramente che se la storia trans è stata marginalizzata, assorbita, neutralizzata sono responsabili anche i loro compagni di viaggio, quelli del movimento gay. Prendere la parola e raccontare in prima persona la propria esperienza diventa quindi fondamentale perchè il registro narrativo non sia diretto esclusivamente dagli omosessuali maschi, avverte Porpora.

Interessanti anche i vari percorsi che l’autrice racconta per arrivare alla legge 164 che le ha liberate da una situazione in cui erano considerate soggetti pericolosi per l’ordine pubblico, e quindi private di passaporto, patente, diritto al voto o spedite in galera perché giravano truccate. Un ruolo importante in parlamento l’ha avuto il sostegno e le strategie di Rosa Russo Iervolino, ma anche la solidarietà di donne come Tina Anselmi e Roberta Tatafiore.

Se da una parte quindi la legge 164 ha cambiato letteralemente la loro vita, dall’altra Porpora avverte che il rischio attuale è di attraversare spazi e luoghi «rimanendo inosservate, senza peso, diafane». Si tratta di un contrasto interiore e di una contraddizione interna al movimento trans: la politica dei diritti è legata a filo stretto con il desiderio di essere integrate e “normalizzate” in una società che andrebbe invece rivoluzionata. E quindi Porpora riafferma con orgoglio il desiderio di definirsi non normali e specifica «Eviterei anche la parola diversi, perché essa presuppone l’altro da sé, quello non diverso, quindi uguale, quindi normale. Sarebbe come svilire, privare di senso le tantissime meravigliose creature che negli anni ho incontrato, svuotandole della loro splendente dignità.»

La necessità di questo libro nasce qui. Porpora rimesta nella memoria per riportare al mondo quella costellazione di trans cattive che hanno fatto una vera e propria rivoluzione. Il rimettere in scena queste figure ha a che fare con quello che fanno «i miti e le favole in cui la fantasia trova spazio e forma infiniti e diventa lo spettacolo come nutrimento di umanità».

 

(libreriadelledonne.it, 04/03/2018)

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