2 ottobre 2014

Looking Glass

Dal 16 Ottobre al 13 Dicembre 2014

Looking Glass

Three Feminist Ways to Self-Portrait

da:   www.rosannaciocca.it

Ciocca Arte Contemporanea Di Rossana Ciocca  Via Lecco, 15 20124 Milano

 

Inaugurazione Giovedì 16 Ottobre ore 18.30
A cura di Raffaella Perna

La mostra Looking Glass: Three Feminist Ways to Self-Portrait propone una riflessione sull’autoritratto fotografico nell’arte femminista italiana degli anni Settanta, a partire dalle opere di tre protagoniste di quella stagione, Tomaso Binga, Nicole Gravier e Paola Mattioli. Tre donne si riappropriano della rappresentazione del corpo e della sessualità, libere finalmente dalla visione e dal desiderio maschili: i lavori di Binga, Gravier e Mattioli muovono dal privato per dare voce a una storia collettiva, rimasta fino a tempi assai recenti esclusa dal sistema dell’arte.
Per le donne, da sempre oggetto dello sguardo e della rappresentazione altrui, l’autoritratto serve infatti a raccontarsi, mettendo in gioco la propria identità e criticando gli stereotipi legati al femminile e al maschile. L’autoritratto fotografico, in particolare, concentra l’attenzione sul doppio ruolo della donna come soggetto e oggetto della rappresentazione: stare nello stesso tempo davanti e dietro l’obiettivo mette a nudo lo scarto esistente tra identità reale e fittizia, e la fotografia diventa il mezzo attraverso il quale scegliere la veste in cui raccontarsi agli occhi dell’altro, assumendo un ruolo attivo nelle dinamiche dello sguardo.
Nell’installazione Mater (1977) Tomaso Binga parte dal proprio corpo nudo, ritratto mentre assume la forma delle lettere che compongono, appunto, la parola “Mater”: crea così un alfabeto gestuale alternativo alla lingua corrente, considerata come una forma di espressione inautentica dalla cui costruzione la donna è rimasta esclusa. Le scritture viventi di Binga costituiscono perciò una radicale alternativa al linguaggio maschile. In Donna in gabbia (1974), poi, Binga denuncia la condizione di subalternità e la mancanza di libertà della donna: si rappresenta infatti dietro le sbarre, come un uccello prigioniero, imboccata da mani maschili, stigmatizzando così il controllo e il potere esercitati dall’uomo, troppo spesso contrabbandati come una forma di cura e protezione volta a tutelare il «sesso debole».
Gli autoritratti della serie Mythes et Clichés (1976-1980) di Nicole Gravier sono una critica agli stereotipi visivi della cultura dominante: l’artista si raffigura mentre simula pose e atteggiamenti tipici del fotoromanzo, appropriandosi dei canoni linguistici e delle inquadrature di questo genere popolare nato in Italia nell’immediato dopoguerra. Così facendo da un lato Gravier esaspera, criticandoli, non solo la banalità e il sentimentalismo del fotoromanzo, ma anche e soprattutto i luoghi comuni della rappresentazione del femminile trasmessi dai media; dall’altro, allo stesso fine, mette in primo piano elementi détournanti che stridono con l’atmosfera «rosa» della foto. Tutto è rappresentato in ambienti intimi come la camera da letto; le pose assunte dall’artista sono rilassate e lo sguardo non è rivolto in camera: lo spettatore è messo nella posizione del voyeur che ha accesso di nascosto a uno spazio privato, sottolineando quanto il processo fotografico, nel rappresentare il corpo, lo oggettualizzi.
La distanza tra l’immagine di sé e quella percepita dagli altri è, anche, al cuore della sperimentazione fotografica condotta da Paola Mattioli a metà degli anni Settanta: la sequenza in mostra, Diana (1977) – che ritrae Diana Bond allo specchio e mentre sitoglie una maschera bianca dal volto – si lega alla pubblicazione del libro Ci vediamo mercoledì. Gli altri giorni ci immaginiamo, raccolta di materiali individuali ed esperienze collettive di un gruppo di donne impegnato a lavorare sull’immagine del femminile. Nel volume Mattioli presenta anche Donne allo specchio (o Faccia a faccia), una serie che indaga il rapporto della donna con l’immagine riflessa, concepita come un autoritratto corale, in cui l’autrice si identifica con i soggetti ritratti: «In ognuna di loro mi rispecchio anch’io, perché è nell’altra che ritrovo frammenti diversi del mio stesso guardarmi». Lo specchio diviene dunque strumento di un viaggio identitario pensato al plurale.

Tomaso Binga (Bianca Pucciarelli in Menna) è un’autrice di poesia visiva, sonora e performativa. Negli anni Settanta ha assunto un nome maschile in segno di protesta contro le disparità che caratterizzano la relazione uomo-donna. Ha partecipato a numerose mostre personali e collettive; tra queste si ricordano le esposizioni al femminile curate da Romana Loda (Coazione a mostrare, Magma, Il volto sinistro dell’arte e non citi altra misura??), le mostre e le performance realizzate con Verita Monselles (Litanie Lauretane, Poesia Muta, Ti scrivo solo di domenica), la mostra Materializzazione del linguaggio, curata da Mirella Bentivoglio in occasione della Biennale di Venezia del 1978. Tra le mostre recenti si segnalano la retrospettiva Autoritratto di un matrimonio (Museo Laboratorio d’Arte Contemporanea di Roma), le personali (quante?) alla Fondazione Federico J. Klemm a Buenos Aires (2006), Viaggio nella parola a La Spezia (2007), Scritture viventi (2013) alla Galleria Galeotti, in collaborazione con la Fondazione Filiberto Menna di Salerno e La Fondazione Carima di Macerata, Zitta tu… non parlare! alla Sala Santa Rita di Roma (2014). Dal 1974 dirige l’associazione culturale Lavatoio Contumaciale, che si occupa di poesia, arti visive, letteratura, musica e multimedialità; dal 1992 partecipa, in qualità di vice Presidente, alla gestione della Fondazione Filiberto Menna.

Nicole Gravier ha studiato all’Académie des Beaux-Arts di Aix-en-Provence, dove nel 1971 si è diplomata in Pittura. Si trasferisce definitivamente in Italia nel 1976. A Milano frequenta l’Accademia di Belle Arti di Brera dove si diploma in Pittura. Nel 1979 espone a New York alla Franklin Furnace e in Svezia alla Galerie St. Petri (Lund). Partecipa alla mostra La Pratica Politica alla Galleria d’Arte Moderna di Modena; nello stesso anno il «Corriere della Sera Illustrato», «HERESIS» e «Progresso Fotografico», le dedicano importanti articoli. Nel 1981 è invitata a Kunst in Sozialen Kontext al Museo di Karlsruuhe e la rivista «KunstForum» le dedica la copertina; nello stesso anno partecipa alla mostra Typish Frau (Kunstverein di Bonn, Galerie Philomena Magers e Stadtische Galerie Regensburg [almeno penso]). Il Museo di Vancouver (Canada) la invita a Mannerism – A Theory of Culture. Nello stesso anno partecipa ad Art Socio-Critique (Festival de La Rochelle). Nel 1997 è invitata a Vraiment: Féminisme et Art al Centre International d’Art Contemporain a Grenoble, con trenta artiste donne operanti in Europa e in America negli ultimi vent’anni. Nel 1999 partecipa alla rassegna Beyond the Photographic Frame all’Art Institute of Chicago, che acquista un suo lavoro.

Paola Mattioli si è laureata in filosofia con una tesi sul linguaggio fotografico; è tra i soci fondatori dell’associazione AMICI del Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo; collabora – per le immagini – alla rivista «Via Dogana» della Libreria delle Donne di Milano. Ha esposto fotografie in numerose mostre personali e collettive. Tra le principali: Immagini del no (1974); Donne allo specchio (1977); Cellophane (1979); Ritratti (1985); Statuine (1987); Ce n’est qu’un début (1998); Trieste dei manicomi (1998); Un lavoro a regola d’arte (2003); Regine d’Africa (2004); Per-turbamenti (2005); Consiglio di Amministrazione (2006); Oltre Lilith (2006); Arte dell’altro mondo (2006); Alfabeti (2007); Sguardi nella città (2011); Donne Donne Donne (2012). Tra le sue pubblicazioni: Ungaretti (1972); Ci vediamo mercoledì (1978); Cattivi sentimenti (1991); Donne irritanti (1995); Tre storie (2003); Regine d’Africa (2004); Fabbrico (2006); Dalmine (2008); Una sottile distanza (2008); Passi di un’oca sperduta nella neve (2012); Mémoires d’Afrique (2013).

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