16 febbraio 2013
http://beta.macao.mi.it

Macao incontra Via Dogana

http://beta.macao.mi.it/appuntamenti/presentazione-via-dogana/


Sporgendomi da Macao, l’ex macello di Milano


la testimonianza di Pasqua Teora

In questo palazzo un tempo si uccidevano, si macellavano e si vendevano animali. In questo tempo nuovo si vive e si lavora insieme sezionando e decostruendo le modalità del lavorare per poter creare insieme un’alternativa al pensiero e alle pratiche manageriali: alternative in azione e sperimentazione che si basano sulla cooperazione, lo scambio in presenza e sul mutualismo in alternativa al modello neoliberista che invece impone individualismo, corporativismo e insensata concorrenzialità.

 

In questo palazzo un tempo si uccidevano, si macellavano e si vendevano animali. In questo tempo nuovo si vive e si lavora insieme sezionando e decostruendo le modalità del lavorare per poter creare insieme un’alternativa al pensiero e alle pratiche manageriali: alternative in azione e sperimentazione che si basano sulla cooperazione, lo scambio in presenza e sul mutualismo in alternativa al modello neoliberista che invece impone individualismo, corporativismo e insensata concorrenzialità.

Come scrive Ciccarelli sul Manifesto del 16.1.2013 (passato nella rassegna stampa del sito della Libreria delle donne), il 77% dei frequentatori e occupanti di Macao dice di difendersi dall’invasività di un lavoro che sbrana l’esistenza e la psiche. Paolo, intervistato dal giornalista, dice: «Macao è il nome comune di chi si sottrae al modello manageriale di ottimizzazione della produzione che ha devastato la cultura italiana degli ultimi 30 anni… Qui la produzione di segni è immediatamente mobilitazione politica. Questo segna la riscoperta dell’agire in comune e del lavoro in relazione a cui invitava Lia Cigarini già negli anni ’90. La forte partecipazione delle donne in Macao è stata determinante per comprendere che oggi la qualità del lavoro sta nell’aumentare la qualità delle relazioni e non il risultato, come dice il pensiero manageriale».

 

                       Si muovono infiniti pezzi sparsi/ in cerca di nuovi interstizi/ si creano vicinanze che non sono propriamente parentele.

Sono a Macao, l’entrata del palazzo-museo ex macello è quasi trionfale. L’ingresso a colonne fa una certa impressione. Vado, andiamo oltre, passando su un pavimento a mattonelle trasparenti da cui si espande una luce arancione e rosso scuro. Entro, a destra uno spazio meno grande alla buonissima con un buffet di buoni cibi e sedie tutto intorno al salone spoglio. Poca luce, quasi buio, tipo: e mi illumino di meno e oltre a ciò: noi ci scaldiamo di meno. Fa proprio freddo, rimaniamo con piumini allacciati, berretti e sciarpe attorcigliate alle orecchie. Stufa tra due grandi finestre con i tubi come si usava una volta. La fiamma giallo fioco si muove veloce al di là del piccolo vetro rettangolare che alimenta l’immaginazione sempre a caccia di segni.

Io per caso ho nella borsa il mio portatile per questo posso appuntarmi in diretta un po’ delle parole, dei ragionamenti e qualche atmosfera perché il pc si autoillumina.

                                                                  Tremano i fili gemmati sospesi qua e là/vedo pulviscolo di luce/in quest’aria quasi buia

Nel frattempo si è formato un cerchio, accanto ho Flora che mangia un cus-cus freddo e me ne offre. Un bambino di 4 mesi imbacuccato più di noi adulti passeggia tra le braccia di una donna che – gliel’ho chiesto – non è la madre: è il primo occupato-occupante di Macao. Cosa vorrà dire questo piccolo già nato? Cosa capisce lui di questa poca luce, di questo poco riscaldamento e di tutta questa gente che vuole parlare di scrivere e di creare e di pratiche che sono del vivere e dello stare, appunto nella qualità della relazione, come noi qui con loro nella accettazione delle differenze?

Mi predispongo a trascrivere i dialoghi che ci saranno e poiché non sono una super dattilografa, mi preparo ad accettare i limiti. Ci saranno parti e non il tutto, non ne uscirà un verbale, ne uscirà qualcos’altro che non posso sapere perché ancora non c’è.

Comincia la presentazione-conversazione: loro dicono che con noi si sono strette relazioni, curiosità reciproca, ascolto e che hanno sentito il nostro interesse per loro e le loro forme di radicalità all’interno dello spazio, nella città in cui abitano.

Odore e movenze di giovinezza/questa non è la nostra antica adolescenza/eppure c’è fermento,
il mio cuore trasmette: viva la differenza

Macao continua: quello che vogliamo fare e stiamo facendo ha a che fare con l’analisi delle forme del lavoro, specificamente nel lavoro dell’arte e dello spettacolo e per noi, la scelta è tra avere ed essere. Qui vogliamo creare una forma per una trasformazione delle pratiche convenzionali del lavoro e le parole su cui riflettiamo sono: senso e tempo; il tempo del desiderio; la cura per il luogo e lo scarto di immaginazione per realizzare un salto non solo rispetto a quando eravamo alla Torre Galfa.

 

Maddalena, la donna che ha aperto la conversazione, parla di un’artista nordamericana che nel 1969 teorizzò la relazione tra arte e presa in cura dello spazio e delle relazioni, la sua maternità e l’invisibilità del lavoro quotidiano da lei portato avanti – nella più totale indifferenza del mondo –: di cura della vita ovunque ci si trovi e si decida di fare arte. L’artista, in quegli anni lontani, decise che il museo avrebbe dovuto raccogliere, come fosse arte pubblica, l’invisibile. La donna artista disse: «La mia mostra sembrerà senza opere d’arte, ma la mia arte sarà la presa in cura del museo stesso così come faccio quotidianamente a casa mia: spazzare, dare la cera, spolverare, sistemare, lavare, stendere ecc. Inviterò amici a mangiare e bere a trattenersi al museo come se fosse casa e prendere parte, come fosse la mia stessa casa».

Fuori è inverno e fa molto freddo/ lavoro remunerato non ce n’è in abbondanza/eppure qui ci sono scintille e fiammelle guizzanti.

A questo punto esplicitano che anche loro vorrebbero fare una rivista, chiedono di sapere come abbiamo fatto noi, come è nata Via Dogana e che pratiche utilizziamo, quali sequenze, da quali presupposti partiamo ecc.

Luisa – Redazione VD: Negli anni ’90 la rivista è nata perché una donna ha dato 20 milioni affinché facessimo qualcosa. Prima facevamo il Sottosopra, un foglio una tantum, che è meno complesso da gestire, non richiede una redazione impegnativa come la rivista. Cominciammo raccogliendo gli scritti di alcune donne che avevano qualcosa da dire. Noi siamo state fin dall’inizio sull’onda del femminismo non orientato alla parità, emancipatorio e modernista. La rete delle relazioni è importantissima.

Un tema che si è posto: noi risaliamo agli anni ’70 con una concezione del mondo che non è la vostra, noi eravamo solo donne e il separatismo è stato un passaggio storico indispensabile, voi siete donne e uomini. Comunque, le donne esistono dall’origine dell’umanità, forse l’abbiamo fatta noi l’umanità: è un retroterra che pulsa e che è della nostra generazione. Voi tra 30 anni avrete forse problemi simili: il vostro tema è la città, dove stare fisicamente e fare insieme.

Passa una sirena che grida / qualcosa sta morendo / contaminiamoci finché siamo in tempo

La pratica politica che ci permette un certo gioco in parte la conoscete, è la relazione tra noi. Voi invece siete uomini e donne. Sul n. 3 di VD, Paolo Golinelli ha scritto su Matilde di Canossa. Nessuna delle lettrici della rivista si è accorta che aveva scritto un uomo: tutte leggevano Paola.

Flora – Macao: ho un problema enorme, riesco a parlare solo con una persona per volta. Come fate voi? Vi riunite, parlate, siete tante? Io faccio la danzatrice da quando avevo 6 anni. Sicuramente per tanti motivi ma anche perché non serviva la parola. L’assemblea, funziona o non funziona?

Clara – Redazione VD: noi non abbiamo l’assemblea, abbiamo una redazione allargata: si parla, poi c’è la scrittura… Non è assemblea, è una riunione.

Luisa – Redazione VD: consiglio di andare in qualsiasi luogo con un’alleanza con un’altra donna o uomo con cui siete in confidenza per avere un’alleanza, un appoggio e narrare le esperienze significative.

Flora – Macao: se il luogo dell’esistenza simbolica di Macao è l’assemblea come si fa con una che non ha la parola???

Chiara Pergola, artista, interviene con la sua esperienza.

Maddalena – Macao: l’assemblea non è l’unico luogo simbolico, ce ne sono vari: i progetti dei tavoli e le produzioni, p.e. un film prodotto e realizzato in modo molto particolare. La domanda è: come si fa a tradurre queste in scrittura? Ci stiamo occupando di “tormentone”, sì, quella strana cosa che come nel web così nella realtà si trapassa velocissimamente… p.e. il pulcino Pio… La nostra ricerca è per scardinarlo inserendo nel meccanismo altri elementi per generare altro che abbia senso, attraverso le nostre collettive narrazioni. Poi nello spazio comune ci sono altri che contemporaneamente fanno altre cose e si passa e si chiede aiuto per qualcosa e ci sono diverse competenze, altre sensibilità: è a disposizione di tutti e trovi qualcosa che ti serve.

Per noi la prima forma di espressione è l’arte: produzione di linguaggi vari e poi trovare il modo di raccontare ciò che facciamo con parole scritte.

C’è un disco rosso in mezzo alle sedie in cerchio/bocca di vulcano travestito da cuscino /ora l’eccedente affiora nel il qui e ora

Piera – Redazione VD: esiste l’utopia meravigliosa di interrogarsi e fare critica politica, poi nel frattempo si creano altre cose … la politica richiede il mantenimento delle relazioni, una sorta di dipendenza dagli altri e dalle altre di cui capisci che non puoi fare a meno e loro di te.

Luisa – Redazione VD: loro sono venuti al mondo così, qui, la loro non è un’utopia, è una realtà evidente, abitatori di uno spazio urbano che sarebbe andato in pasto alle speculazioni edilizie.

Cristina – Macao: chiede sui criteri e sui metodi. Applicati nella Libreria e per costruire VD e come avviene che partendo da sé si costruiscono i criteri e quali sono le difficoltà che incontriamo nel percorso.

Giordana – Redazione VD: nel Gruppo Lavoro c’è stata un’esperienza di scrittura collettiva molto interessante, abbiamo realizzato il Sottosopra sul lavoro. Lì è stata fondante l’esperienza di condividere, e dopo aver fatto e pensato abbastanza un pensiero che era stato elaborato a sufficienza, quel magma è diventato “Immagina che il lavoro”. E questo è stato un altro lavoro politico: trovare le parole per dire ha richiesto un graduale e progressivo avvicinamento tra di noi per giungere alla parola scritta che andasse bene a tutte. A volte ci pareva di avere le idee chiare, poi a volte era vero, altre no. Ognuna ha scritto dei pezzi e sapevamo di voler giungere a un testo collettivo che esprimesse qualcosa di più che le varie singolarità potessero esprimere ognuna separata dal resto. Una pratica di pensare e scrivere insieme. Non potete immaginare gli scazzi, le difficoltà. Per giorni, per settimane: un’opera d’arte. Sì, un’opera d’arte collettiva. La parola diventa così strumento vivo che entra e attraversa le relazioni. Un’altra esperienza è stata quella di leggere la teologa Praetorius e poi scrivere sull’opera partendo da noi. Un esempio di pratica viva nelle relazioni tra le persone che hanno un intento comune nella scrittura.

Se sto da sola a creare e lavorare/ ciò che viene non è mai del tutto vero/ma in me ci son le voci /
che mi fanno scena, coro greco, e contro-canto.

Alessandro – Macao: per fare il film collettivo “Open”, 7 mesi di lavoro per decostruire la macchina di regia che è pensata gerarchicamente; 3 -4 mesi di scazzi continui con la creatività singolare trasformata in creatività collettiva. Abbiamo gestito il conflitto cercando il consenso del gruppo in alternativa all’operatività gerarchica. A nostro modo abbiamo verificato che il grande nemico è l’egocentrismo, e ciò che facciamo per non nutrirlo è far prevalere il processo in contrasto con ciò che è stato il nostro lavoro: aspro, difficile ma esaltante. Ora siamo al montaggio, un altro momento importantissimo ancora di totale scazzo in cui ognuno pensa che la sua modalità sia la migliore ed è obbligato a confrontarsi con le modalità altrui che, se regge, lo arricchiscono e possono fargli cambiare idea. Siamo in relazione tra noi e la curiamo, abbiamo sguinzagliato il conflitto fiducioso. Il risultato speriamo sia buono ma la cosa più straordinaria è creare un’opera collettiva. Un processo straordinario.

Luisa – Redazione VD: non fatelo troppo palloso…

Alessandro – Macao: la prima parte è avvenuta al tavolo-video, lì c’era il confronto e il lavoro tra noi che ci osservavamo. Nella seconda parte il video vedeva entrare il pubblico in maniera attiva… “Open” voleva essere aperto, dunque doveva, voleva far entrare gli altri. L’autorialità… su questo ci si interroga: non c’è un solo autore ma un’autorialità diffusa, liquefatta, compreso l’operatore famoso che era venuto per darci una mano. Dal conflitto esasperato all’intesa, un’esperienza esaltante.

Dalle caverne con i bastoni /civilizzati, tutti cineasti, scrittori e cantastorie/
il sangue non ci corre tra i denti e ai lati delle bocche.

Silvia Mo. – Redazione VD: la scrittura come medium tra lo spazio reale e tutti coloro che è possibile raggiungere con la parola scritta. La società italiana così malata… con il vostro lavoro politico potete fare cose importanti.

Vita – Redazione VD: si tratta anche di esporsi con ciò che si pensa e si fa, riflettendo sulla propria soggettività. In Libreria c’è spazio per le soggettività che non scompaiono, non si liquefanno ma si arricchiscono vicendevolmente. La parola consenso è dolorosa, occorre mettere attenzione al linguaggio che si usa e all’autorità che circola in un gioco collettivo capace di produrre gioia. A proposito del tecnico affermato (Luca Bigazzi), bisogna tener presente che stare nei luoghi della produzione ufficiale magari gli ha appiattito la vena creativa e che a contatto con voi, meno strutturati, potrebbe tornare a liberarsi.

Su questo letto si opera a cuore aperto/orgia di curiosità ed eccitazione a tutto campo/
quasi quasi evolversi in relazione è meglio che venire da soli

Manuela – Macao: questo è uno spazio molto bello in criminale abbandono che rivive attraversato da noi e dalla cittadinanza attiva che vi alimentiamo. Nella nostra esperienza di girare le riprese (Open) siamo andati per sottrazione, pensando ai corpi al senso e agli spazi. Avevamo svuotato tutto di tutto, quasi a perderlo il senso… Ogni soggetto cedeva qualcosa che non lo vanificava ma apriva a un altro punto di vista che diventava arricchente anche per l’altro…

Chiara Pergola: quando sul sito avete accennato a Open avete parlato di sovrapposizioni coincidenti delle singole personalità che spariscono, perché è l’ego che vuole prevalere sugli altri e quindi è l’ego che occorre tenere a freno per riconoscere il simbolico…

Manuela – Macao: il simbolico qui cambia nel soggettivarsi, funzioniamo per approssimazione, per sottrazione, è la collettività il luogo in cui alcune soggettività possono mostrarsi e mi spaventa pensarmi in un percorso preciso in cui non posso cambiare gli schemi preesistenti, non posso esprimere la mia mestessità. Open nasce nel progetto Macao dove per noi consenso è anche mistificazione di qualcos’altro, risultato di strategie di manipolazione subliminale…

Il sole mi abbagliava lo sguardo/vedevo solo ciò che mi veniva sussurrato/
ho dovuto diventare cieca per vedere oltre l’indicato.

Luisa – Redazione VD: serve dare autorità alle donne… se no è la solita storia di uomini che per non scannarsi devono stare in queste invenzioni.

Loretta – Redazione VD: lo leggevo sui libri cos’è stato il femminismo ma non riuscivo a capirne il processo; difficile dare senso a quelle parole scritte, occorre starci dentro e non è facile, ve lo assicuro…

Per voi il simbolico è la città, ecco, il simbolico di Macao, la parola costituente che porta con sé tutte le altre parole… la città.

A proposito del metodo del consenso, nel femminismo è difficile. Molto spesso nelle assemblee si procede per teorie e non dal partire da sé, quel qualcosa di sentito in sé che arriva a cogliere qualcosa che ha significato anche per gli altri… questo non è per niente facile, eppure a un tratto accade. C’entra la relazione tra le persone, spogliata di tante sovrastrutture, e consente tante esperienze attraverso la pratica delle relazioni…

Cristina – Macao: Il privato è pubblico?

Luisa – Redazione VD: lascia perdere, sono parole che vengono da un altro momento storico, non c’entrano oggi come c’entravano allora, bisogna toccare, farsi toccare, stare.

«Come faccio a parlare io che non sono capace…?» è la solita patetica domanda del femminile. Bisogna trovare il modo di esserci, lasciandosi toccare dagli altri, sporgendosi con qualcosa che venga dalla propria umanità. P.e., il bambino che è qui: qualcosa ha stonato con quel mettere al mondo il figlio? La soggettività è più dell’ego, è una sporgenza che incontra qualcosa che esiste e non tutti vedono…

Vita – Redazione VD: c’è il problema della formazione della soggettività; avere una relazione privilegiata con un’altra donna (qui forse anche con un uomo?) crea un contesto relazionale che ti permette di sporgerti… Il collettivo è un’altra istanza. Nella relazione privilegiata con un’altra donna c’è il come far emergere la soggettività: attraverso quel tipo di dialogo e confronto che lì è l’essenza di quella relazione.

Piove forte stanotte, ondeggiano le pozzanghere in movimento/si specchiano le streghe e si creano arcobaleni.

Silvia Ma. – Redazione VD: c’è un atto costituente, un marchio a fuoco che segnerà sempre la storia di Macao: la città e le sue contraddizioni. Il metodo del consenso tende ad annullare le differenze: ci sono i facilitatori che smussano le controversie e le disparità fino a raggiungere la definizione degli obiettivi comuni. La storia di Macao ha a che fare con le storie delle soggettività in relazione tra loro: deconflittualizzazione del conflitto stesso che ha prodotto spostamenti… decostruzione come metodo per costruire altro… Macao, sede della costruzione del linguaggio… sede da cui spostarsi, il modo con cui costruire un’adesione identitaria…

Luisa – Redazione VD: poiché tu sei donna, ricordati che qualsiasi cosa deciderai di fare, tu ci devi avere un guadagno e lo devi riconoscere il tuo guadagno!

Cristina – Macao: ci stiamo interrogando sulla dinamica tra rinuncia e desiderio, la rinuncia all’ego rischia di accentuare la dinamica della rinuncia invece che far esplodere il desiderio… La psicoanalisi c’entra?

Luisa – Redazione VD: all’inizio sì, è stata importante… Qui è la fatica di coesistere, specialmente dove sono presenti i maschi, cercando modalità che aiutino a evitare lo scannarsi tra simili…

Giordana – Redazione VD: l’autocoscienza è cosa diversa dall’assemblea; quella era un’altra pratica… da lì ci siamo allontanate perché non era possibile far emergere le nostre soggettività. Anche in Macao se voglio esserci ci voglio guadagnare qualcosa: un soggetto che cresce nel confronto e nella condivisione insieme agli altri soggetti. Le donne del No dal Molin che dovevano discutere e scegliere erano determinate a evitare di votare perché è una specie di adesione passiva. Si discuteva ad oltranza fino a trovare un’adesione collettiva senza mettere ai voti niente… Come in Occupy W.S.: discutere, discutere, fino a eliminare le differenze almeno su quella tal decisione, consapevoli del perché.

In questo inverno apparentemente mite/ una coperta sarebbe sempre troppo corta/meglio la relazione per avvolgerci vicini.

Lia – Redazione VD: la nostra pratica è partire da sé, in piccolo gruppo; a Berkley ci furono quelle donne che negli anni ’60 se ne andarono dalle assemblee in cui un vero confronto con gli uomini non era possibile, se ne uscirono per protesta e se ne andarono a formare i piccoli gruppi e fare autocoscienza appunto partendo da sé in una relazione con le altre donne.

Uomo (Emanuele) che tiene sulle ginocchia il primo piccolo Macao: dire, solo se penso di avere qualcosa da dire… La politica per me è questa specie di scarto… P.e. Per andare al palazzo Citterio: ci siamo fidati di 4 o 5 persone, ho visto e ho sentito che mi fidavo di quei 4 o 5, loro. Là, abbiamo fatto qualcosa di veramente politico e di autentico, di vero… Dopo un anno sento di più la necessità di fare scatti e non perdermi nel metodo…

Luisa – Redazione VD: salvare lo spirito dell’origine sporgendosi, creando con l’eccesso qualcosa che è altro da sé… Siete artisti. Fate la vostra arte. Il riconoscimento non si può pensare che non c’entri mai, che scompaia… Comunque bastano due che una cosa la vogliano fare davvero. E la cosa si fa. È così che va.

Print Friendly, PDF & Email