1 dicembre 2017

Maestra, cosa mi combini?

di Elvia Franco

Ho letto, sul sito, dell’Accademia per piccole filosofe (aperta anche ai bambini).

Interessante.

Io negli anni novanta ho tenuto degli incontri di filosofia nella mia classe con le mie alunne e i miei alunni di quinta.

Loro hanno mente filosofica, interessate/i sempre anche ai perché, oltre ai come. Mi si sono rivelati indagatori, indagatrici, ingenui e potenti, delle cose della vita. Mai discutitori, mai discutitrici, ma sempre connessi con l’esistenza, la vita che fremeva in loro e che a tratti li spaventava anche. Paure e gioia immensa di vivere e sapere.

Ricordo quando abbiamo parlato delle paure. La morte in primis. Quella volta è quasi saltata la ricreazione per l’interesse che avevano mostrato per l’argomento.

Ho chiesto di commentare la famosa frase di Epicuro, con cui lui intendeva tranquillizzare gli uomini circa la realtà della morte. Quando c’è lei non ci siamo noi e quando ci siamo noi non c’è lei.

E no, ha quasi gridato Elena, Epicuro sbaglia. Mi va benissimo che dica, quando ci siamo noi non c’è lei, ma non mi piace per niente che dica che quando c’è lei non ci siamo noi. Proprio questo mi terrorizza, maestra.

Elena temeva la fine dell’esistenza individuale, assorbita dalla morte.

Anche altri, quasi tutti, erano d’accordo con lei. E ritenevano che Epicuro non avesse dato affatto consolazione alla vita.

Un’altra volta avevo posto il problema della conoscenza. Perché si conosce. A cosa serve la conoscenza.

E avevo osato accennare a Kant. Avevo detto che per lui conoscere è conoscere le cose dal di fuori, perché nella mente avevamo come degli stampini che mettevano in forma le cose che vedevamo nel mondo. “È come quando giocate in spiaggia con gli stampini. Se ne avete uno con la forma di una stellina, la sabbia prenderà la forma di stellina. O di fiore o di farfalla, a secondo della forma del vostro stampino.” Poi gli avevo detto che per lui il dentro delle cose non era conoscibile, restava oscuro alla mente. E questa cosa la chiamava noumeno.

Allora Judith disse: Kant sbaglia, perché il dentro delle cose noi lo possiamo conoscere. Io maestra so come sei fuori, ma anche come sei dentro. Fuori sei bella (grazie Judith!) e dentro sei buona e ci vuoi bene. Perciò ti conosco dentro e fuori. Il noumeno non esiste!

Un’altra volta, non mi ricordo di che si parlasse, quando d’un tratto Sara alzò la mano per questa importante comunicazione a me e a tutta la classe. “Maestra il nulla esiste, perché se non esistesse non si potrebbe neanche pensarlo!” (Ricorda vagamente la prova ontologica di S. Anselmo). Comunque tutti presero atto che il nulla era una questione intrigante.

Per finire una mamma e un alunno.

Un giorno, all’uscita, la mamma di Stefano, una biologa, mi disse, fra l’affettuoso e lo sconcertato: “Maestra Elvia, cosa mi combina? Da un po’ di giorni Stefano non fa che dirmi che da grande lui vuole studiare filosofia all’università. Ma lei, maestra, lo vuole disoccupato a vita?”

Come andò a finire? “Da grande” Stefano cercò di entrare alla Normale di Pisa nella facoltà di filosofia. Ma per pochi punti non superò le prove di ammissione. Continuò a leggersi per conto suo dei testi di filosofia. Ora è un giovane professore di economia alla Bocconi.

Vi auguro buone cose con l’Accademia.

(www.libreriadelledonne.it, 1 dicembre 2017)

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