26 agosto 2017
il manifesto

Meno male che c’è Bergoglio

di Bia Sarasini

Immigrazione. Il papa mette la sua autorità simbolica e la rete diplomatica del Vaticano a un’idea di convivenza umana che non è la più popolare oggi nel pianeta. E la rivista dei gesuiti mette all’indice Nixon, Bush, Trump e Bannon.

Parla al mondo, il messaggio che il papa ha rivolto alla giornata dei migranti e dei rifugiati del gennaio 2018. Con una nettezza a cui è impossibile sfuggire dice che le migrazioni sono il fatto epocale che cambierà il modo di vivere e di pensare.

Non dà cifre, non elenca dati, il Papa. Ne ricordo uno, per comprendere di cosa si parla: nel 2016, i migranti, cioè tutti coloro che si spostano sulla superficie del pianeta, sono stati 244 milioni, circa il 41% in più del Duemila.

Il messaggio di Bergoglio va dritto al cuore duro della politica e della convivenza contemporanea, con un linguaggio semplice e chiaro, e molto concreto.

Questo è il punto di svolta: papa Francesco non si limita a esortare, a sollecitare, con notevole realismo indica nel dettaglio cosa è necessario e possibile fare. E questo è insostenibile, quasi per tutti i politici. Perché nel breve testo è contenuta una carta, scritta con consapevolezza del diritto internazionale, per affrontare senza isteria e strumentalizzazioni la trasformazione – o metamorfosi come forse è più preciso dire – del nostro mondo.

I quattro “comandamenti” che sono alla base del messaggio, già enunciati in altre occasioni, ovvero «accogliere, proteggere, promuovere e integrare», vengono declinati in azioni concrete, limpide, come: «programmi di sponsorshipprivata e comunitaria», «corridoi umanitari per i rifugiati più vulnerabili», «visti temporanei speciali» per chi fugge da zone di guerra.

E naturalmente ciò che ha fatto più clamore: la cittadinanza sicura per chi nasce dovunque nasca, oltre che il diritto alla propria cultura.

L’effetto è così sorprendente da essere spiazzante. E non penso alle diverse destre, in Italia e nel mondo, ai Salvini che gridano all’ingerenza, «se li prenda a casa propria», «bene, ha deciso di farli tutti cittadini del Vaticano». Le agenzie internazionali della paura come chiave del consenso elettorale, non possono che essere colpite nel vivo da chi ammonisce che i principi evangelici non sono buoni sentimenti, ma ispirazione per la vita pratica.

Colpiscono le reazioni della sinistra.

Di quella di governo non c’è da meravigliarsi. Il punto è che nessuno, certamente in Europa, è in grado di fare propria la carta ispirata ai quattro comandamenti di Francesco. E il fatto di averla stesa, messa nero su bianco senza possibilità di equivoci, è perlomeno imbarazzante.

Ci sono poi le reazioni anti-clericali, quelle ostili a-prescindere, perché si tratta di un Papa e del Vaticano, quindi non bisogna fidarsi comunque. Eppure non si tratta di fidarsi, e neppure considerare “buono” tutto quello che fa e dice papa Francesco.

Il punto è che lui, questo Papa e non altri, mette a disposizione la sua autorità simbolica e la considerevole terrena rete diplomatica del Vaticano a un’idea di convivenza umana che non è la più popolare oggi, nel pianeta.

È un passaggio che va analizzato con tutta l’attenzione possibile, e non solo dai credenti che vengono sollecitati alle “opere”.

Un segnale forte è stato dato dall’editoriale dalla rivista dei gesuiti Civiltà Cattolica dello scorso luglio, a firma del direttore Antonio Spataro e di Marcelo Figueroa, pastore presbiteriano e direttore dell’edizione argentina de L’Osservatore Romano. Una critica diretta e chiara del «sorprendente ecumenismo» che viene dall’alleanza negli Usa tra il fondamentalismo evangelico e il fondamentalismo cattolico

. Del tutto inedito in un testo che comunque viene letto in Vaticano, è che vengono fatti dei nomi di politici ispirati a queste idee, da Steve Bannon e Trump, passando per Nixon e Bush. Ne sono nate controversie aspre e forti, anche se in Italia hanno curiosamente una scarsa risonanza.

In ogni caso alle dimissioni di Bannon, qualcuno ha commentato. “Francesco ha vinto”. E questo è il punto.

È riduttivo pensare che papa Bergoglio intenda entrare nella vita politica corrente degli Stati, sia la piccola Italia o la grande potenza degli Stati Uniti. Il peso che Francesco mette in gioco è sugli orientamenti, le linee di fondo. E nel visibile smarrimento contemporaneo si pone come caposaldo di una controtendenza, rispetto sia alle scelte della politica e sia ai più diffusi sentimenti dei popoli.

Tutto il resto, compreso il pensare che siano possibili accordi con politiche di respingimenti, è assurdo o pretestuoso. Basta leggere e ascoltare.

(il manifesto, 26 agosto 2017)

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