25 maggio 2017

Nel «femminismo punitivo» posso rientrare anch’io

di Massimo Lizzi

È nato un nuovo equivoco: il «femminismo punitivo». Con il quale si valuta in modo sprezzante quella parte del movimento delle donne che propone di sanzionare i clienti della prostituzione o di vietare l’utero in affitto. Tali proposte sarebbero in continuità o presterebbero il fianco al «populismo penale»: una strategia del consenso, che inasprisce le pene, introduce nuovi reati, limita le libertà individuali, in nome di decoro, ordine pubblico, sicurezza.

Nel «femminismo punitivo» posso rientrare anch’io. Condivido l’opposizione alle politiche securitarie e proibizioniste. Al tempo stesso, senza avvertire incoerenza, mi sento favorevole alla sanzione dei clienti. La domanda maschile di sesso a pagamento è all’origine della tratta e della prostituzione. Essa però, rimane nell’ombra ed è nominata con una parola socialmente accettabile «cliente», mentre ad essere stigmatizzate sono le prostitute. In Spagna, per definire i clienti è stata coniata la parola prostitutore. Spostare lo stigma dalla prostituta al cliente penso abbia un grande valore simbolico. Inoltre, mi sento favorevole al divieto dell’utero in affitto, così come posso sentirmi favorevole ad una norma che vieta di comprare, vendere, donare un essere umano.

Vedo queste posizioni in continuità con l’abolizione della schiavitù e dei contratti di servitù volontaria. Molte femministe che le sostengono si definiscono, infatti, abolizioniste. Il loro principio è diverso dalla morale, dal decoro, dall’ordine pubblico: riguarda invece la liberazione dal dominio e dalla violenza patriarcale. Il loro bersaglio è diverso dal comportamento «deviante» di tossicodipendenti, alcolizzati, piccoli delinquenti, migranti irregolari, e delle stesse prostitute: riguarda invece la violenza ordinaria e strutturale degli uomini rispettabili, una violenza che si fa potere, industria e mercato. La lotta di questo femminismo, a differenza dei populismi, vuole formare l’opinione pubblica e ha difficoltà ad ottenerne il consenso.

Altri punti di vista rivendicano la libera scelta nella prostituzione o nella maternità surrogata; oppure promuovono un lavoro esclusivamente educativo e riflessivo nei confronti degli uomini e rifiutano ogni ipotesi di sanzione. Voglio provare a comprendere e rispettare questi orientamenti diversi dai miei; e voglio anche tenere presente che si può approvare una norma e non l’altra: personalmente, sono contrario a vietare il velo e, in generale, a tutte le norme che penalizzano le vere o presunte vittime; molti (e io stesso) sono favorevoli al reato di omofobia, mai citato tra gli esempi punitivi, repressivi o proibizionisti.

Ogni orientamento è esposto alla strumentalizzazione. Quello che sostiene i diritti delle sex worker può essere preso a pretesto da chi vuole riaprire i bordelli, creare ghetti a luci rosse, registrare e tassare le prostitute. Ogni orientamento libertario può essere fagocitato dal neoliberismo. Se in questo vedo contiguità oggettive e prescindo dalle motivazioni, dai significati e dalle aspettative di chi quegli orientamenti sostiene, posso anch’io intendere una cosa per l’altra, contrapporre equivoco ad equivoco, in una dinamica nella quale la provocazione attira molta attenzione, ma poi diventa un ostacolo alla comunicazione.

(www.libreriadelledonne.it, 25 maggio 2017)

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