Libreria delle donne di Milano

La tirannia del presente sul divenire della nascita
Il parlare tanto di genetica ha la funzione sociale di trasformare gli esseri umani in portatori di geni e il gene in qualcosa di reale
Barbara Duden, appassionata storica del corpo femminile e della sua percezione nella modernità, al XII simposio dell'Associazione internazionale delle filosofe Un incontro su rischi e possibili antidoti alla crescente biologizzazione della vita, temi del suo nuovo libro, «I geni in testa e il feto nel grembo»
Stefania Giorgi

Appassionata storica del corpo femminile, dopo Il corpo della donna come
luogo pubblico (Bollati Boringhieri, 1994), testo cruciale per capire come
nuove tecniche e un nuovo apparato linguistico hanno completamente mutato il
modo di concepire e vivere la gravidanza - di come "nel giro di pochi anni
il bambino e' diventato un feto, la donna incinta un sistema uterino di
approvvigionamento, il nascituro una vita e la 'vita' un valore
cattolico-laico quindi onnicomprensivo" - Barbara Duden torna a indagare
l'esperienza corporea delle donne con I geni in testa e il feto nel grembo
(Bollati Boringhieri, euro 28) - che sara' presentato e discusso con Maria
Luisa Boccia al Festival di letteratura di Mantova. Temi e riflessioni che
ha portato a Roma nel simposio dell'Associazione internazionale delle
filosofe, animando - con Elena Gagliasso, Gabriella Bonacchi, Tristana Dini,
Caterina Botti, Elisabeth Strass - una sessione plenaria e un workshop su
"scienze e tecnologie". Il nuovo libro raccoglie gli interventi di Duden nel
corso degli anni '90, sollecitati da universita', associazioni, ordini
professionali, congressi scientifici, letture, mostre, sentenze. Con
introduzioni e note che li contestualizzano e li riportano al presente. Un
testo che mette in guardia sugli effetti di un'esperienza del corpo plasmata
sempre piu' dalla simulazione tecnologica decorporeizzante, dalla
pervasivita' del linguaggio del rischio e delle probabilita' della
genetica - subdola "come le radiazioni di Cernobyl" -, dell'orizzonte di una
vita sempre piu' "biologizzata" per gli uomini ma, soprattutto, per le
donne.
*
- Stefania Giorgi: Continuando a usare la gravidanza come evento
paradigmatico, cosa mostrano i mutamenti che la fecondazione artificiale e
la separazione del feto dal corpo materno stanno producendo sulla scena
procreativa?
- Barbara Duden: Il parto e' stato, fino a non molti decenni fa, un momento
di rivelazione, perche' non si poteva sapere che cosa stava portando a
compimento la donna. Un'esperienza di cambiamenti nel ritmo dell'essere che
teneva insieme il presente e il non-dum latino. Nella gravidanza moderna
quel non-ancora e' stato cancellato. La visualizzazione di cio' che deve
ancora nascere - attraverso "occhi" tecnologici sempre piu' sofisticati -
gia' dal primo mese, separa il feto dal corpo materno, lo proietta
all'esterno, lo oggettivizza e rende impossibile alle donne vivere questa
esperienza corporea del divenire. Il non-ancora e' distrutto dalla tirannia
del presente. E tutto questo orienta il modo, storicamente inedito, in cui
oggi si discute degli embrioni.
L'antica nozione del parto come momento della verita', atto inaugurale e
decisivo del divenire umano, si perde in un tramonto che inizia negli anni
'70. Oggi il parto e' il finale calcolato di un processo controllato che
dura nove mesi. Il parto, venire al mondo dal corpo materno, principio che
ha segnato la storia e la cultura umana, nella sua intimita', tenerezza e
imprevedibilita', sta scomparendo dall'immaginario.
Sulla procreazione assistita occorre distinguere tra le manipolazioni nei
laboratori, la loro regolamentazione e il desiderio di una donna di far
nascere un bambino. Nella discussione pubblica svanisce il contrasto tra una
manipolazione in vitro e il divenire in corpo di donna. Questa cruciale
differenza non viene piu' compresa intuitivamente, con un effetto simbolico
molto forte: il laboratorio offerto come sostituto del corpo femminile. Le
possibilita' della tecnologia riproduttiva diventano cosi' reificazioni del
management di speranza che cambia il modo di vivere il desiderio di un
bambino che non arriva.
E' sciocco discutere sul numero degli embrioni da produrre e impiantare. E'
inquietante e dannoso il modo in cui si parla degli embrioni come esseri
umani e, in particolare, come la chiesa cattolica si fissi su queste
cellule, questi stadi organizzativi biologici come problema fondamentale
della vita. Una societa' che discute in questo modo degli embrioni mette in
opera quello che Ivan Illich definiva un "sentimentalismo epistemico",
l'approccio sentimentale a una materia per la quale non si adatta ne'
l'amore ne' l'avversione. Che in Europa il destino degli embrioni sia
diventato una questione fondamentale provoca una devastazione del senso
della parola umanita' poiche' questo "sentimentalismo" riguarda qualcosa che
non e' carne, non e' un essere umano. Corporeizzando l'invisibile
(l'embrione) e decorporeizzando il visibile il risultato e' che non si parla
dei bambini reali e del fatto che per essere tali hanno avuto bisogno di
nove mesi nel corpo di una donna.
*
- Stefania Giorgi: Rischio, probabilita', predizione: nel descrivere
l'indottrinamento strisciante della "biocrazia", nel suo libro parla del
gene come "cavallo di Troia" per le donne...
- Barbara Duden: La medicalizzazione degli anni '50 riguardava in primo
luogo le donne, ma non ne cancellava il corpo. Con l'ingresso dei geni nel
linguaggio e nella vita quotidiana siamo di fronte a un fenomeno del tutto
diverso. Il concetto di gene ha una storia molto lunga nel '900 e nel tempo
ha significato cose molto diverse. Solo negli anni '90, e in modo massiccio
con il progetto "Genoma Umano", il gene ha invaso il linguaggio comune ed e'
divenuto l'immagine (che e' solo una fantasia) di un "elemento di vita" che
tutti hanno in se'. Ma gia' negli anni '80 il genetista Raphael Falck, nel
saggio The Gene in Search of an Identity, ha chiarito come il gene sia un
concetto che non rimanda a nulla che possa essere distinto, reificato,
localizzato.
Parlare tanto di genetica ha la funzione sociale di trasformare gli uomini
in portatori di geni e il gene in qualcosa di reale, sempre meno legato alla
sfera personale della trasmissione ereditaria, con le sue radici nel passato
e nella parentela. La funzione sociale del gene oggi e' un'altra: e'
qualcosa dentro ciascuno di noi, che esiste gia', con conseguenze non ancora
prevedibili ma calcolabili secondo le regole delle probabilita'. Il gene si
incarna nella persona come un calcolo statistico e la genetica diventa
predittiva, si riferisce sempre piu' a qualcosa a venire.
Lo stesso vale per cio' che si intende con "effetto gene". L'uomo comune
s'immagina un difetto organico, un errore nel sistema operativo, qualcosa
che c'e' gia' e che potrebbe provocare qualcosa di terribile nel futuro. Se
la donna, per esempio, ha interiorizzato l'idea di un gene per il cancro al
seno, finira' con l'incarnare l'immagine di uno stato assediato dai
terroristi con la conseguente necessita' di un sistema di controllo sempre
piu' fitto, di un'osservazione permanente. Il gene, dunque, allarga un
orizzonte d'aspettativa negativa, crea paura e rende dipendenti da un
sistema di controllo autoritario.
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- Stefania Giorgi: Ma questo vale anche gli uomini, ad esempio per il cancro
alla prostata...
- Barbara Duden: La domanda e' perche' le donne sono cosi' preoccupate per
la loro corporeita' e che cosa ha a che fare questa preoccupazione con la
propaganda pubblica sul corpo femminile minacciato e a rischio. Il sistema
della prevenzione per il cancro al seno, con le mammografie di massa, ad
esempio, funziona in pochi casi. Per un numero incredibilmente alto di donne
l'effetto e' negativo perche' c'e' un numero enorme di diagnosi sbagliate.
Si potrebbe parlare di una forma di lesione colposa organizzata che gli
uomini di certo non tollererebbero. Ma la vera differenza tra uomini e donne
sta nel fatto che il corpo femminile incarna - attraverso la sua
potenzialita' procreativa - una temporalita' speciale rispetto al futuro che
il corpo maschile non ha. In un sistema che cerca di regolare il rischio, il
corpo segnato da questo legame speciale con il tempo diventa quello che piu'
si presta, politicamente e simbolicamente, alla propaganda della fede nel
gene.
Certo, dobbiamo anche chiarire la funzione sociale della medicina. Il
sistema dei test genetici funziona solo perche' la gente pensa che si tratti
di una diagnosi medica, anche se la genetica non ha niente a che fare con il
sapere e la pratica originaria dei medici. Si tratta solo di fantasie sul
regolamento dei fattori di rischio. Anche se, ripeto, il riferimento tra il
tipo di gene e il fenotipo e' di natura statistica e talmente complicato che
la possibilita' della previsione individuale diventa una forma di
superstizione.
La genetica modula il futuro secondo un modello in cui cio' che accadra'
dipende dall'agire calcolato nel presente. E' una pazzia che distrugge la
fiducia in se', la capacita' di scelta in prima persona e rende dipendenti
dalla competenza specialistica: nessuno stato corporeo e' buono senza
l'attestato di un professionista. La gravidanza ne e' di nuovo il miglior
esempio.
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- Stefania Giorgi: Nell'irruzione del linguaggio scientifico nella vita
quotidiana e nelle dispute sulla genetica applicata al vivente c'e' la
possibilita', praticata in primo luogo dal pensiero critico femminista, di
seguire una via che scarti la coppia oppositiva tecnofilia/tecnofobia. Nel
libro, invece, lei propone un radicale "a-genetismo".
- Barbara Duden: Ancora una volta si deve distinguere tra cio' che la
tecnica e' in grado di fare, spesso non mantenendo cio' che promette, e cio'
che crea simbolicamente. E io credo che la sua funzione sociale stia
nell'ordine simbolico, nel cambiamento della soggettivita', della percezione
dell'essere, dell'orientamento nel mondo. Cio' vuol dire, per me, che non si
tratta di cercare una strada tra ottimismo e fobia, bensi' di analizzare con
sobrieta' e senza illusioni l'effetto simbolico di questa forma di social
engeneering. Con la parola carne mi riferisco a qualcosa che non si lascia
definire, che ha a che fare con un sapere sensitivo e con la fiducia o
sfiducia nella propria carne. Con l'amore, la voglia di vivere, lo spreco,
con un modo di percepire che non e' afferrabile con una definizione
normativa, che invece ha a che fare con la fiducia di poter gestire una
situazione. A me pare che si finisca col perdere, anche nella discussione
femminista, la possibilita' di trattare la natura come grazia, bellezza,
mistero e gloria della singolarita'. Percio' vorrei invitare le donne a
riderci sopra, a svelare la pomposa seriosita' del discorso pubblico sul
management della speranza e dire con chiarezza che molte invenzioni o
promesse della genetica sono assurde, prive di senso. Se si capisce che
l'efficacia desiderata non si verifica e, al contrario, si registrano
effetti simbolici inquietanti, come la distruzione del tempo, della fiducia,
mi auguro che le donne riescano a dire: lasciamolo perdere, non mi piace,
non lo voglio. "No, grazie".
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- Stefania Giorgi: Ma non pensa che, oltre al controllo biopolitico, possano
esserci desideri reali che la tecnologia oggi rende possibili?
- Barbara Duden: Il sistema di controllo significa processi rituali che
finiscono con l'assolvere a una funzione mitopoietica. Dopo una, due
generazioni, vengono interiorizzati e anche la percezione corporea si
modella su queste procedure. Dobbiamo riflettere su come questi processi
possano contrabbandare come desiderio delle donne il controllo ossessivo del
loro corpo. Se non e' stato facile per i medici convincere le donne alla
prevenzione, solo trent'anni dopo il genetista ride della donna che chiede
di essere informata sulla possibilita' del suo embrione di essere affetto da
senilita'. Si prende gioco, cioe', della follia che lui stesso ha aiutato a
creare. Non e' facile criticare questo circuito, ma e' necessario continuare
a chiedersi che cosa dice questo desiderio della perdita di autorita' da
parte delle donne, mettersi in ascolto di cio' che veramente desiderano le
donne, al di la' del frame of mind che genera quello stato di preoccupazione
permanente che si esprime in questa forma distorta. Ascoltare le paure delle
donne assediate da aspettative, alle quali viene richiesto di essere
perfette e responsabili. Oggi una donna che mette al mondo un bambino con
sindrome down deve giustificarsi perfino con i vicini... Cio' che spesso
viene definito desiderio e in realta' decision making, una scelta tra due
opzioni calcolabili, per esempio tra cesareo e parto naturale. Due modi
imparagonabili di partorire offerti come equivalenti e scelti solo in base
al calcolo del rischio. Ma, su questa base, non e' possibile desiderare
niente. Eppure partorire non richiederebbe alcuna decisione, e' qualcosa che
ogni donna sa fare.