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Cara
redazione del sito,
volevo segnalare questo articolo di Ambra Pirri, che presenta il lavoro
importante di una pensatrice importante. L'articolo tuttavia dice cose
che bisognerebbe commentare. La giornalista (e forse anche la Spivak)
non ha idea ed esperienza delle pratiche politiche delle donne (pratica
della relazione, dell'autocoscienza, del partire da sé), e mette
sempre il termine "etica" dove andrebbero l'esperienza e le
pratiche, nomina l'etica dove noi mettiamo la pratica politica. Tutto
quello che è stato guadagnato con la pratica politica viene declinato
come etica oppure come filosofia (che non sono efficaci).
Però vale la pena di leggere l'articolo, e soprattutto la Spivak.
Luisa Mur.
il manifesto
- 16 Giugno 2004
Disimparare
il proprio privilegio e imparare la relazione
Ambra Pirri
Gayatri Chakravorty
Spivak, femminista post-coloniale e studiosa di letteratura comparata,
può aiutarci a riflettere su alcune cose che succedono oggi tra
l'Occidente e il resto del mondo, tra noi e l'Altro. Ancora nel suo ultimo
libro, Morte di una disciplina, tradotto da Meltemi l'anno scorso, Spivak
ripropone con forza - come nota Judith Butler - «un contesto radicalmente
etico come approccio allo studio dell'alterità.» Perché,
forse, non ci resta che rifugiarci nell'etica se davvero vogliamo tentare
di avere un rapporto con l'Altra, con l'Altro. Indiana per nascita, studi
e cittadinanza alla quale non ha mai abdicato; statunitense per residenza,
green-card e lavoro poiché a New York, alla Columbia University,
insegna, Spivak si potrebbe definire un'intellettuale organica al pianeta.
E' proprio per queste ragioni che Spivak parte sempre dalla divisione
internazionale del lavoro e dalla globalizzazione che, con i suoi rapporti
di potere tra il primo e il terzo mondo, è incastrata dentro la
storia economica, politica e culturale dell'imperialismo e del colonialismo.
Analizzare gli effetti culturali e sociali che la colonizzazione ha avuto,
e continua ad avere, sui paesi e sui soggetti colonizzati è uno
degli obiettivi degli studi post-coloniali. Ma, a differenza degli altri
intellettuali post-coloniali, per esempio quelli che fanno capo ai Subaltern
Studies, l'attenzione di Spivak è sempre rivolta al soggetto sessuato
al femminile, doppiamente marginalizzato dall'economia e dalla subordinazione
di gender.
Per capire
la differenza sessuale all'interno di un mondo globalizzato, Spivak si
serve di un vocabolario concettuale e critico quasi sempre di sua invenzione.
Nascono così espressioni significative come epistemic violence,
la violenza alle forme della conoscenza che l'imperialismo ha perpetrato
- e continua a perpetrare - sui popoli un tempo colonizzati, e in particolare
sulle donne. L'epistemic violence è la rottura violenta operata
sul sistema di segni, di valori, sulle rappresentazioni del mondo, sulla
cultura, sull'organizzazione della vita e della società dei paesi
che ieri erano colonie, e che oggi sono, non a caso, il sud del mondo.
E' grazie all'epistemic violence che lo spazio colonizzato è stato
brutalmente trasformato in modo tale da poter essere portato all'interno
di un mondo costruito dall'eurocentrismo. Questo processo attraverso cui
l'Occidente si è consolidato e costituito in quanto soggetto sovrano
dell'intero globo riempiendolo del suo modo di conoscere, delle sue rappresentazioni,
del suo sistema di valori, Spivak lo chiama worlding of a world. In questo
processo, l'Occidente ha creato i suoi Altri come oggetti da analizzare,
assumendosi così il potere/sapere di rappresentarli e controllarli.
Questi Altri, suggerisce Spivak, non sono veramente umani: costruiti come
inferiori fin da quando l'Europa conquistò quasi l'intero mondo,
continuano a esserlo anche oggi perché non sono considerati abbastanza
sviluppati o abbastanza civilizzati o abbastanza democratici. C'è
un unico soggetto universale e abbastanza perfetto, la norma per l'appunto:
il maschio bianco; e l'Occidente ne è la grande estensione.
E che l'Altro
continui a essere costruito e rappresentato come un essere inferiore,
privo di storia e cultura, al confine tra l'uomo e la bestia, e con il
quale non c'è ragione di dialogare perché l'unica ragione
possibile è l'umiliazione o la violenza, non è mai stato
così vero. Ce lo hanno detto ancora una volta, casomai ce ne fosse
stato bisogno, quegli uomini e quelle donne che abbiamo visto ridere,
fumare e alzare il pollice in posizione eretta mentre scattavano foto
dell'Altro, nudo e al guinzaglio o morto di tortura.
Racconta
Spivak a Elisabeth Grosz, in un'intervista dell'84, di essersi appassionata
al pensiero di Derrida dopo aver scoperto che il filosofo francese stava
smantellando dall'interno la tradizione filosofica occidentale, il cui
eroe era l'essere umano universale. «A noi - dice Spivak parlando
del sistema educativo britannico-coloniale - insegnavano che se potevamo
cominciare ad avvicinarci a quell'essere umano universale, allora anche
noi saremmo stati umani». Umani e dunque soggetti. Oppure, soggetti
e dunque umani. Ma è davvero così? Soggettività e
umanesimo vanno davvero insieme anche nella pratica, oltre che nel pensiero
occidentale?
In uno scritto
del 1985, considerato il suo saggio più famoso, più malinteso,
ma anche più citato, Can the Subaltern Speak?, scritto in polemica
con il gruppo dei Subaltern Studies ma anche con alcuni intellettuali
post-strutturalisti e post-umanisti (Foucault e Deleuze), Spivak mostra
come l'interessamento degli intellettuali occidentali nei confronti del
soggetto coloniale finisca sempre per essere «benevolente»;
il loro atteggiamento mentale e il loro punto di vista, alla fine, coincide
con la narrazione imperialista perché quel che promette al nativo
è la «redenzione». In questo saggio, Spivak si domanda
se la donna subalterna può parlare ed essere ascoltata o se c'è
sempre qualcuno che lo fa al suo posto e che la rappresenta in modo distorto:
gli inglesi, nell'abolire la pratica indù del sati (1827), si assunsero
il compito di parlare per la donna nativa oppressa dal patriarcato locale.
In questo modo autolegittimarono se stessi come liberatori e l'imperialismo
come missione civilizzatrice. Gli inglesi attribuirono alla donna subalterna
una voce libera e tale da richiedere la propria liberazione all'uomo bianco,
all'imperialismo inglese. Dall'altra parte, e contro la rappresentazione
britannica, c'era il patriarcato locale, il maschio nativo, che sosteneva
che la vedova era ben felice di salire sul rogo col marito cadavere. Per
Spivak né l'una né l'altra versione rappresenta la «vera»
voce della donna subalterna; in ambedue i discorsi la sua voce è
«ventriloquizzata» e lei scompare dentro questo violento fare
avanti e indietro tra tradizione e modernizzazione, tra patriarcato e
imperialismo. Ecco che la posizione di soggetto della donna nativa viene
costruita dall'Occidente e serve solo a rinforzare il prestigio dell'intellettuale-interprete-benevolente
della funzione subalterna.
Oppure serve
a rinforzare i valori laici e nazionalisti della nazione; è quel
che è successo in Francia con il velo. All'improvviso la patria,
così affine al patriarcato con i suoi valori militaristi e sessisti,
diventa femminista e usa il femminismo contro le altre culture; abbiamo
avuto due anni fa il paradosso dell'anti-abortista Bush che andava a bombardare
l'Afghanistan per liberare le donne dal burqa, e oggi abbiamo quello della
Francia che libera le musulmane dal velo. Il fatto è che il velo
continua ad accendere le fantasie pruriginose del maschio occidentale
che non sopporta di essere guardato ma di non potere guardare; solo lui
ha diritto a osservare, analizzare, valutare, giudicare. Il suo «imperial
I-eye» non deve incontrare barriere: l'espressione, che gioca con
i suoni, simili in inglese, e che significa tanto l'Io quanto l'occhio
imperiale, è della studiosa post-coloniale Mary Louise Pratt; descrive
lo sguardo insistente del maschio bianco che «disumanizza, paralizza
e uccide», come scriveva, a proposito dell'Algeria, della colonizzazione
francese e del velo, Fanon. In Algeria, durante i 130 anni della loro
occupazione, i francesi hanno tentato di «svelare» le donne,
di rendere i loro corpi disponibili all'I-eye occidentale, come mezzo
per conquistare culturalmente l'intero paese. Ecco che il velo diventa
la posta di una battaglia grandiosa tra l'Occidente e l'Altro, mentre
l'Altra viene usata come simbolo e terra di conquista, dagli uni e dagli
altri. Conquistare lei significa annientare lui. Imporle o vietarle il
velo significa ascriverla a un patriarcato o a un altro. Oggi, in epoca
di emancipazione femminile - che tuttavia poco o nulla ha a che vedere
con la libertà delle donne - si trasforma nel suo contrario-uguale:
lei occidentale che porta lui musulmano al guinzaglio; la metafora sessuale,
maschil-dominante, è identica.
Ma Spivak
critica anche il femminismo internazionale, che continua a mettere al
centro l'Occidente - o un personaggio occidentale, in questo caso la femminista
- che si autocostituisce come soggetto di conoscenza, salvezza, aiuto,
proprio perché ha costruito l'Altra come oggetto della sua illuminata
compassione. Rappresentare l'Altra, dall'altra parte del mondo, come una
sorella svantaggiata serve a farci sentire soggetti liberati, a rimandarci
un'immagine di noi stesse ingrandita. E' così che si diventa soggetti,
in senso maschile, costruendosi un oggetto, un Altro inferiore. Il femminismo
occidentale ha criticato il soggetto sovrano maschile ma poi rischia di
fare, con le donne del cosiddetto terzo mondo, esattamente la stessa cosa
che hanno fatto gli uomini per 2.500 anni. E continua a porsi domande
ossessivamente autocentrate, tipo «cosa posso fare io per loro?»
Se vogliamo
evitare di nuocere alle donne del terzo mondo, dobbiamo anche evitare
di guardare le cose dal punto di vista di chi, in quanto soggetto, fa
le analisi; dobbiamo evitare che il centro sia determinato, definito -
come al solito - dalla ricercatrice.
Il soggetto
non si può decentrare, sennò non è più soggetto,
ma questa centratura va persistentemente criticata e decostruita: «La
decostruzione - sostiene Spivak in un'intervista con Alfred Arteaga del
`93 - non dice che non c'è il soggetto, che non c'è la verità,
che non c'è la storia; semplicemente interroga il privilegiare
l'identità così che qualcuno è ritenuto possedere
la verità. La decostruzione non è l'esposizione di un errore.
Costantemente e persistentemente guarda al modo in cui la verità
è stata prodotta. Ecco perché la decostruzione non dice
che il logocentrismo è una patologia. La decostruzione è,
tra le altre cose, una critica persistente di ciò che uno non può
non volere.» Cosa è che non si può non volere (e che
viene dall'Occidente)? Per esempio, proprio la soggettività, o
il femminismo. Se però non si vuole diventare quel soggetto normativo
che è (stato) il maschio bianco, l'unica possibilità è
una critica persistente al modo in cui ci si mette al centro del discorso.
Essere consapevoli,
criticare persistentemente, decostruire: questo è «l'itinerario»
del pensiero di Spivak che, infatti, non crede alle grandi costruzioni
teoriche che spiegano tutto e che vogliono essere coerenti nella loro
pretesa di raccontare la verità, assoluta e definitiva. Spivak
non crede alle master narratives, le narrazioni dei maestri, ma anche
dei padroni. Questo non vuol dire che le master narratives vadano demonizzate
perché chiunque viene catturato a narrare; dobbiamo accettare l'impulso
di pensare alle origini e alle finalità, di fare programmi di giustizia
sociale, restando però al contempo consapevoli che si tratta di
una nostra necessità, non della via verso la verità, o di
«una soluzione ai problemi del mondo». Il caveat sulle grandi
narrazioni, che rischiano di prendere il sopravvento e apparirci come
se fossero vere, vale anche per le parole di cui le narrazioni si servono;
Spivak le chiama masterwords, le parole dei maestri ma, di nuovo, anche
dei padroni. Parole come «il lavoratore» o «la donna»
sono parole a rischio perché spingono a creare, e poi a costruire,
grandi narrazioni; e tuttavia, sono parole che non hanno alcun riferimento
letterale perché non esistono esempi «veri» del «vero»
lavoratore o della «vera» donna, che sono «veramente»
pronti a battersi per gli ideali che noi abbiamo costruito e sui quali
sono stati mobilitati. Queste considerazioni ci dovrebbero mettere in
guardia sulle pretese universali, per esempio del marxismo o del femminismo
occidentale, di parlare in nome degli uni e delle altre.
Anche l'impegno
femminista occidentale col sud del mondo spesso maschera una superiorità
condiscendente in nome delle sorelle (costruite e dunque considerate)
più svantaggiate. La dobbiamo smettere di sentirci privilegiate
e di conseguenza migliori, dice Spivak «situandosi»; mettendo
cioè in gioco i suoi numerosi privilegi che vanno dall'essere un'intellettuale
di grande prestigio nell'accademia statunitense, coinvolta nella produzione
neocoloniale, all' insegnare ai cittadini più garantiti e viziati
del mondo, al vivere nella città più opulenta e consumista
del globo. Situarsi vuol dire non candidarsi all'universalità e
cioè all'essenza, anche se, che una lo riconosca o meno, non si
può fare a meno delle universalizzazioni. Il punto è esserne
consapevoli, e utilizzare le universalizzazioni piuttosto che ripudiarle:
è quel che lei chiama strategic essentialism, anche perché,
in un mondo dominato dagli uomini, come si fa a fare analisi e politica
femminista se non - rischiando l'essenzialismo - «come una donna»?
Anche il
privilegio va decostruito, perché non sempre e non necessariamente
implica intelligenza, comprensione e possibilità di rapporto. Spesso,
anzi, succede esattamente il contrario. Spivak suggerisce di «unlearn
one's privilege as one's loss», cioè di disimparare i propri
privilegi perché sono una perdita.
Il razzismo
- per esempio - si impara, è un punto di vista e un comportamento
acquisito che ci impedisce di vedere, capire e comunicare con chi è
diverso da noi; attribuiamo all'Altra/o degli stereotipi, la/o interpretiamo
attraverso dei pregiudizi e, di fatto, chiudiamo la nostra mente, la nostra
possibilità di comunicazione, apprendimento, scambio e relazione;
ecco che il nostro privilegio - in questo caso quello di appartenere alla
«razza» bianca - si trasforma in una impossibilità,
in una incapacità. Disimparare il proprio privilegio significa
cominciare ad avere «una relazione etica» con l'Altra/o. E'
un modo di pensare, di concepire la propria identità e quella dell'Altra
differentemente.
Non più
l'Altra che, dall'altra parte del mondo, ha la funzione di specchio che
ingrandisce la nostra immagine, ma la possibilità di comunicare
attraverso distanze e differenze impossibili. E' un abbraccio, un atto
d'amore all'interno del quale ambedue le persone hanno la possibilità
di imparare l'una dall'altra.
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