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il manifesto
- 16 marzo 2004
Libere
per legge? Il rovescio del velo
Domande e dubbi sul confronto aperto dalla legge francese che impedisce
l'uso di simboli religiosi. Contro le retoriche che rischiano di nascondere
un antico etnocentrismo di stampo coloniale
ANNAMARIA RIVERA
Nei tardi anni Settanta le ragazze che eravamo d'un tratto si tolsero
minigonna e jeans attillati per indossare lunghe gonne fiorate. La gonna
femminista dilagò nelle scuole e nelle università e non
vi fu preside o professore che riuscì ad avere ragione di questo
segno ostentatorio. Non tutte forse ne erano consapevoli ma quel modo
di abbigliarsi così femminile era l'esito del meccanismo che può
definirsi «rovesciamento dello stigma»: la trasformazione
del segno di un'appartenenza svalorizzata in emblema orgogliosamente ostentato,
secondo il classico modello di black is beautiful. Con un colpo di genio
e d'ironia, la moltitudine (come si direbbe oggi) di ragazze d'ogni età
che componevano la marea del movimento femminista risemantizzò
un costume che nell'opinione comune poteva evocare una femminilità
tradizionale e passivamente accettata. In quel costume (che in seguito,
come spesso accade, divenne una moda) v'era il manifesto del movimento:
la critica dell'emancipazionismo, il diritto di ridefinire la propria
singolare appartenenza di genere. Esso era, soprattutto, simbolo ironico
e potente della ribellione contro la reificazione e la mercificazione
corpo femminile. Sia chiaro: non intendo compiere alcuna assimilazione
fra il foulard islamico e la gonna femminista. La comparazione, tuttavia,
mi permette di rimarcare una banalità dimenticata nella querelle
intorno alla legge francese «contro il velo»: la libertà
femminile - per riprendere una formula abusata - non si misura dai centimetri
di corpo esposti allo sguardo. Di essa non v'è negazione più
radicale delle nudità femminili quasi totali che in tivù
fanno la passerella dinanzi a corpi maschili completamente vestiti che
discettano di politica. E mi dà l'agio di sottolineare che i segni
vestimentari - come tutti i segni - assumono significati differenti a
seconda di come sono agiti in una situazione storica data; e che non v'è
esatta corrispondenza fra i significati sedimentati in un certo costume
e il senso che qui e ora gli conferisce colei/colui che lo indossa. Mia
nonna non usciva di casa se non col fazzoletto in testa eppure era una
donna né sottomessa né tradizionalista. Alma e Lila Lévy,
giovanissime cittadine francesi espulse da un liceo di Aubervillers perché
si erano rifiutate di togliere l'hijab, sono ragazze indipendenti e combattive
che rivendicano il diritto di autodeterminarsi. Figlie di un avvocato
di sinistra, ateo di famiglia ebraica, e di una docente di famiglia cabila
e cattolica, non sono sospettabili d'essere state costrette o condizionate
da un padre o un fratello integralista. Il loro è il caso esemplare
della ricerca d'una identità autonoma da quella dei genitori, d'una
rivolta generazionale che può anche tingersi (dovremmo ricordarci
della nostra adolescenza) di sfumature mistiche. Chi può sostenere
che il loro hijab voglia significare la sottomissione al dominio maschile?
Insomma,
ogni discussione seria intorno alla controversia del velo, dovrebbe partire
dal riconoscimento della polisemicità di questo significante e
distinguere rigorosamente i diversi contesti storici: l'hijab alla francese,
indossato per lo più da cittadine francesi, non può essere
confuso col velo delle donne saudite o sudanesi. Certo, anche nel primo
caso può essere sintomo della crescente influenza dell'integralismo
ma spesso è espressione di un tradizionalismo di resistenza all'esclusione
sociale, alla discriminazione, all'inferiorizzazione di cui sono vittime
le persone d'origine immigrata. Oppure è segno reinventato entro
un percorso di emancipazione e di modernizzazione: in tal caso ha la funzione
paradossale di conferire visibilità nello spazio pubblico. O ancora
è l'esito di una negoziazione con l'ambiente familiare: la possibilità
d'andare in giro da sole e di proseguire negli studi purché a capo
coperto fa così dell'hijab la copertura di un'innovazione comportamentale.
Altrettanto
paradossale è che siano state proprio le controversie pubbliche
intorno al velo - fino a sancire per legge la punizione con l'espulsione
dalla scuola pubblica di adolescenti che pure dai proibizionisti sono
reputate vittime - che in Francia a partire dal caso di Creil del 1989
hanno reso visibile ciò che prima era socialmente invisibile, e
sacralizzato ciò che per lo più era banale. Ha ragione Emmanuel
Terray a usare la categoria d'isteria politica: la crisi dell'integrazione
dei cittadini d'origine immigrata e la stagnazione del processo di egualitarizzazione
fra i sessi - scrive in un volume collettaneo d'imminente uscita in Francia
- induce la società francese a sostituire problemi reali che non
sa risolvere con «un problema fittizio, immaginario, artefatto che
può essere trattato con le sole risorse del discorso e con la sola
manipolazione dei simboli». La laicità diviene così
il feticcio dietro il quale nascondere una crescente esclusione sociale,
un'altrettanto crescente islamofobia e forse la preoccupazione - come
sospetta Alain Badiou nell'articolo ironico e graffiante pubblicato dal
manifesto - che le «ragazze velate», allieve serie e impegnate,
presto diventino le prime della classe e poi chissà. Ciò
che viene sbandierato contro queste allieve (curioso è che il rispetto
della laicità si esiga da loro piuttosto che dalla scuola pubblica,
dai suoi contenuti, dai suoi insegnanti) è in realtà un
formalismo radicale della laicità, svuotata d'ogni contenuto concreto.
Ancora più
inquietante è l'acritico richiamo all'universalismo da parte d'una
componente femminista che arriva a sostenere (lo ha fatto Elizabeth Badinter)
che l'hijab è peggio della prostituzione essendo questa una manifestazione
della libertà di disporre del proprio corpo. L'universalismo particolare
di marca occidentale e con esso la missione civilizzatrice che imporrebbe
di emancipare le nuove indigene finiscono così per sostituire la
rigorosa critica del neutro maschile universale, uno dei decisivi apporti
teorici del femminismo. Si comprende allora perché in questa come
in altre simili controversie la bestia nera sia il relativismo culturale,
al punto che perfino gli antiproibizionisti si sentono obbligati a premettere
formule del tipo «senza nulla concedere al relativismo». Dietro
questa retorica, che non fa alcuna distinzione fra relativismo etico e
relativismo quale principio metodologico, si può sospettare si
annidi il buon vecchio etnocentrismo di stampo coloniale?
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