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il Manifesto
- 25 Giugno 2005
Iran,
la lunga marcia delle donne
«Non torneremo più indietro» Visita alla Biblioteca
delle donne di Tehran, un appartamento anonimo senza insegne in cui ferve
l'attività per superare le pesanti discriminazioni imposte dalla
Rivoluzione islamica. Nelle università le ragazze sono il 65% degli
studenti. Il timore degli effetti di una vittoria di Ahmadinejad
MARINA FORTI
INVIATA A TEHRAN
Fuori non
c'è scritto nulla, neppure un nome su un campanello. Dentro il
cancelletto pochi scalini portano a un appartamentino seminterrato, affacciato
su un minuscolo giardinetto. Scaffali lungo tutte le pareti, tavoli di
legno chiaro, due computer. Siamo nella Biblioteca delle Donne, prima
biblioteca e centro di documentazione femminista in Iran, e ci accoglie
Mansoureh Shojai - che per dedicarsi a questo progetto si è pensionata
dalla Biblioteca nazionale dove ha lavorato tanti anni. Per spiegare la
genesi della Biblioteca in effetti Mansoureh parla di un 8 marzo, anno
2000, quando un gruppetto di donne come lei si è trovato alla libreria
BookCity di Tehran. Era la prima volta che cercavano di segnare la festa
di lotta delle donne in modo pubblico («Nella repubblica islamica
la «giornata della donna» è piuttosto l'anniversario
della nascita di Zahra, la figlia del Profeta», spiega). Loro invece
parlavano di diritti delle donne, di un diritto di famiglia che le rende
cittadine di seconda classe, di violenza domestica. C'erano delle giornaliste
tra loro, delle editrici, giuriste, nomi noti e meno noti, attiviste per
i diritti umani, ed era un momento di scontro durissimo in Iran tra un
governo riformista e un sistema politico che resiste a ogni cambiamento.
Infatti di li a poco due di loro, l'editrice Shahla Lahiji e l'avvocata
Mehranguiz Kar, sono state arrestate: erano parte di un gruppo di intellettuali
che aveva partecipato a una conferenza a Berlino, su invito dall'Istituto
Heinrich Boell, sul futuro delle riforme politiche e sociali in Iran.
Quella conferenza (era l'aprile 2000) resterà famosa perché
molti dei partecipanti iraniani al ritorno sono stati sbattuti a Evin,
il carcere di Tehran (Lahiji e Kar sono state processate dapprima a porte
chiuse, poi dopo la protesta dell'avvocato difensore Shirin Ebadi con
un processo aperto, e condannate per attentato alla sicurezza dello stato
e propaganda contro il sistema islamico).
La prima
manifestazione
Insomma,
sono passati due anni prima che queste donne osassero tenere una manifestazione
pubblica, l'8 marzo del 2003. Nel frattempo però, spiega Shojai,
avevano deciso di registrarsi legalmente come «ong», organizzazione
non governativa, per poter tenere delle attività pubbliche: si
sono date il nome Markaz-e Farhanghi-e Zanan, «Centro culturale
delle donne». Nel 2002 hanno lanciato una campagna contro la violenza
sulle donne. «Il nostro obiettivo di fondo è lavorare per
alzare il livello di consapevolezza dele donne, e far entrare le rivendicazioni
delle donne nelle questioni sociali più ampie». Il Centro
culturale ha formato diversi gruppi - uno si occupa del sito web, www.iftribune.com
(cliccare su «about us», ci sono delle pagine in inglese).
Un altro organizza seminari - molte di loro in effetti girano in tutto
il paese a incontrare gruppi femminili: discutono problemi legati allo
statuto legale delle donne, o la salute. Hanno lavorato a Bam, la città
terremotata dove la ricostruzione non è ancora decollata e molte
donne devono mandare avanti le loro famiglie e le loro vite in campi profughi
assai precari. Sono andate tra le donne afghane (migliaia di afghani restano
in Iran come rifugiati), hanno organizzato seminari sulla prostituzione
o sulla violenza domestica. Un gruppo si è dedicato alla Biblioteca.
Non è
stato facile, dice Mansoureh Shojai. Il progetto risale al marzo 2003
ma la biblioteca che ora vediamo è stata aperta solo nel marzo
di quest'anno, dopo mille difficoltà - una è stata raccogliere
fondi. «Una biblioteca delle donne è una scuola di consapevolezza»,
pensa Shojai. Racconta di un concerto organizzato per raccogliere fondi
per la biblioteca, ma poco dopo c'è stato il terremoto a Bam e
hanno usato la metà del ricavato per gli aiuti. Hanno rifiutato
sovvenzioni internazionali, perché ricevere fondi dall'estero può
mettere in una posizione difficile verso le autorità e indurre
sospetti («fare un lavoro intellettuale in un paese come il nostro
comporta problemi complicati»). Insomma, si reggono su piccoli contributi
privati, e sul contributo delle lettrici che usano la biblioteca.
La Biblioteca
delle donne ha diversi progetti d'espansione. Uno è un premio letterario,
intitolato a una scrittrice e attivista iraniana dell'inizio del secolo,
una di quelle donne che ha ispirato generazioni di femministe iraniane:
Sedigheh Dulat-Abadi, 1882-1961, il cui bel volto incorniciato da capelli
grigi guarda da un poster affisso sull'unico segmento di parete qui che
non sia occupato da libri. «Poi vogliamo fare una biblioteca mobile,
per portare i libri nelle zone più modeste del paese, dove molte
donne e ragazze leggerebbero se ne avessero l'occasione». Mansoureh
Shojai la chiama «biblioteca a piedi scalzi» e spiega che
è un suo chiodo fisso già da qualche anno. «Il primo
tentativo lo abbiamo fatto nei campi profughi afghani nella provincia
di Mashad (nell'Iran nord-orientale, ndr). Ci sono alcune attiviste afghane
molto brave a coordinare quei campi, ne avevamo parlato. Non sapevamo
come portare i libri però, e come prima cosa ne abbiamo portati
un po' semplicemente negli zaini, poi li abbiamo distribuiti tramite i
volontari afghani». La Biblioteca a piedi scalzi e in zaino....
«L'Unicef ha apprezzato l'idea, ora potremmo espanderla col loro
aiuto in altre province del paese».
«Nelle
nostre vite quotidiane e nell'azione sociale lottiamo contro la discriminazione
e contro le tradizioni patriarcali», si legge nel sito del Centro
Culturale delle Donne. E' quello che dicevano in effetti le coraggiose
che domenica 12 giugno si sono radunate davanti all'Università
di Tehran, intenzionate a mettere nella campagna elettorale anche la richiesta
di modificare la Costituzione nei punti che discriminano le donne. In
quella manifestazione alcune attiviste si erano alternate al megafono
per leggere una lista di rivendicazioni, riassunte nella parità
di diritti di fronte alla legge: «Chiediamo uguali diritti in modo
che gli strumenti legali ci diano il potere di fermare i matrimoni forzati,
garantire alle madri la custodia dei loro figli, prevenire la poligamia
ufficiale e non ufficiale e garantire la parità nel divorzio, combattere
contro la norma legale che assegna alla donna metà del valore del'uomo;
espandere il diritto delle giovani donne a decidere la propria vita; prevenire
i suicidi di donne disperate, i delitti d'onore, la violenza domestica,
istituire ripari per le donne, istituzionalizzare la democrazia e la libertà
nella nostra società».
C'erano donne
di ogni età a quella manifestazione, e di età molto diverse
sono quelle che vedo intente nella lettura nella Biblioteca nell'appartamentino
senza targa. Stanno compiendo una lunga marcia, le donne iraniane: cominciata
al'indomani del 1979, quando molte avevano preso parte alla Rivoluzione
per poi sentirsi dire che il loro postro era segregato dalla società
più ampia, a casa, nel più tradizionale dei ruoli - è
quando la rivoluzione iraniana è diventata «Rivoluzione islamica»,
e l'abbigliamento islamico è divenuto legge dello stato.
Il discorso
di Khomeiny
Resterà
famoso un discorso nel 1979 dall'ayatollah Khomeiny, fondatore e Guida
suprema della repubblica islamica: «Ogni volta che in un autobus
un corpo femminile sfiora un corpo maschile, una scossa fa vacillare l'edificio
della nostra rivoluzione» (bisogna ammettere che riconosceva un
grande potere al corpo femminile...). Nuove leggi abbassarono l'età
del matrimonio (cosa che non sta scritta nel Corano ma in tradizioni arretrate,
obiettarono alcune), abolirono il diritto delle donne di divorziare (mentre
i mariti possono ripudiare la moglie), adottarono l'apparato di norme
fatte discendere dal Corano riguardo lo statuto legale delle donne - eredità
dimezzata rispetto ai fratelli, la testimonianza di una donna vale la
metà di quella di un uomo, perfino il «prezzo del sangue»
è metà (il risarcimento che un omicida può pagare
alla famiglia dell'ucciso, ed evitare la galera). Contradditoria rivoluzione,
però: perché coperte dai loro chador molte bambine e ragazze
degli strati più bassi e più tradizionalisti della società
sono finalmente andate a scuola (oggi sa leggere e scrivere quasi l'80%
delle iraniane sopra ai sei anni, erano il 35% nel 1976). Perfino l'attivismo
islamico è stato un tramite per uscire.
La riconquista
dello spazio pubblico è stata lenta, ma inesorabile. L'ideologia
diceva alle donne di stare a casa, gli eventi le hanno spinte fuori: la
lunga guerra tra Iraq e Iran (1980-1988), le crisi, la necessità
di lavorare. Poco a poco, la generazione che aveva dovuto subìre
il chador ha trovato vie d'uscita: prima nelle fondazioni «rivoluzionarie»
istituzionali, poi nell'impressionante numero di organizzazioni indipendenti
nate negli anni `90: gruppi d'ogni tipo, chi assiste i bambini di strada
e chi promuove corsi di pittura o attività culturali - quasi sempre
gli attivisti sono donne. Casalinghe di mezz'età hanno così
riscoperto un ruolo di cittadine. Chi aveva una professione l'ha ripresa.
Magistrate escluse dalla carica di giudice sono diventate avvocate per
difendere i diritti delle donne. Di recente qualche magistrata ha potuto
prendere ufficio, anche se ancora solo come giudice a latere in cause
civili. Le generazioni cresciute sotto lo hijjab cercano strade di indipendenza.
Intanto una piccola pattuglia di deputate ha portato in parlamento battaglie
sul divorzio e l'affido dei figli, o contro il matrimonio delle bambine
- già prima della presidenza di Mohammad Khatami, che nel 1997,
appena eletto, concesse una famosa intervista al mensile Zanan («Donna»)
in cui riconosceva alle iraniane un ruolo da protagoniste nella società.
E protagoniste sono: dall'università dove il 65% di iscritti sono
ragazze, alle professioni, alla scena culturale, al cinema, al giornalismo
- alle organizzazioni sociali, dove sembra che tutto si regga sull'iniziativa
di migliaia di donne.
Continuano
però a mancare leggi che riconoscano i diritti delle donne, dice
Mansoureh Shojai, e già teme tempi difficili se la presidenza sarà
conquistata dai fondamentalisti di Ahmadi-nejad promettono di restaurare
i costumi islamici ormai un po' rilassati. «La società iraniana,
e in particolare la parte femminile, è sempre stata più
avanzata delle leggi e delle istituzioni - dice Shojai -. Non acceteremo
di tornare indietro. Useremo tutti gli spazi possibili».
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