Libreria delle donne di Milano

Il manifesto - 25 Novembre 2001

Madres in bilico sulla vita
DANIELA PADOAN

Uno strano incontro, quello che si è svolto alla Libreria delle Donne di Milano con le Madri di Plaza de Mayo. Da una parte un dirsi madri, con un'abitudine a guardare con sospetto la retorica femminista, e dall'altra un dirsi donne, con l'abitudine a guardare con sospetto la retorica della maternità. Eppure innumerevoli somiglianze, a partire dalla centralità di una pratica che trasforma l'esperienza vissuta in un sapere di sé e del mondo. Hebe de Bonafini e Mercedes Meroño, presidente e vicepresidente dell'associazione delle Madri, hanno compiuto il consueto gesto rituale prima di presentarsi in pubblico e si sono annodate sotto il mento il fazzoletto bianco, simbolo della scomparsa dei figli. Quello stesso fazzoletto sul quale, 24 anni fa, ciascuna scriveva il nome del figlio scomparso, per poi sostituirlo con una parola d'ordine rimasta da allora immutata: aparición con vida. Ricomparsa e vita, concetti contrapposti come scudi a quelli sinistri di scomparsa e morte. Un funambolismo, all'apparenza. Eppure, nello scacco in cui le Madri tengono il reale, si gioca la lotta politica forse più radicale di questi decenni. Rifiutandosi di concedere al potere l'ultima parola, le Madri agiscono un ribaltamento della realtà e una straordinaria effrazione di senso che si fa invenzione simbolica, in bilico tra la negazione della morte e l'affermazione della vita. Nel libro Non un passo indietro! presentato giovedì alla Libreria (autoprodotto grazie al sostegno di Ottavia Piccolo, giacché nessun editore italiano ha accettato di pubblicarlo) si trovano molti racconti di grandi e piccoli rovesciamenti del reale. "Tutti i giovedì, quando andavamo in piazza, ci imprigionavano. Allora decidemmo che se avessero imprigionato una di noi, avrebbero dovuto imprigionarci tutte. Non erano loro che ci arrestavano, eravamo noi che ci consegnavamo."
Da donne comuni, mute e travolte dalle circostanze, le madri dei desaparecidos sono diventate interpreti e protagoniste degli eventi, rendendosi inafferrabili al nemico con continui spiazzamenti simbolici. Ed è proprio sulle invenzioni simboliche e sulla pratica di questo movimento che si è incentrato l'incontro coordinato da Luisa Muraro.
La narrazione ha inizio dall'affannosa ricerca individuale dei figli; dalle ingenue richieste di aiuto; dalle risposte evasive. Fino a quando le Madri si resero conto che era inutile chiedere dove fossero i propri figli, e cominciarono a interrogarsi su chi fossero quei figli che tanto avevano fatto paura al potere, e ne assunsero nuovamente la nascita. Racconta Hebe de Bonafini: "Abbiamo iniziato a farci madri di tutti i desaparecidos. Le donne non tengono conto della forza che c'è nella maternità, eppure la madre è la sola persona che può essere due, tre, quattro, a seconda di quanti figli mette al mondo". Questo pensiero individua un protagonismo femminile che rimette in gioco la critica femminista della maternità come ruolo patriarcale assegnato alle donne. La maternità diventa invenzione politica sovversiva, tanto più inafferrabile al potere quanto si fa rivendicazione di una maternità agita nella negazione della morte.
Nei primi mesi del suo governo, Raul Alfonsin propose alle Madri di riconoscere la morte dei figli tramite l'esumazione e l'accettazione di un risarcimento economico. "Rifiutammo le esumazioni perché dichiarare morti i nostri figli senza che nessuno ci dicesse chi aveva eseguito i sequestri e ordinato l'uccisione, sarebbe stato come assassinarli una seconda volta - spiega Hebe -, non avremmo permesso a nessuno di dare un prezzo alla vita dei nostri figli. Noi abbiamo imparato questo dai nostri figli: la vita vale solo quando la si mette al servizio di altri, quando la si dà con generosità, senza aspettarsi niente in cambio. Sentendo che siamo per sempre incinta dei nostri figli, diamo loro vita permanentemente. Noi siamo madri di figli rivoluzionari, e continuiamo la loro lotta."
Ma le Madri di Plaza de Mayo, per Muraro, non sono rivoluzionarie perché madri di rivoluzionari ma per quello che esse stesse hanno inventato. Grazie ai loro figli, che avevano un'idea convenzionale della rivoluzione, hanno scoperto un senso rivoluzionario della maternità. "Indipendentemente dalle cose estreme, dalla morte - dice Muraro - una donna è due, è tre: è sua madre, è i suoi figli, e soprattutto è le sue figlie. Hebe ha dato elementi di linguaggio desunti dalla maternità, soprattutto quando ha detto che 'possiamo allattare in tante maniere'. Altra indicazione è il gesto di una madre che, quando fa per suo figlio, fa anche per sé. Non puro altruismo, ma un fare per sé che è anche fare per l'altro."
Ci si chiede se questo sentire dentro di sé i propri figli, questo farsi madri di tutti i desaparecidos, non implichi una sorta di agire politico vicino alla cura materna. Hebe non ama fare teoria. Sente la necessità di intervenire su ciò che può essere cambiato. Risponde parlando dei bambini abbandonati, che nessuno deve più chiamare "bambini di strada". "Perché sono i nostri bambini che mangiano nella spazzatura. Oggi sono molto più preoccupata per l'infanzia violata in Argentina, per i bambini che vivono e muoiono per le strade drogandosi, prostituendosi, che non per la condanna degli assassini. Quando vedo queste cose, prima sento dolore, e poi penso. Il sentire si converte in un atto politico quando si pensa."
Hebe e Mercedes spiegano che non vogliono lapidi ma luoghi di vita dove continuare il percorso intellettuale e la lotta dei figli. Per questo il 6 aprile scorso hanno fondato l'Università Popolare delle Madres di Plaza de Mayo, che prevede tre materie obbligatorie: educazione popolare, formazione politica e lotta delle Madri. Dai 200 iscritti iniziali si è arrivati ai 1.300 di oggi e ci sono docenti che vengono da tutto il mondo a tenere corsi gratuiti. Ma studiarne la lotta e la pratica politica, non vuol dire diventare Madres. "Le nostre - sorride Hebe - non sono riunioni filosofiche. Mischiamo tutto. Cuciniamo, vagliamo un documento, ci informiamo sulla salute dei nipoti. Tutto il mondo ci studia: vuole sapere cosa abbiamo dentro. La risposta sono 24 anni di lotta in cui non abbiamo mai mancato un solo giovedì in piazza, e ogni giovedì è l'unico e il migliore. Marciamo mezz'ora e poi facciamo la nostra denuncia."
La centralità del giovedì conferma uno dei convincimenti a cui è approdato il pensiero delle donne: il frutto politico di una pratica viene dal mantenervisi fedeli. "La nostra è una pratica politica che va perseguita con fede e coerenza", spiega Hebe. "E il nostro impegno non si esaurisce con i giovedì - dice Mercedes -, ogni volta che qualcuno ci chiama, ogni volta che viene liberato un torturatore, anche nel cuore della notte, noi che abbiamo tra i 70 e i 90 anni, andiamo davanti alle carceri, alle case degli assassini. Abbiamo inventato il giudizio popolare in piazza per condannare gli assassini, i torturatori, i generali, i colonnelli".