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Il
manifesto, 30 agosto 2006
Pensiero
dell'esperienza, esperienza del pensiero
Che cosa significa fare pensiero dell'esperienza? Dare all'esperienza
forma e senso, interrogarla, giudicarla Un convegno internazionale rimette
a tema e rilancia questa pratica teorica propria del femminismo
Françoise Collin
Ogni pensiero nasce dall'esperienza ma nessun fatto d'esperienza ha
significato o persino coerenza a meno di non aver subito un processo di
immaginazione e di pensiero(Hannah Arendt, La vita della mente)
Le responsabili di questo incontro tra le donne e la filosofia hanno voluto
sottolineare, con la dichiarazione d'intenti e il programma, che la filosofia
non ha l'appannaggio del pensiero. E' incontestabile. Il pensiero è
all'opera ovunque - o perlomeno dovrebbe esserlo. La filosofia è
forse semplicemente (come «la chiesa al centro del villaggio»)
il richiamo all'importanza del pensiero in tutta l'esistenza e più
in particolare nel mondo minacciato dalle selvaggerie della strumentalizzazione,
avente per unico criterio l'efficacia. «Pensare da sé e dialogare
con gli altri» è un principio di salvaguardia dell'umanità.
Sono stata interpellata dalla problematica dei rapporti tra pensiero ed
esperienza, e pensiero dell'esperienza, agli inizi stessi del movimento
femminista, più di trent'anni fa, più precisamente all'interno
della rivista Les Cahiers du Grif che avevo all'epoca fondato e che erano
intesi riunire intellettuali e non intellettuali, per l'appunto attorno
al concetto salvifico di «esperienza». La nostra prima rivolta
ci spingeva infatti in quel momento a esercitare il sospetto su un sapere
- compreso quello filosofico - qualificato come fallocratico, sapere che,
lungi dall'illuminarci, ci aveva ingannate sulla nostra condizione: doveva
da allora in poi essere oggetto di un «dubbio metodico» o
persino essere messo tra parentesi per leggere e interpretare il reale
con uno sguardo nuovo, scevro da a priori, che sarebbe finalmente stato,
pensavamo, il nostro sguardo. Ritornare alla sola esperienza - «alle
cose stesse», per parodiare Husserl - era allora il nostro leit-motiv,
e da questo punto di vista la testimonianza ci sembrava portare più
verità sul reale rispetto alla sua analisi. Per giunta questo modo
di procedere permetteva a tutte le donne, intellettuali e non intellettuali,
di dire e di pensare il mondo in modo nuovo, al di là delle formalizzazioni
teoriche che, in nome della ricerca della verità - «genio
maligno» - l'avevano occultata e ce l'avevano sottratta per secoli.
Ci siamo tuttavia rapidamente rese conto che gli strumenti intellettuali
che eravamo tentate di respingere, avendoli però interiorizzati,
ci permettevano di dare forma a questa esperienza, e che le testimonianze
del vissuto - la parola spontanea - prendevano senso solo attraverso una
certa griglia di lettura che applicavamo loro inconsciamente e che risultava
proprio dalla nostra cultura e formazione, iscritte in un linguaggio che
ereditavamo.
Il solo fatto che ci riuniamo qui sotto l'egida dell'università
di Roma tre e nella forma di un simposio che fa riferimento alle donne
e alla filosofia (e non, ad esempio, nella strada attraverso il grido
o dipingendo graffiti) mette in evidenza il carattere paradossale del
nostro procedimento: questo dentro/fuori che lo caratterizza in permanenza
e che ognuna, o ogni collettività locale o nazionale, cerca di
sostenere con maggiore o minore riuscita. Dentro/fuori le istituzioni,
dentro/fuori la tradizione dei saperi costituiti e delle narrazioni, che
ci richiedono una sorta di arte acrobatica del pensiero e dell'essere
per accedere a un di più di verità.
Il pensiero dell'esperienza è infatti sempre un superamento dell'esperienza
che le dà forma a partire da categorie che le sono esterne e che
sono riprese dalla tradizione della lingua e della cultura, compresa quella
filosofica. Non è dunque credendo di sfuggirle o occultandola,
bensì affrontandola e riassumendola dall'interno in modo critico,
che possiamo rinnovare il sapere. Esercizio certo rischioso, perché
quel che ci nutre e quel che ci avvelena (il pharmakon di Platone, come
commentato da Derrida), si presenta nello stesso cibo. Esercizio rischioso
che non possiamo tuttavia eludere con la scusa di sfuggire al sapere a
vantaggio dell'esperienza, poiché l'esperienza non è mai
vergine di un sapere inconsapevole che la struttura ed è tanto
più temibile quanto più inconsapevole. Non è attraverso
un processo di tabula rasa ma attraverso un processo di critica interna
- una vigilanza - che può emergere la verità. Non procedere
a questa critica interna, non abitare il discorso, significa lasciarlo
alla propria tirannia, foss'anche occulta. Non esiste un cogito-donna,
non c'è esperienza originaria a partire dalla quale ricostruire
il mondo. Non c'è nemmeno creazione o pensiero femminile che non
si situi implicitamente o esplicitamente in relazione, positiva o negativa,
con la cultura circostante. La trasformazione dell'esistenza delle donne
implica necessariamente la trasformazione delle loro relazioni con il
mondo, e la trasformazione di questo stesso mondo attraverso un costante
dibattito teorico e pratico con tutte le sue articolazioni. Da questo
punto di vista è vero che il pensiero è all'opera non solo
negli spazi specializzati, riservati a tale scopo e che pretenderebbero
averne l'esclusiva - l'università ad esempio - ma ovunque si giochino
modalità dell'esistenza singolare e collettiva. La verità
è decentrata ed è poliglotta.
Il pensiero dell'esperienza non è un pensiero di questa, ma un
modo di costituirla, di darle forma e di interrogarla al contempo. Si
tratta di un atto interpretativo: non un semplice sapere ma già
un giudizio. Le stesse situazioni e gli stessi eventi possono infatti
ripetersi nell'esperienza senza però suscitare il pensiero. Così
la situazione delle donne è apparsa per lungo tempo - anche a loro
stesse - come un dato evidente e quasi atemporale, fino a quando il pensiero,
distaccandosi dall'evidenza dell'esperienza, non l'ha messa in questione,
ne ha fatto un dato problematico e, sottoponendola al giudizio, ne ha
tracciato. Pensare l'esperienza non è dunque, o non è solo,
renderne conto, rifletterla per analizzarla, bensì superarla. Il
pensiero è un atto, un modo di dare forma o di ridare forma al
dato.
Il pensiero dell'esperienza si avvicina sì all'esperienza ma non
allo stato vergine, come si potrebbe sognarlo, ma come a un'esperienza
determinata, informata da una storia, e con gli strumenti di una lunga
tradizione, che si tratta non di ricusare o abolire, ma perlomeno di interrogare.
Il pensiero dell'esperienza diventa allora uno strumento di lettura del
mondo, e anche di rilettura dei testi filosofici della tradizione, non
solo per individuarvi le lacune o i pregiudizi che riguardano la differenza
tra i sessi e le donne ma, avendone preso la misura, per appropriarsene
in modo critico, senza soccombervi.
La presa di coscienza da parte delle donne della loro esclusione da alcune
sfere del sapere, e della loro oggettivazione riduttiva in questo sapere,
ha determinato una doppia strategia: da una parte, la costituzione di
sfere del pensiero e del sapere parallele e esterne all'istituzione, e
al tempo stesso, a poco a poco e in modo sempre più sicuro, la
loro integrazione in questa istituzione. E' così che quel che si
doveva chiamare «studi di genere» (i gender studies) si sono
imposti in numerosi paesi e sono anche stati poco a poco integrati in
un buon numero di università - l'Italia fa eccezione - come uno
specialismo tra gli altri. Posizione eminentemente ambigua di questi studi,
che rischiano di vedere eroso il loro potenziale sovversivo, aggiungendo
un capitolo ai capitoli del sapere tradizionale, un'aggiunta che non sovvertirebbe
il corpus del sapere ma verrebbe piuttosto a completarlo e, indirettamente,
a confermarlo. Ma in compenso, la non integrazione di questi studi - la
loro marginalizzazione - rischiava di esaurirne a breve il potenziale
trasformativo. Il problema non è nuovo in materia di strategia:
è più efficace rimanere al margine, sostenendo così
una forza di radicalità, oppure integrarsi per beneficiare di alcune
leve determinanti, a rischio di esserne contaminati? Bisogna interrogare
la tradizione filosofica dall'interno oppure elaborare una forma parallela
di "pensare da sé" a rischio di marginalizzazione, quando
non di deperimento?
Il richiamo che ci viene qui fatto a un «pensiero dell'esperienza»
è certo un invito a pensare quel che accade e a cui siamo confrontate,
senza passare di necessità dal canale di concettualizzazione dei
«filosofi di professione», secondo la formulazione ironica
di Arendt, anche quando lei stessa si presentava sulla scena universitaria
che ne è il vettore portante. Ma l'esperienza stessa è mai
puramente fattuale - un'esperienza grezza - può mai essere non
informata da una storia e da un sapere che quanto più non si formulano
come tanti quanto più sono operativi? Abbiamo mai a che fare con
«le cose stesse», nell'epoché della loro congiuntura
e della loro storia? Il pensiero dell'esperienza non è forse sempre
il pensiero di un'esperienza già informata, o messa in situazione,
che richiede la sospensione critica nel mentre che la cogliamo?
Un'altra pratica è stata quella di ritrovare nei sotterranei della
storia le opere di donne nate-morte, dimenticate o emarginate dalla costruzione
storica del pensiero. Nel riabilitare le opere e i testi di queste donne,
che malgrado gli arresti domiciliari sono riuscite a «pensare da
se stesse»: scrittrici, rivoluzionarie, mistiche, che sono riuscite
a sviluppare al margine del corpus dominante, malgrado l'ordine dato,
un pensiero irriducibile (ma il lavoro di resurrezione delle morte non
finisce troppo spesso per lasciare deperire le vive per mancanza di attenzione?).
Comunque lo si individui, il pensiero delle donne si lavora nel corpo
del reale e nel corpus del sapere «patrocentrico», in un corpo
a corpo diretto o indiretto, e non a partire da una tabula rasa che permetterebbe
la costruzione di un sapere alternativo cosiddetto femminile. Non è
un sapere altro ma un'alterazione del sapere. Non è un nuovo pensiero
dell'esperienza ma il ribaltamento di questa stessa esperienza.
L'accesso delle donne all'esperienza del pensiero passa attraverso il
loro accesso alla dimensione dialogica. La più grande innovazione
del movimento delle donne alla fine del XX secolo è la reciproca
autorizzazione a pensare che si sono date attraverso la parola e l'azione
(volo ut sis, voglio che tu sia, Agostino citato da Arendt), ognuna autorizzando
l'altra e autorizzandosi a essere, a pensare e a parlare, che fosse nell'accordo
o nel disaccordo, perché lo stesso disaccordo conferma l'importanza
attribuita all'altra. Il pensiero dell'esperienza è innanzitutto
il pensiero di questa esperienza che consiste nel riconoscere l'altro/a
come agente del divenire del pensiero, come depositario/a di un momento
della verità. E' il costituirsi di questo appello che fa essere
l'altro e, dando credito alla sua parola, le riconosce la capacità
di generare simbolicamente. Perché se, fin dai greci, il rapporto
di un uomo con un altro uomo è il solo portatore di verità
- essendo quello di un uomo con una donna destinato a generare un figlio
- il rapporto di una donna con una donna si rivela ora anch'esso portatore
della verità.
L'articolazione dialogica del pensiero mi sembra al cuore della sua vitalità.
«Pensare da sé e dialogare con gli altri», mettere
in relazione e a confronto «le esperienze di pensiero» che
si fanno in punti diversi e secondo modalità diverse. E' nel pensare
e nel parlare insieme, nel confrontare le nostre esperienze, a partire
dai luoghi che sono i nostri, che ci assumiamo al contempo il comune e
il differente che ci riunisce, la posta in gioco della verità trovandosi
in questo spazio a più voci, un più che viene dalle esperienze
a partire dalle quali si elabora, dalla diversità degli approcci
di cui sono fatte e delle lingue che le articolano.
Si può sostenere che nel rimettere in gioco il pensiero nel dialogo,
nell'interpellare ciascuna e ciascuno, nel restituire all'interrogazione
la sua funzione di levatrice della verità, siamo fondamentalmente
fedeli all'ideale filosofico e democratico originario: partorire la verità
che è in ciascuno e in ciascuna, quando interroga la propria esperienza,
e metterla pubblicamente in gioco. Con questo avvertimento, non da poco:
che ognuna è contemporaneamente e alternativamente Socrate e il
suo discepolo, ognuna è interrogante e interrogata: è così
che il dialogo di sé con sé si iscrive nel dialogo di sé
con l'altro, liberando il pensiero da qualsiasi riferimento a un qualsivoglia
«cielo delle Idee». Quel che taglia l'indecidibilità
fondamentale della messa in questione, non è il sapere bensì
l'immaginazione e il giudizio: una delucidazione dell'essere che è
un far essere, una «messa al mondo». Perché non siamo
chiamate ad allinearci al dato bensì a creare del senso.
Al pensiero dell'esperienza che considera l'esperienza come un fatto di
cui il pensiero renderebbe conto, si sostituisce così l'esperienza
del pensiero, quella che fa essere e significare l'esperienza stessa nell'indecidibilità
dell'alternanza dialogica. Perché l'esperienza non è un
fatto che fungerebbe da fondamento, ma è già da sempre un
racconto suscettibile di essere ripreso in una nuova narrazione, di cui
oggi siamo eredi e responsabili.
E' per questo che il pensiero dell'esperienza è anche un'esperienza
avventurosa del pensiero: non è tanto la delucidazione di quel
che è già ma piuttosto è il far essere quel che non
è ancora e di cui il/la filosofa, tanto quanto l'artista, è
responsabile, a cui è assegnato/a. Pensare non è soltanto
rendere conto: è sempre anche e soprattutto giudicare, e immaginare.
(traduzione dal francese di Federica Giardini)
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