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Repubblica
- 09 dicembre 2009
I miei
libri sono nati dal fazzoletto di mia madre
Herta Müller
HAI UN FAZZOLETTO,
chiedeva la madre ogni mattina sul portone di casa, prima che io uscissi
in strada. Non ne avevo. E poiché non ne avevo, tornavo di nuovo
in camera e mi prendevo un fazzoletto. Ogni mattina non ne avevo, perché
ogni mattina attendevo la domanda. Il fazzoletto era la prova che mia
madre di mattina mi proteggeva. Nelle successive ore e faccende del giorno
ero affidata a me stessa. La domanda hai un fazzoletto era una tenerezza
indiretta. Una diretta sarebbe stata imbarazzante, una cosa simile era
insolita presso i contadini. L´amore si è travestito da domanda.
Solo così si lasciava dire in modo, con un tono perentorio come
le fatiche del lavoro. Il fatto che la voce fosse brusca, enfatizzava
ancor di più la tenerezza. Ogni mattina mi trovavo davanti al portone
senza un fazzoletto e una seconda volta con un fazzoletto. Solo allora
uscivo in strada, come se col fazzoletto ci fosse anche la madre.
E vent´anni dopo ero da sola per conto mio in città, a lungo,
traduttrice in una fabbrica d´ingegneria meccanica. Mi alzavo alle
cinque di mattina, alle sei e mezzo iniziava il lavoro. Al mattino sopra
il cortile della fabbrica echeggiava l´inno dall´altoparlante.
Nella pausa pranzo i cori operai. Ma gli operai, che sedevano a mangiare,
avevano occhi vuoti come latta bianca, mani imbrattate d´olio, il
loro cibo era avvolto nella carta da giornale. Prima di mangiare il loro
pezzetto di speck, grattavano via col coltello il marchio nero dalla crosta.
Passarono due anni secondo la solita routine, un giorno uguale all´altro.
Il terzo anno era terminata la monotonia dei giorni. In una settimana
venne per tre volte nel mio ufficio, di mattina presto, un uomo gigantesco
dalle ossa grosse, dagli occhi blu sfavillanti, un colosso dei servizi
segreti.
La prima volta m´insultò in piedi e se ne andò. La
seconda volta si tolse la sua giacca a vento, l´appese alla chiave
dell´armadio e si sedette. Quella mattina mi ero portata dei tulipani
da casa e li sistemavo nel vaso. Lui mi osservò e mi lodò
per la mia singolare conoscenza della natura umana. La sua voce era viscida.
Mi era sospetta. Respinsi il complimento e affermai di conoscere bene
i tulipani, ma non gli uomini. Allora disse malizioso di conoscere meglio
me, di quanto io i tulipani. Poi si mise la giacca a vento sul braccio
e se ne andò. La terza volta si sedette e io rimasi in piedi, perché
aveva appoggiato la sua cartella sulla mia sedia. Non osai posarla sul
pavimento. M´insultò dandomi dell´idiota, della pigra,
della civetta, depravata tanto quanto una cagna randagia. Spinse i tulipani
fin sul bordo del tavolo, in mezzo collocò un foglio bianco e una
penna. Gridò: scrivere. Scrissi in piedi ciò che mi dettava:
il mio nome con la data di nascita e l´indirizzo. Poi però,
che indipendentemente dalla vicinanza di un amico e di un parente non
rivelassi a nessuno che io... in quel momento arrivò la parola
terribile: collaborez, che io collaboravo. Questa parola non la scrissi
più. Posai la penna e andai alla finestra, guardai fuori la strada
polverosa. Non era asfaltata, c´erano buche e case accidentate.
Questo vicolo fatiscente si chiamava ancora Strada Gloriei, via della
Gloria. Lungo via della Gloria sedeva un gatto su uno spoglio albero di
gelso. Era il gatto della fabbrica, dall´orecchio lacerato. Sopra,
un primo sole del mattino brillava come un tamburo giallo. Dissi: N-am
caracterul, non ho questo carattere. Lo dissi fuori alla strada. La parola
CARATTERE rese isterico l´agente segreto. Strappò il foglio
e gettò a terra i ritagli. Probabilmente gli venne in mente di
dover presentare al suo capo il tentativo di reclutamento, perché
si chinò, raccolse con la mano tutti i pezzetti di carta e li gettò
nella sua cartella. Poi tirò un profondo sospiro e nel suo insuccesso
gettò contro il muro il vaso coi tulipani. Si frantumò e
stridette come fossero denti all´aria. Con la cartella sotto il
braccio disse piano: te ne pentirai, ti affogheremo nel fiume. Dissi come
parlando tra me e me: Se lo firmo, non posso più vivere con me
stessa, allora devo essere io a farlo. Meglio che siate voi. Ecco che
la porta dell´ufficio era già aperta e lui era sparito. E
fuori sulla Strada Gloriei il gatto della fabbrica era saltato dall´albero
sul tetto della casa. Un ramo ondeggiava come un trampolino.
Il giorno dopo iniziò il tira e molla. Dovevo andarmene dalla fabbrica.
Ogni mattina alle sei e mezzo dovevo presentarmi al direttore. Ogni mattina
sedevano con lui il capo del sindacato e il segretario del partito. Come
allora la madre chiedeva: Hai un fazzoletto, ora ogni mattina il direttore
chiedeva: Hai trovato un altro lavoro? Ogni volta davo la stessa risposta:
Non lo cerco, mi piace qui in fabbrica, vorrei rimanere fino alla pensione.
Una mattina arrivai in fabbrica e i miei grossi dizionari giacevano per
terra sul corridoio, vicino alla porta dell´ufficio. Aprii, alla
mia scrivania sedeva un ingegnere. Disse: Qui si bussa, quando si entra.
Qui ci sto io, questo non è il tuo posto. Tornare a casa non potevo,
altrimenti avrebbero avuto un pretesto per licenziarmi per assenza ingiustificata.
Non avevo alcun ufficio, allora più che mai dovevo recarmi al lavoro
ogni giorno, non potevo mancare per alcun motivo.
La mia amica, cui ogni giorno raccontavo tutto di ritorno per la misera
Strada Gloriei, all´inizio mi liberava un angolo sulla sua scrivania.
Ma una mattina rimase davanti alla porta dell´ufficio e disse: Non
posso farti entrare. Tutti dicono che sei una spia. Le angherie venivano
dal basso, la voce fu fatta circolare tra i colleghi. Questa era la cosa
peggiore. Contro gli attacchi ci si può difendere, contro la calunnia
si è impotenti. Ogni giorno mi aspettavo di tutto, anche la morte.
Ma questa perfidia non riuscivo a vincerla. Nessun calcolo la rendeva
tollerabile. La calunnia imbottisce uno di sudiciume, si soffoca, perché
non ci si sa difendere. Agli occhi dei miei colleghi ero proprio ciò
che mi rifiutavo d´essere. Se li avessi spiati, si sarebbero fidati
di me ciecamente. In fondo mi punivano, perché li avevo risparmiati.
Poiché ora più che mai non potevo mancare, ma non avevo
alcun ufficio, e la mia amica non poteva più farmi entrare, stavo
sul giroscale senza sapere che fare. Andai su e giù per le scale
un paio di volte - d´un tratto ero di nuovo la bambina di mia madre,
poiché AVEVO UN FAZZOLETTO. Lo stesi su un gradino tra il primo
e il secondo piano, lo stirai, in modo che stesse ordinato e mi ci sedetti
sopra. Posi sulle ginocchia i miei grossi dizionari e tradussi le descrizioni
di macchine idrauliche. Ero una barzelletta e il mio ufficio un fazzoletto.
Nella pausa pranzo la mia amica sedeva accanto a me sulle scale. Mangiavamo
insieme come prima nel suo ufficio e ancor prima nel mio. Dall´altoparlante
del cortile i cori operai inneggiavano come sempre alla felicità
del popolo. Lei mangiava e piangeva per me. Io no. Dovevo resistere. Ancora
a lungo. Un paio di settimane eterne, finché fui licenziata.
Nel periodo in cui ero una barzelletta, ho sfogliato il dizionario, per
vedere cosa indicasse la parola SCALA: il primo gradino della scala si
chiama INIZIO, l´ultimo gradino FINE. I gradini orizzontali da calpestare
si adattano ai lati alle COSTOLE DELLE SCALE. E gli spazi liberi tra i
singoli gradini si chiamano appunto OCCHI DELLE SCALE. Dai pezzi delle
macchine idrauliche imbrattate d´olio conoscevo le belle parole:
CODA DI RONDINE, COLLO DI CIGNO, il sostegno della vite si chiamava MADREVITE.
E così mi sbalordivano i nomi poetici delle parti della scala,
la bellezza del linguaggio tecnico. COSTOLE DELLA SCALA, OCCHI DELLA SCALA
- dunque la scala ha un volto. (...)
A casa, nella mia infanzia, c´era un cassetto per i fazzoletti.
Dentro, su due file, c´erano tre pile una dopo l´altra.
A sinistra i fazzoletti da uomo per il padre e il nonno.
A destra i fazzoletti da donna per la madre e la nonna.
In mezzo i fazzoletti da bambino per me. (...)
Si può dire che proprio gli oggetti più piccoli - siano
essi la tromba, la fisarmonica, o il fazzoletto - uniscono in vita le
cose più disparate? Che gli oggetti circolano e nelle loro deviazioni
hanno qualcosa che obbedisce alle ripetizioni - al circolo vizioso. Lo
si può credere, ma non dire. Ma ciò che non si può
dire, si può scrivere. Perché la scrittura è un atto
silenzioso, un lavoro che dalla testa confluisce nelle mani. La bocca
viene tralasciata. Durante la dittatura ho parlato molto, quasi sempre
perché avevo deciso di non suonare la tromba. Quasi sempre parlare
ha avuto conseguenze insopportabili. Ma la scrittura ha iniziato nel silenzio,
là sulle scale della fabbrica, dove dovetti contare su me stessa,
più di quanto si potesse dire. I fatti non potevano più
essere articolati nel discorso. Al massimo le aggiunte esterne, ma non
la loro portata. Questa la potevo sillabare solo ancora mentalmente, muta,
nel circolo vizioso delle parole durante la scrittura. Reagivo alla paura
della morte con la sete di vita. Quella era sete di parole. Solo il turbinio
della parola poteva cogliere il mio stato. (...) Più parole possiamo
prenderci, più siamo liberi. Se ci viene vietata la bocca, cerchiamo
di affermarci tramite gesti, addirittura oggetti. Sono più difficili
da interpretare, rimangono per un po´ non sospetti. Così
possono aiutarci a trasformare l´umiliazione in dignità,
che per un po´ rimane non sospetta.
Poco prima di emigrare dalla Romania, mia madre fu prelevata di buon mattino
dal poliziotto del paese. Era già sul portone, quando le venne
in mente HAI UN FAZZOLETTO. Non ne aveva. Benché il poliziotto
fosse impaziente, lei tornò nuovamente in casa e si prese un fazzoletto.
Essendo di guardia, il poliziotto s´infuriò. Il rumeno di
mia madre non bastò a capire le sue grida. Poi lui lasciò
l´ufficio e dall´esterno chiuse la porta a chiave. Per tutto
il giorno mia madre sedette là, rinchiusa. Le prime ore rimase
seduta al tavolo di lui e pianse. Poi camminò su e giù e
iniziò a togliere la polvere dai mobili col fazzoletto bagnato
di lacrime. Poi prese il secchio dell´acqua dall´angolo e
l´asciugamano dal chiodo sul muro e pulì il pavimento. Ero
indignata, quando me lo raccontò. Come puoi pulire l´ufficio
a quello, le chiesi. Senza vergognarsi, lei disse, mi sono cercata un
lavoro, in modo che il tempo passasse. E l´ufficio era così
sporco. Fortunatamente mi ero portata uno dei grandi fazzoletti da uomo.
Solo allora capii: in questo arresto, attraverso un´umiliazione
supplementare, ma volontaria, lei otteneva dignità per se stessa.
Per questo ho cercato delle parole in un collage:
Pensai alla
rigida rosa nel cuore
All´anima inutile come un setaccio
Il proprietario però chiese:
chi ha il sopravvento
io dissi: la salvezza della pelle
lui gridò: la pelle è
solo una macchia di batista offesa
senza ragione
Mi auguro
di poter dire una frase a tutti quelli cui viene tolta la dignità
nelle dittature di sempre fino a oggi - e che sia una frase con la parola
fazzoletto. E che sia la domanda: AVETE UN FAZZOLETTO?
Può essere che da sempre la richiesta del fazzoletto non intenda
affatto il fazzoletto, bensì l´acuta solitudine dell´uomo?
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