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l'Unità
13 agosto 2004
Contributo
al dibattito sulla lettera di Ratzinger
di Beppe Sebaste
La notizia,
schiaffata maliziosamente dal Foglio in prima pagina (3 agosto) era il
sodalizio tra "il cardinale" e "la femminista". Che
cioè la Lettera del cardinale Ratzinger ai vescovi sulla collaborazione
dell'uomo e della donna fosse salutata dalla filosofa Luisa Muraro, nota
pensatrice del femminismo basato sulla differenza sessuale, come "una
vera svolta nel pensiero della Chiesa cattolica". Colpiva che, nel
momento in cui i Radicali e diverse associazioni di sinistra promuovono
un referendum contro la legge sulla fecondazione artificiale, un cardinale
considerato da sempre oltranzista, il cui documento è stato definito
"oscurantista" da Emma Bonino (vi si ribadisce tra l'altro il
rifiuto alle unioni omosessuali e al sacerdozio femminile, il divieto
alla procreazione assistita o eterologa), fosse accolto con entusiasmo
da una delle donne pensanti più indipendenti e innovative della
sinistra. Sul manifesto del 7 agosto è poi apparso un ampio intervento
della stessa Muraro, che segnala il retroterra di letture e accoglienza
di testi del repertorio femminista da parte del Cardinale (o di chi per
lui), e la comune preoccupazione per l'impoverimento del mondo nello stemperarsi,
se non l'annullarsi, della differenza sessuale, della dualità dei
sessi. E' giusto. ìLa neutralità che avrebbe consentito
questo impoverimento, questa omologazione dei sessi a tutto scapito della
donna, è insita nella nostra tradizione filosofica. E poi, sotto
il segno della merce, del consumismo e dell'alienazione sempre più
"di specie", come direbbe Marx, a fare le spese della rimozione
delle basi biologiche del pensiero e del comportamento è soprattutto
la donna; e di conseguenza tutta l'umanità, tutto il sessuale e
il sessuato. Fino a quel "senso orgiastico" del vivere di cui
parla oggi l'Espresso in un servizio sul dilagare della cocaina e dell'eroina
tra gli adulti - anche le droghe essendo sintomi della deriva del neutro
tecnologico come risposta alla ricerca di felicità, come direbbe
Muraro.
E' quindi un discorso di bio-politica riconoscere che la tentazione del
neutro, la neutralità o neutralizzazione della differenza sessuale,
attesti il predominio di un pensiero astratto e alienante (maschile),
in cui "il pensare si è separato dal sentire per conformarsi
più precisamente alla ragione, fonte di una presunta autonomia
dell'uomo, la quale ragione si è lasciata sostituire dalla tecnologia".
E l'amica Luisa Muraro è maestra nell'indicare le base linguistiche
di questa alienazione e impoverimento, a partire dal suo saggio "sull'inimicizia
tra metonimia e metafora" che indicava due vie opposte nel dire:
quella della contiguità, dell'esperienza, della concretezza (metonimia)
e quella della somiglianza, dell'astrattezza, dell'importazione teorica
di modelli altrui (la metafora). Che cosa allora ha continuato a darmi
disagio nell'intervento di Luisa Muraro?
Probabilmente questo, che il discorso del cardinale non approda a nulla
di simile a quanto indicato da lei e da altre pensatrici della differenza
sessuale, perché il cardinale o chi per lui non situa né
incarna in nessuna politica dell'esperienza le proprie enunciazioni di
uomo e di potente, ma resta esattamente all'interno di quella che Muraro
chiama "astrattezza unilaterale del pensiero maschile", da cui
interviene con severità per difendere l'impianto autoritario dei
propri dogmi. Mi ha dato disagio la disproporzione, forse inevitabile
in un intervento, e ancora più in un'intervista (sul Foglio), tra
l'adesione a un'idea e il glissare sulla portata pratica e politica (i
linguisti direbbero: gli effetti illocutori e perlocutori) del discorso
del cardinale. Limitandosi a dire che "certi divieti non sono condivisibili",
per rallegrarsi invece delle sue aperture teoriche; ad esempio l'idea
della fine (peraltro presunta), per la Chiesa, "del concetto di complementarietà
della donna per l'uomo", che subordina la donna e la realizza nella
sola procreazione. Mi ha dato disagio la condivisione, in nome di un'emancipazione
(teorica) da un destino semplicemente biologico quale quello assegnato
storicamente alle donne, del "richiamo alla vocazione cristiana alla
verginità" profferito da parte di un cardinale (che non è
sinonimo di vergine), mentre contemporaneamente si continuano a criminalizzare
quelle forme di fecondazione non omologate, o eterologhe. (La legge attuale
sulla procreazione è molto peggiore della Bossi-Fini, poiché
fissa l'ossessione normativa, identitaria e xenofoba sul piano sessuale,
e investe l'evento del nascere di ideologie omologanti). Ciò che
mi disturbava nel testo di Muraro è dunque l'adesione a certe forme
di astrazione del discorso, all'autonomia della teoria, e quindi l'alleanza
con certi modi concettuali e astratti (i cardinali, come i papi, pontificano)
mettendo in secondo piano quell'ecologia del dire che lo vuole sempre
incarnato, situato, esperienziale. Esagerando il mio disagio, ho temuto
che alcuni lettori potessero addirittura farsi l'idea che la "differenza
sessuale", da sempre monito a non perdere di vista il fondamento
biologico, carnale, immanente, contestuale e situazionale di ogni discorso,
sia una sorta di concetto teologico, un dogma della dualità (a
fianco della Trinità), una arché come il peccato originale,
godendo così di una sorta di immunità teorica al confine
dei fondamentalismi e delle metafisiche.
So che non è così. Il libro del 1987 delle filosofe di Diotima,
Il pensiero della differenza sessuale, proponeva di "elaborare in
sapere il fatto della sessuazione della specie umana", ricordando
che la differenza sessuale è intrinseca ai soggetti, ai loro discorsi
e alle loro conoscenze, così come la collocazione spazio-temporale
e la coscienza della mortalità individuale. E' importante l'asimmetria
sessuale, mi ripeteva Luisa Muraro in una conversazione apparsa su questo
giornale, anche se la tendenza umana e intellettuale è di correggerla.
Il riconoscimento di questa asimmetria, insieme alla sessuazione della
verità e dei discorsi, si innesta al "partire da sé"
che è il maggiore invito filosofico e politico dei suoi testi.
Ciò che mi ricorda la proposta anti-cartesiana, contro la solitudine
tutta maschile e tecnologica del Cogito, che la filosofa Maria Zambrano
faceva già nel 1943 rileggendo Agostino (La Confessione come genere
letterario); e che richiama soprattutto le variegate, rischiose e generose
culture di opposizione degli ultimi trent'anni, esiliate a sinistra tanto
dalla politica che dalla cultura ufficiali. E' quindi cruciale l'apologia
di un linguaggio incarnato, agli antipodi del linguaggio armato ma disincarnato,
senz'aria né corpo, che si respira spesso nella politica dei politici
e nella filosofia dei filosofi. O nella teologia del cardinali. Allo stesso
modo Muraro, ne Il Dio delle donne, chiamava la mistica femminile "teologia
in lingua materna", per rendere parole ed esperienze "preziose
e comuni come il pane sulla tavola". Un elogio del sentire e del
narrare: "non si tratta di dare una spiegazione alla fiaba, quanto
piuttosto di dare una fiaba alla spiegazione". Al contrario di un
"commento", quale quello di Ratzinger. E' dunque nel modo del
dire, dell'enunciazione, che si iscrive la possibilità di trasformare
il mio disagio in proposta e ricerca.
L'intervento della Muraro su Ratzinger contiene questa formula, "conflitto
relazionale", per dire la relazione tra i sessi, dove confliggere
evidentemente non vuol dire fare la guerra. A parte che si trattava anche
di una mia vecchia battuta per dire l'irriducibilità del conflitto
nei miei rapporti, mi ha fatto venire in mente un passo biblico celebre,
nella traduzione e commento proposta anni fa da un personaggio in Francia
assai controverso, il rabbino-scrittore Marc-Alain Ouaknin (Méditations
érotiques. Essais sur Emmanuel Lévinas): "Dio disse:
"Gli farò un aiuto contro di lui" (Genesi, 3, 18). Che
cosa significa questa espressione enigmatica "contro di lui"?
La donna ha forse per vocazione quella di essere contro l'uomo? La radice
ebraica di kenèguedo (contro) è naguod, che significa al
tempo stesso "opporsi" e "raccontare", come se la
funzione del racconto fosse non quella di ridire il mondo quale è
dato, ma di fare una breccia, una faglia nel già-là del
mondo
". Se diamo per scontato che le funzioni indicate dal
brano tra uomo e donna sono reversibili e reciproche, il suo interesse
è nel comune orizzonte di "raccontare" e "confliggere",
cioè relazionare. La fuoriuscita dal discorso razionalistico e
concettuale, così come dalla deriva del neutro, passa da qui, dal
coraggio di reperire e adoperare forme di racconto dell'esperienza di
questo conflitto o rapporto sessuale, di questa comunità prima,
di questo andare insieme, coire.
Quando obiettai a Luisa Muraro sul rischio di una sua filosofica "fissazione",
nel duplice senso, della "verità", e sull'uso "neutro"
delle parole "sapere" e "conoscenza" - mentre la svolta
etica del pensiero (Lévinas) ha proposto semmai un "altrimenti-che-sapere",
un porsi di fronte all'alterità dell'altro anteriore a ogni "conoscenza"
- Muraro rispose ricordando che la radice di "sapienza" è
connivente a "sapore", e comprende corpo e mente: "Il problema
che avete voi uomini, eredi della tradizione filosofica da cui volete
districarvi, noi non lo abbiamo. Noi ci poniamo il problema di rendere
dicibile la verità delle donne. I sessi sono due, ma c'è
dell'altro, e questo altro potremmo anche chiamarlo 'Dio'". Ecco
allora che rispondere al cardinale Ratzinger sarebbe un compito maschile,
e possibilmente narrativo, sulla scia di quanto già gli rimprovera
Muraro: "è una lettera scritta da un uomo, ma con poca attenzione
agli uomini. Non aiuta i suoi simili a capirsi a capirsi e ad aprirsi
meglio alle capacità femminili. Vuole tranquillizzarli
".
Accanto all'impoverimento della differenza sessuale ci si imbatte infatti
nell'impoverimento del sessuale tout court, tutt'uno con l'impoverimento
della vita umana e di Dio. Dalla censura come coazione al dire (pornografia)
siamo giunti a una perdita dell'originalità della sessualità,
anzi a una sua irrilevanza. Non a caso si leggono oggi molti astratti
esperimenti letterari sul tema del corpo, dove gli scrittori si fanno
autori di "commenti" piuttosto che di racconti, ma l'esperienza,
la testimonianza delle relazioni conflittuali o dei conflitti relazionali,
resta muta. Manca, per dire, un'Elena Ferrante al maschile. Perfino un
nuovo Lamento di Portnoy, se autentico, non guasterebbe. La felicità,
l'infelicità e il sesso sono oggi parole scarnificate, da rubrica
o centro commerciale.
In compenso, l'avere bandito una fecondazione che non sia omologa e omogenea,
cioè eterologa, che introduce un naturale principio di a-simmetria,
di alterità, di an-archia; che ammette un elemento di libertà,
di apertura, di sorpresa, di viaggio, di ospitalità, contro l'idea
platonica del controllo del Padre e della filiazione, del rifiuto di ogni
"disseminazione" (della scrittura e della sessualità),
suggerisce l'idea di un'Europa così assediata dal fantasma dei
barbari eterologhi da far temere prima o poi perfino una interdizione
dell'erotismo - perché la sessualità e l'amore, come il
narrare, sono senz'altro pratiche eterologhe. A quel punto, la "vocazione
cristiana alla verginità" difficilmente sarebbe una libera
via d'uscita dai condizionamenti biologici, sia della donna che dell'uomo.
Forse anche di Dio.
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