Libreria delle donne di Milano

Questa intervista è stata realizzata prima del forum mondiale di Porto Alegre

Intervista a Hebe de Bonafini
di Daniela Padoan

In uno scenario di drammatica povertà e di discredito delle istituzioni, l'Argentina - fino a poco tempo fa considerata un lembo d'Europa, raffinata fucina di letteratura e psicoanalisi - è diventata un terzo mondo fuor di contesto, spiazzante. Eppure quello che si è manifestato come una sorta di esperimento in vitro sugli esiti finali del neoliberismo, forse proprio per il suo effetto di paradosso, sta producendo qualcosa di nuovo e inusitato, una risposta "dal basso" che parte dal cambiamento delle relazioni e delle pratiche di vita, nella necessità di riempire lo spazio simbolico lasciato vuoto da quel corale Que se vayan todos! indirizzato al governo, alla corte suprema, ai vertici aziendali e sindacali. L'Argentina delle assemblee di quartiere, delle reti dei mercatini del baratto, delle fabbriche autogestite, delle organizzazioni dei piqueteros disoccupati, si sta mutando in un grande laboratorio sociale e politico che, a detta di Naomi Klein, "disegnerà un altro sistema possibile per il resto del mondo". Di tutto questo parliamo con Hebe de Bonafini, presidente delle Madres di Plaza de Mayo.
Qualche mese fa le televisioni hanno mostrato una manifestazione di bambini argentini in piazza contro la fame.
Noi Madres non ci siamo andate. Pensiamo che sia molto triste esporre in quel modo i bambini poveri, rendendoli uno spettacolo per i media. Una cosa è la marcia dei piqueteros con tutta la famiglia, bambini compresi, altra è far arrivare i piccoli da tutte le province per darli in pasto alle telecamere. Era un'iniziativa concepita a fini elettorali da Victor de Gennaro, il presidente della CTA (Central de Trabajadores Argentinos), che sta facendo di tutto per accreditarsi come il Lula argentino.
In che modo voi Madres siete partecipi della mobilitazione di questo ultimo anno?
Sosteniamo i piqueteros che hanno occupato la Zanon, la più grande azienda di ceramiche del Latinoamerica. E' una fabbrica meravigliosa, computerizzata, robotizzata, e loro la fanno funzionare, la tengono ordinata, pulita, piena di fiori. Ma ci sono molte altre fabbriche in autogestione, spesso mandate avanti da donne, come Grissinopolis. Ci sono supermercati occupati nei quali si vende ciò che viene prodotto dai disoccupati: pane, pasta, scarpe, verdura. Noi appoggiamo tutte queste iniziative, di modo che non venga data beneficenza ai bambini ma lavoro ai genitori. Andiamo ad aiutarli, diamo le nostre sale per le riunioni, diamo spazio sul nostro bollettino alle loro iniziative. L'Università popolare delle Madres ha formato degli economisti che vanno ad aiutare gli operai in occupazione, insegnando loro il lavoro amministrativo ed economico. I lavoratori della Zanon, che era stata inaugurata da Videla e da Martinez De Hoz all'epoca della dittatura, ci hanno chiamate a reinaugurare la fabbrica. E' stato molto emozionante.

Qual è il bilancio di queste occupazioni?


La Zanon ha creato la nuova ceramica "Mapuche", con motivi tipici della cultura indigena; una ceramica molto bella. Adesso la fabbrica funziona al 10-15%, ma stiamo cercando di farla funzionare all'80% e di vendere l'intera la produzione. Salvare la Zanon oggi vuol dire che ci salviamo tutti; è come mostrare che abbiamo il paese nelle nostre mani. E che possiamo fare a meno dei sindacati e dei politici che ci hanno tradito. Certo, c'è molta repressione, ma siamo troppi perché possano picchiarci tutti. Proprio dietro allo stabilimento c'è un carcere, e i detenuti comuni - quando i lavoratori erano fuori al freddo, nella neve, quasi senza mangiare - hanno donato tutti i giorni metà della loro razione di cibo. E' stato incredibile. La solidarietà ha un grande peso contro la repressione.
Avete anche aperto un vostro mercatino del baratto.
Sì, ma siamo state costrette a chiuderlo, perché il trueque, che è stato inventato da tanti anni in Argentina, deve avere materie prime per poter funzionare. Servono olio, farina e riso. La gente può fare pizze e pane solo se ha la farina; può cucinare solo se ha l'olio. Questo è stato il problema principale. L'altro è che qualcuno ha falsificato i crediti, i buoni con cui si scambiano le cose, così noi Madres abbiamo deciso di chiudere per un certo periodo. Abbiamo in mente di fare un credito nostro, che nessuno possa falsificare. E poi stiamo cercando di procurarci un mulino perché, anche se siamo in grado di trovare il grano, non riusciamo a macinarlo. Diciamo a tutti: invece di mandarci da mangiare, dateci i soldi per il mulino, di modo che sia il mulino a dare da mangiare alla gente. Rispondono di sì, ma non arriva niente. Non importa, riusciremo lo stesso. Tutto quello che noi Madres ci proponiamo, prima o poi lo facciamo.

Tornare a forme di scambio diretto ha influito sulle relazioni tra le persone?

All'inizio le persone litigavano per entrare, per avere maggiore spazio per i loro prodotti, ma poi hanno capito che il mercato era una cosa loro e che farlo funzionare al meglio sarebbe stata una vittoria per tutti. Abbiamo fatto diverse riunioni su questo punto. La polizia ha cercato più volte di entrare ma noi non glielo abbiamo permesso, e allora hanno mandato qualcuno a rubare, per provocarci. Hanno sottratto tutto l'incasso della giornata a una ragazza che incorniciava frammenti di specchio recuperati in una fabbrica di specchi bruciata, ma non abbiamo chiamato la polizia; abbiamo denunciato il furto al microfono, abbiamo detto che quella donna aveva quattro figli, e tutta la gente del trueque ha versato qualcosa per farle recuperare i soldi persi.

Credi che questo mutamento nei rapporti costituisca un'azione politica in sé?

Certo. All'inizio c'era un uomo che comprava tutte le pizze, perché erano molto economiche, e noi gli abbiamo spiegato che così otteneva solo un beneficio personale. Un giorno, mentre preparavamo pile di zucchero, riso e pasta, vedo una donna che manda il suo bambino a rubare un pacco; allora sono andata da lei e le ho detto che non era educativo insegnare al figlio a prendere senza pagare, perché ogni cosa corrisponde a un sacrificio fatto da altri. Non ho voluto che restituisse il pacco, però credo che con azioni di questo genere si demarchi una linea di condotta. Quando la gente si abitua a pensare in termini collettivi, non c'è più bisogno della mediazione del potere.

Queste forme di autogestione, sia nella produzione che nel consumo, mostrano che può esserci un'alternativa "dal basso" all'economia liberista?


Sicuro, è per questo che vengono tanto represse. Se occupiamo le fabbriche, se occupiamo i piccoli supermercati, se i disoccupati possono vendere la propria produzione, se le assemblee di quartiere prendono un pezzo di città nelle proprie mani e la fanno funzionare - con tutto ciò che questo comporta, compreso il fatto che resti aperto l'ospedale di zona - allora è come avere il paese in pugno.
Da più parti si comincia a guardare all'Argentina come a un luogo di elaborazione di nuove forme della politica.
E' da tanto che noi Madres diciamo che la politica deve cambiare. La globalizzazione fa sì che chiudano la Fiat, che comprino il mercato della Fiat ma non la fabbrica della Fiat, e che la gente resti pian piano senza lavoro. Ho parlato con le donne di Termini Imerese e ho visto che in Italia sta succedendo qualcosa di simile a ciò che è avvenuto da noi, anche se non nelle stesse proporzioni e con la stessa rapidità. Quello che deve cambiare, ovunque, è il modo di far politica, e deve cambiare a partire dalla solidarietà, dal sentire che la politica non è corruzione, non è tradimento, ma è la migliore azione dell'uomo, quella che lo libera. Fino a quando non vediamo, non sentiamo che l'altro sono io, è difficile crescere politicamente. Se tutto il mondo si sentisse parte della Fiat, non potrebbero chiudere la Fiat.

Cosa pensi del Social Forum di Porto Alegre?


Gli organizzatori del Social Forum mi hanno invitata a una teleconferenza con il Forum Economico in Svizzera, dove si trovava Soros, l'uomo più potente del mondo. Eravamo in sette, e io ho detto quello che pensavo. Ho detto a Soros che parlavo in nome delle madri che non sanno dell'esistenza di Porto Alegre e neanche della sua. "Però lei è la persona più criminale di questo mondo" gli ho detto, "scoppierà per tutto quello che mangia, Lei ammazza milioni di bambini". Gli ho detto di tutto, e quelli del Social Forum si sono arrabbiati perché secondo loro io non dialogo. E' ovvio: io non dialogo con il nemico. Devo combatterlo con tutta la forza del mio cuore. E così gli organizzatori non ci hanno invitate al secondo Forum; d'altra parte non hanno invitato neanche gli zapatisti, e nemmeno i cubani e i colombiani. Noi siamo andate lo stesso, ma solo perché siamo state invitate dal movimento Sem Terra. Purtroppo il Social Forum, che era rivolto al socialismo e aveva fatto propria la parola d'ordine del non pagamento del debito estero, oggi è per l'umanizzazione del capitalismo. Sta perdendo il senso per cui è nato.

Perché una critica così dura a un movimento che mobilita tanta gente nel mondo?

La gente che forma il movimento è fantastica, ma la leadership è un'altra cosa. Non è possibile che non si inviti Fidel Castro, che non si invitino gli zapatisti, che i contadini del movimento Sem Terra vengano emarginati come è successo. Inoltre il documento finale di Porto Alegre contiene una critica durissima ai compagni delle Farc, che stanno dando la vita sui monti per difendere il proprio popolo.

Puoi spiegare meglio la tua posizione sulle Farc?


Semplice. Basta chiedersi chi è il vero terrorista: Marulanda, che da vent'anni è nella jungla quasi senza mangiare, liberando sempre più territorio a rischio della propria vita, oppure i vari presidenti che si sono succeduti in Colombia, che portano il denaro nelle isole Kayman, che indossano cravatte che da sole costano decine di stipendi di un lavoratore? Quando il Plan Colombia ammazzerà milioni di persone, chi lotterà contro gli Stati Uniti? Dal momento che i colombiani sono terroristi, allora meglio lasciar stare. Secondo noi non si può dire che si è contro il Plan Colombia e al tempo stesso accusare chi lo combatte. E' del tutto incoerente.

La vostra radicalità si colloca nel segno della rottura o del dialogo con il movimento?

Credo che la radicalità delle Madres sia semplicemente il dire la verità, quello che sentiamo. Noi sentiamo quello che diciamo. Prima sentiamo, poi diciamo. La radicalità non è altro che questo. Diciamo che il terrorismo lo fanno gli stati. Oggi, per non essere considerati terroristi, bisogna avere aerei, elicotteri e carri armati, come gli Stati Uniti e Israele. Quello che ha fatto Berlusconi a Genova è terrorismo. Io l'ho visto, ero lì, è stata una guerra contro gli indifesi. Ho vissuto Genova, e non posso credere di esserci stata. E' stato un massacro. Quando hanno assassinato Carlo, i ragazzi erano disperati, c'era molta rabbia. Hanno fatto una grande assemblea alla quale mi hanno invitata, così ho preso la parola per dire che il peggio che potevamo fare era accettare la provocazione. Se una Madre fosse uscita ad ammazzare un generale, le Madres non esisterebbero più, il nostro movimento sarebbe già finito. Si può provare tanta rabbia, però bisogna convogliarla in lavoro politico, in un'altra maniera di fare politica. E questa è una cosa che a Firenze i giovani hanno dimostrato di saper fare. E' stato meraviglioso.

Che cosa pensi dell'esperimento di democrazia partecipativa di Porto Alegre?


Il bilancio partecipativo di Tarso Genre è un esempio da osservare e da imitare, però non so se quella è la democrazia. Noi pensiamo che quando c'è fame, quando ci sono uomini che vivono per la strada, bambini disperati, donne violate, non c'è democrazia. La democrazia non è questo. Una democrazia non può permettere tutte queste cose. Ma io non parlo di democrazia, perché non la conosco.
So che sei stata nel centro di detenzione per clandestini di Woomera, in Australia.
E' un campo di concentramento. Ci è stato consentito di avvicinare solo cinque persone. C'era un ragazzo pachistano che taceva e gli ho domandato, tramite traduttori: "tu non parli, non hai niente da dirmi?" Lui mi ha risposto: "il fatto che qualcuno arrivi e mi guardi negli occhi è già parte della mia libertà". Sono rimasta stecchita.

Pensi che sia importante cercare di entrare in questi luoghi, pur nel disinteresse dei media?

Non è importante che queste azioni abbiano risonanza. Bastano cinque persone che entrino sapendo vedere con il cuore. Poi parleranno con altri. Sapranno rendere vivo per altri ciò che hanno visto e capito. Questa è la cosa più importante. La comunicazione si fa anche bocca a bocca, con i volantini, con i bollettini, con una piccola riunione in una casa, in una pasticceria. Noi Madres abbiamo fatto un lavoro incredibile sulla comunicazione. Tutti negavano che ci fossero desaparecidos, così abbiamo cominciato ad andare nelle chiese alle sei del mattino per infiilare una denuncia nei libri di preghiera, al posto del canto. Altre volte scrivevamo la nostra denuncia sulle banconote, poi andavamo ai mercati tutte insieme e facevamo la spesa; ci siamo rese conto che quelle banconote erano il volantino più veloce perché nessuno voleva averle, tanto era compromettente farsele trovare addosso. Noi popoli dobbiamo inventarci la nostra comunicazione, non importa che sia di massa. Quello che importa è trasmettere, solo questo dà veri risultati.