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il manifesto
- 3 agosto 2004
Se
il cardinale Ratzinger fosse un mio studente
La «Lettera sulla collaborazione dell'uomo e della donna»
è un testo più dirompente e nuovo di quanto possa sembrare.
Indica nella relazione la possibilità di elaborare il conflitto
uomo-donna. Non tace sul suo bersaglio polemico, che sono alcune teorie
femministe, ma tace su certe sue fonti di ispirazione che sono altre teorie
femministe. E non chiama in campo gli uomini a prendere parola su se stessi
LUISA MURARO
Se il cardinale Ratzinger fosse un mio studente, di molte cose mi piacerebbe
ragionare con lui, complimentarmi, interrogarlo, distanziarmi o consentire,
a proposito della sua Lettera sulla collaborazione dell'uomo e della donna.
Dovrei però fargli notare un errore, uno solo, quello di credere
(o di lasciar credere) che l'oscurarsi della differenza o dualità
dei sessi, per usare parole sue, sia una tendenza recente del pensiero
umano. Si tratta, al contrario, di una tendenza secolare, ben riconoscibile
nella tradizione filosofica. Lo dichiara, con indiscussa autorità,
Heidegger: l'ontologia ci ha sempre insegnato ad assumere l'essere umano
come neutrale rispetto alla relazione (io-tu) e rispetto alla sessualità
(uomo-donna). Una neutralità, occorre aggiungere, che la critica
femminista ha dimostrato essere una concezione centrata sull'uomo di sesso
maschile (androcentrica). Che io sappia, prima di questo testo del cardinale
Ratzinger, la filosofia d'ispirazione cristiana non si è mai opposta
a questa tendenza, o, se lo ha fatto, lo ha fatto senza risalire all'ontologia
della neutralità sessuale. Tant'è che la personologia cristiana
non ha un pensiero della differenza sessuale. Insomma, ci troviamo davanti
a un testo più dirompente e nuovo di quanto esso stesso non lasci
intendere. Qualcosa di simile al punto della neutralità sessuale,
vale anche per un'altra tendenza, che la Lettera giustamente associa alla
prima, quella a liberarsi dai propri condizionamenti biologici. Anche
questa è antica, antichissima anzi, risalente alle origini stesse
del patriarcato, che ha inventato di tutto per minimizzare la nostra insormontabile
dipendenza dalla relazione materna.
Che cosa,
dunque, è avvenuto di nuovo a ispirare la sorprendente presa di
posizione della Chiesa, non da parte di qualche teologo di frontiera ma
del prefetto stesso della Congregazione per la dottrina della fede? Per
la seconda tendenza mi pare meno difficile tentare una risposta. Nel campo
della rinnegata dipendenza dai condizionamenti biologici, la novità
è costituita dal duplice passaggio alla modernità e ai suoi
sviluppi postmoderni, passaggio che possiamo così riassumere: il
pensare si è separato dal sentire per conformarsi più precisamente
alla ragione, fonte di una presunta autonomia dell'uomo, la quale ragione
a sua volta si è lasciata sostituire dalla tecno-logica. (È
per questa strada che l'Europa è arrivata alla follia della prima
guerra mondiale, prima di una serie di altre guerre e di altre follie
il cui conto è lasciato ai nostri posteri.) Ebbene, il passaggio
alla modernità, la Chiesa cattolica lo ha patito, ci ha pensato,
ne ha parlato. Non è stata la sola e neanche la prima, va detto.
Penso al grande filosofo che non troviamo nei manuali di filosofia, Giacomo
Leopardi, il quale torna e ritorna, con accenti profetici, sul tema della
catastrofica nostra perdita di vicinanza con la Natura, perdita che va
di pari passo con i progressi della modernità.
Più
difficile è capire che cosa abbia portato quest'uomo, Joseph Ratzinger,
a fare suo il pensiero della differenza sessuale. Pensiero - bisogna precisare
perché la Lettera non lo fa - che si è sviluppato all'interno
del femminismo, in conflitto con altre teorie e politiche femministe:
il femminismo, infatti, è sempre stato plurale e conflittuale,
trovandosi al cuore di cambiamenti combattuti e difficili che toccano
le basi della civiltà, in quanto riguardano i rapporti fra i sessi
(fra donna e uomo, sì, ma anche e insieme fra donna e donna, fra
uomo e uomo).
Che di questo
si tratti nella Lettera, molti commentatori, pur intuendo la sua novità,
non si sono resi conto. Molti hanno confuso il femminismo radicale con
le teorie di genere attaccate da Ratzinger. Ida Dominijanni fa eccezione.
Lei riconosce bene la parentela della Lettera con una parte del femminismo,
così come sa bene che il femminismo radicale (pensiamo a Carla
Lonzi, per l'Italia) nasce come pensiero della differenza sessuale, in
lotta con l'emancipazionismo, prima, e con il femminismo della parità,
poi, oltre ad avere lei una conoscenza approfondita dei testi della gender
theory. Perciò rimando chi mi legge al suo commento di martedì
3 agosto. Per parte mia, vorrei più direttamente rispondere a chi
ha detto che la Lettera non è veramente nuova perché ripete
la vecchia posizione cattolica della complementarità fra i sessi,
assegnando alle donne il solito ruolo. La lettura del testo, specialmente
del capoverso 14, dovrebbe bastare ad eliminare la seconda critica, l'autore
infatti teorizza nitidamente il senso libero della differenza sessuale,
sia pure in termini che sono compatibili con la sua fede e il suo credo
morale. Ma potrebbe essere diversamente? Che relazione sarebbe, che scambio
potrebbe mai esserci, se l'altro deve pensarla in tutto come la penso
io?
Quanto alla
complementarità, è ben vero che il testo di Ratzinger sostiene
che l'eguale dignità delle persone si realizza come complementarità
fisica, psicologica ed ontologica, dando luogo ad un'armonica «unidualità»
relazionale. Questo passaggio è stato molto citato, troppo secondo
me. Non si è tenuto conto di altri passaggi che affermano il libero
esplicarsi della presenza femminile anche nei campi tradizionalmente maschili,
e la possibilità che i valori che più stanno a cuore alle
donne siano un insegnamento valido anche per gli uomini: queste sono vedute
in cui la complementarità cede il passo alla asimmetria fra i sessi
assunta nell'uguaglianza e nella libertà. Che è, secondo
me, il cuore del pensiero della differenza sessuale.
C'è
da dire anche che il molto citato passo della complementarità si
riferisce esplicitamente ad una condizione edenica, ossia prima del peccato
originale: quest'ultimo avrebbe reso potenzialmente conflittuale il rapporto
fra i sessi, dice la Lettera. Qui, mi rendo conto, si entra in un terreno
difficile ma ritengo inevitabile entrarci per tentare di capire il linguaggio
religioso che parla del peccato originale e delle sue conseguenze. Nei
paesi della Riforma, misurarsi con questo linguaggio e con queste tematiche,
è cosa che i pensatori laici non rifiutano a priori di fare. Da
noi, sarebbe buona regola astenersi, ma io non sono d'accordo, io la penso
come quel lettore (dichiaratamente non cristiano) del manifesto che ha
sentito il bisogno di scrivere una lettera per dire, giustamente: non
fingiamo che il cristianesimo non faccia parte a pieno titolo della nostra
eredità culturale. Detto in positivo: per me l'eredità cristiana,
luci e ombre, è ricchezza del pensiero ed è a disposizione
di tutti.
Tutto questo
per arrivare a formulare una precisa domanda al «mio studente»:
perché, dopo quell'accenno al conflitto fra donna e uomo, non sei
tornato a parlarne? Perché non hai riconosciuto l'inevitabilità
del conflitto, perché non hai mostrato che confliggere non è
fare la guerra e che esiste la possibilità di un conflitto relazionale?
Lo chiedo perché a me sembra che queste cose rispondano alla necessità
in cui ci troviamo di fare i conti con le conseguenze del peccato originale.
In altre parole, io penso che la collaborazione tra donne e uomini, che
è il tema della Lettera, non sia possibile se non ammettiamo che
possa esserci conflitto - così come ammettiamo il dolore di nascere,
la fatica di lavorare, la paura di morire. E, soprattutto, se non ci spendiamo
per renderlo, il conflitto, compatibile con l'amore, l'amicizia, la collaborazione.
Conflitto
relazionale è una formula coniata da pensatrici della differenza,
femministe. Se dicessi che è anche una pratica politica ben radicata,
direi troppo. È una ricerca, c'è un bisogno, è un'idea
e ci sono momenti e frammenti che la fanno brillare: di più non
potrei dire. L'ostacolo è grande. Lo avverto in me. Lo riconosco
nel testo stesso di questa Lettera, che non tace sul suo bersaglio polemico,
che sono teorie femministe, ma tace su alcune fonti del suo discorso,
che sono altre teorie femministe. E immagino che la reticenza su queste
altre fonti sia dovuta al fatto che il testo non può farle interamente
sue. Torna così il rapporto sterile di reciproco respingimento
che mi faceva dire sopra: che relazione sarebbe, che scambio può
mai darsi, se l'altro deve pensarla in tutto come me?
Le interpretazioni
della Lettera che a me sembrano meno fedeli sono dovute, secondo me, proprio
a questo debito non pagato dall'autore verso una parte delle sue fonti.
Come fonti taciute penso, in ordine d'importanza, primo, al femminismo
cattolico, generoso e maltrattato come quella signora del Vangelo che
sparge unguento sui piedi e i capelli di Gesù (detto alla buona:
non so come quelle donne abbiano fatto a resistere alla tracotanza clericale);
secondo, alla teologia femminista, ingegnosa e studiosa come la famosa
Marta che prepara il pranzo a Gesù, vivamente lodata non da Gesù
(che, anzi, affettuosamente la sgrida) ma da Maestro Eckhart, in uno dei
suoi sermoni tedeschi. Terzo, viene il pensiero della differenza sessuale
che, volendo insistere con il parallelo evangelico, potremmo associare
alla non meno famosa Samaritana del pozzo, con cui Gesù si ferma
a discorrere. Fra le interpretazioni meno fedeli della Lettera metterei,
senza offesa, quella di Vittorio Messori sul Corriere della sera. La Lettera,
leggo, è un insegnamento «per tutti ma a cominciare dalle
donne, ingannate e rovinate da dottrine che si presentano, suasive, come
benefiche». È un mondo di fantasmi: Eva che si lascia ingannare
dal serpente, il sesso femminile mentalmente debole, il primato femminile
nella colpa delle origini... Il torto più grande di una simile
lettura, al punto in cui siamo arrivati, anno 2004, non lo patiscono più
le donne, lo patisce il testo di Ratzinger. Che però vi si presta.
L'ostacolo
alla pratica del conflitto relazionale è non meno grande del disordine
simbolico prodotto nei secoli dal dominio sessista. Ne fanno parte l'adattarsi
femminile - per amore di pace, dicevano le nostre madri, per amore del
mondo, diciamo noi - e l'abitudine maschile di stare comodi con questo
adattamento, posture entrambe, quella femminile e quella maschile, molto
meno appariscenti e scandalose di certi costumi patriarcali - il burca!
- ma tanto più durature e insidiose.
Ma questa
Lettera è stata scritta da un uomo che non si sentiva più
di stare comodo, a causa di donne che, se anche amano la pace e il mondo
(li amiamo, sì), prima amano la loro libertà. Che cosa è
successo, chiedevo sopra, che ha ispirato non so come, calcolo mentale
o di spirito santo, questo testo in cui la Chiesa cattolica si congeda
dal preteso trascendimento maschile della differenza sessuale e dal rinnegamento
della dipendenza biologica che per secoli hanno improntato la nostra cultura?
Potrebbe essere questo, che sempre meno le donne si prestano a portare
il segno della differenza sessuale anche per conto dell'altro («il
Sesso» è stato, in Francia, un sinonimo di «le donne»)
e a correggere così l'astrattezza unilaterale del pensiero maschile,
a correggerla con un lavoro silenzioso, quotidiano, tutto incarnato, mai
veramente riconosciuto e spesso misconosciuto. Alcune di loro - di noi,
io sono una donna - hanno deciso di tradurlo in lotta politica e pensiero
pensante. Altre hanno semplicemente smesso di farlo, il lavoro, per tentare
strade inedite alla libera espressione di sé nel grande mare del
neutro tecnologico - o semplicemente si lasciano portare dove le porta
la corrente. Fra le prime e queste altre c'è confronto e scontro.
Al cardinale che entra nel campo di battaglia, sarebbe sbagliato dire:
tirati indietro, tu non c'entri. Al contrario, la cosa lo riguarda enormemente,
perché è venuto il tempo di spartire e condividere, fra
donne e uomini, la significazione della differenza sessuale, come ha continuato
ad insegnare Luce Irigaray. Possiamo invece chiedergli, esattamente come
ha fatto Ida Dominijanni: e gli uomini? Tu, che sei uomo, come pensi di
lottare, da uomo, contro la deriva che porta l'amore femminile della libertà
a perdersi nel gran mare del neutro tecnologico? Quelli che tu chiami
errori, lo sono nel senso più letterale della parola, tentativi
di tracciare strade là dove sempre più donne si stanno avviando
e strade non ci sono, per nessuno, che sia uomo o donna.
A questo
punto potrei fermarmi, tanto più che sono stanca, però vado
avanti per raccontare un seguito che mi sono immaginata. (Le cose sono
messe, non per colpa mia, in una maniera tale che bisogna aiutarsi parecchio
con l'immaginazione.) Ho immaginato che, giunti a questo punto, «il
mio studente» mi chieda come lui possa contribuire ad una ricerca
filosofica, religiosa e politica che ha per protagoniste le donne, senza
fare di loro, le donne, l'oggetto del suo discorso, come a lui verrebbe
spontaneo e come di fatto fa nella sua Lettera. Non è certo il
solo. Io gli risponderei: lo puoi pensando e parlando a partire da te,
secondo una pratica di parola che siamo in molte a conoscere ma che, purtroppo,
risulta piuttosto difficile agli uomini. Dopo di che, aggiungerei: Joseph,
ho buone notizie per te, ho scoperto recentemente che la prima formulazione
scritta di questa pratica del partire da sé è opera di un
uomo, un teologo-filosofo del Medioevo che aveva una certa intimità
con il pensiero delle donne, Maestro Eckhart. Ho come l'idea che un cardinale
della Chiesa ascolti più volentieri la spiegazione di un magister
della Sorbona. Dunque, il Maestro domenicano ha scritto (traduco in italiano
dal latino, non per Ratzinger, ovviamente, ma per i lettori del manifesto)
che, quale che sia l'argomento, terreno o divino, di cui si tratta, non
possiamo pretendere di sapere niente in forza di qualche argomento esteriore,
che sia personale o oggettivo, perché tutto quello che tentiamo
di dire indipendentemente da quello che ci muove dentro, tutto questo
è peccato mortale di menzogna. Detto da me, in positivo: per cominciare
a dire qualcosa di vero, o sperare di poterlo dire, ascoltiamo ciò
che ci muove a dire e cerchiamo di renderne conto, il resto (la verità)
verrà per soprammercato.
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