29 aprile 2017

Non credere di avere dei diritti – Ne crois pas avoir de droits

Edition La Tempête, 2017, Bordeaux.

Breve cronaca di Laura Minguzzi

Come mai tradurre in francese adesso Non credere di avere dei diritti, uscito in Italia nel 1987 e ristampato nel 2016 da Rosenberg &Sellier? La domanda è legittima e intrigante. Di ritorno dal tour de force di incontri, presentazioni e dibattiti a Parigi e a Rennes, dove Silvia Baratella ed io siamo state invitate dal collettivo di traduttrici e traduttori, provo a rispondere. Sono un gruppo di varie provenienze geografiche e hanno fondato una casa editrice, La Tempête. Julie è di Digione, Louise dell’Aveyron, vive in campagna e ha un bimbo piccolo, Maria è italiana ma vive in Francia da tempo. Perché collettivo? Un’altra domanda. Solo nomi propri per ora, il collettivo non ha ancora scelto come nominarsi.Loro sono antagoniste/i… Hanno sì una casa editrice, dove Gabrielle, Jacques e Chiara lavorano, ma fanno parte dell'”autonomia diffusa. Samo appena arrivate e già siamo ammirate alla vista della grande casa, che abbiamo subito ribattezzato le château, dove vivono in comunità all’Ile-Saint-Denis. Julie, che delle quattro con cui daremo inizio al tour (le altre sono Gabrielle, Louise e Maria) ha la stoffa di chi si autorizza di più, dice di non essersi mai sentita femminista. In Francia la parola evoca parità, uguaglianza, diritti, non libertà e autonomia femminile. «Quando ho scoperto Non credere, il partire da sé, le relazioni, la disparità, l’affidamento, la genealogia, ecco mi sono detta, questo mi riguarda, mi piace, è la mia politica, mi sento di esserci». Hanno rotto con la categoria Donna, con l’universale, e lottano contro il neoliberismo che si appropria della differenza femminile. «Dobbiamo rifuggire il pericolo che tutto sia metabolizzato, fagocitato, tutto divenga merce, usa e getta» dice Gabrielle. Il pensiero, la pratica del femminismo delle origini interessano e molto anche la moltitudine di giovani dei movimenti antagonisti, impegnati nel territorio di Rennes e Nantes, che abbiamo conosciuto alla Maison de la Grève di Rennes, dove siamo andate in macchina con Louise e Maria, attraversando un magnifico paesaggio bretone. La ZAD, acronimo burocratico che loro hanno tradotto in zone à défendre (“zona da difendere”), è il teatro di una rivolta nata negli anni settanta contro l’allargamento di una base militare ad opera di agricoltori e gruppi di estrema sinistra e che continua oggi contro la costruzione di un aeroporto nella piana del Larzac, a nord di Nantes. Siamo nella regione Pays de la Loire, a Notre-Dame-des-Landes, poco distante da Rennes. Le giovani e i giovani che ci hanno accolto sono interessati a conoscere le nostre pratiche. Un gruppo ristretto di una decina di donne in particolare, che hanno letto il libro e con cui abbiamo fatto un incontro preliminare attorno a un tè e a un’ottima torta, preparata nella bella cucina al piano di sotto della Maison de la Grève, ci hanno posto dei punti da discutere che a loro stanno a cuore. Marianne dice che non conoscono molto del femminismo della differenza. Da loro ha avuto più corso il femminismo materialista. Ma come costruire autorità femminile senza separarsi? Dalla lettura del Ne crois pas avoir de droits hanno compreso che alcune risposte lì ci sono. Per esempio la mixité (lo stare in situazioni miste, di donne e uomini) che loro praticano tende allo scivolamento verso la neutralizzazione. Non ci vogliono rinunciare ma vogliono capire come fare per rendere visibile, segnare simbolicamente la loro differenza, e hanno compreso che figure come la genealogia e la disparità portano loro guadagno simbolico. Temono di essere schiacciate dall’ universale che non riconosce la differenza femminile. Vogliono fare il salto, significare la differenza. Di formazione marxista e lacaniana e nutrite di studi sociologici sono sia sensibili alle tematiche sociali, sia attente al simbolico. Una di nome Blanche sostiene che teme di cadere nel neutro, nelle modalità maschili di fare politica, di staccarsi dalla vita, dal vissuto. “La politica continua a restare maschile, anche se la politica che esiste è quella femminile”. Questa questione ritorna anche nel corso del dibattito alla Librairie Petite Egypte a Parigi, dietro il Forum des Halles. Dopo la visione di un frammento di un documentario sul MLAC (Mouvement pour la Libération de l’Avortement et de la Contraception) di Aix-en-Provence, un gruppo di auto-aiuto che praticava aborti prima della legalizzazione, la moderatrice del dibattito pone la questione del rapporto fra sociale e simbolico e della relazione fra pratiche autonome e legge. Il focus è la questione della legge sull’aborto e la depenalizzazione, posizione sostenuta all’epoca dalla Libreria delle donne di Milano. Una giovane interviene sulla questione del debito simbolico. Un giovane obietta che è arbitrario perché lui non ha chiesto di venire al mondo. Héloïse risponde che il riconoscimento del debito alla madre e ad altre donne che l’hanno fatta crescere rende più libere. Anche qui sala piena.

Molte, molti hanno letto il libro. Una giovane donna chiede se la Libreria esiste ancora, forse ha visto la data della pubblicazione del Non credere in Italia, esattamente trent’anni fa. Racconto brevemente com’è nata la Libreria nel 1975, l’entusiasmo con cui è stata sostenuta anche economicamente dalle donne, la rilevanza simbolica di vendere libri scritti da donne negli anni settanta. Il senso del osiddetto Catalogo giallo, Le madri di tutte noi, per trovare, come rabdomanti scrive Lia Cigarini, le parole per dire la differenza. La miseria simbolica riguardava tutte le donne, veniva prima di ogni contraddizione di classe. Chiedono spiegazioni sul partire da sé, la pratica dell’autocoscienza, la pratica dell’inconscio. Ha colpito la modalità di una politica che è capace di inventare passo passo nuove pratiche ogni volta che incontra un ostacolo, uno scacco. Julie ci racconta un aneddoto divertente. In un dibattito a Grenoble hanno illustrato la figura della donna muta, la femme muette. Uno capisce “mouette” (gabbiano) e chiede che significato avrebbe la donna-gabbiano? Tutti a ridere! Anche Jacques è sollecitato da questa figura dal suo senso, dal silenzio, come sottrazione alla rappresentanza, alla delega, una critica radicale a una politica che non ascolta la singolarità del sentire di una donna, non s’interroga sulla libertà femminile e sul desiderio femminile.

Alla Librairie Michèle Firk a Montreuil, dintorni di Parigi, centro politico-culturale autogestito con piccola cucina e un bel cortile esterno, affollato, una donna chiede alle traduttrici cosa è cambiato nelle relazioni con gli uomini dopo la traduzione del libro. Louise accenna al suo non sentirsi più separata corpo e mente, ma intera. Già a Rennes aveva risposto efficacemente a una lettrice intervenuta sostenendo che nel libro si prospettava un sistema binario fra i sessi, che non si può giocare con le parole quando ci sono i corpi di mezzo. E che comunque non vedeva contrapposizione fra transgender e differenza sessuale.

Alla Librairie Petite Egypte abbiamo incontrato Nadia Setti, docente all’università Paris VIII, sorpresa e ammirata dell’accoglienza inaspettata e a lungo attesa della traduzione del Non credere… Ha invitato Gabrielle, una sua ex-allieva, che, ricordava, le aveva espresso questo desiderio anni fa. Gabrielle e Julie hanno presentato il libro al Seminario Gradiva, organizzato da lei all’Institut d’Etudes Hispaniques della Sorbona. Era visibilmente emozionata e contenta che finalmente in Francia si potesse parlare di lingua materna e di ordine simbolico della madre senza essere accusate di essenzialismo. Un evento memorabile. I tempi sono veramente cambiati. E noi ne siamo molto felici! E abbiamo brindato dopo il seminario con la mente rivolta a un altro progetto che Nadia Setti ha proposto a Julie, Gabrielle e alla nostra amica Stefania Ferrando, invitata alla nostra ultima tappa del Grand Tour!

 

Milano, 5 aprile 2017

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