5 aprile 2018
#VD3

Oggi quel tempo è finito!

 

di Vita Cosentino

 

Il #Metoo americano ha liberato energie femminili in tutto il mondo, Italia compresa e nella redazione di Via Dogana guardiamo con favore a quello che si sta muovendo nel nostro paese, ispirato in vario modo da una forza femminile contagiosa e potente che non ha confini. Non mi riferisco solo al manifesto Dissenso comune, alla lettera delle giornaliste Noi ci siamo, e a #Quellavoltache. Penso anche al lavoro sempre più massiccio e preciso dei Centri antiviolenza, all’hashtag #IosonoLinaMerlin di Resistenza femminista, alle iniziative di NonUnaDiMeno per l’8 marzo, alle prese di posizione sempre più estese contro l’introduzione in Italia della maternità surrogata. Sono iniziative tra loro differenti, ma contengono tutte la ribellione e il contrasto al dominio e all’uso maschile del corpo delle donne.

Questo è l’aspetto essenziale che ci trova d’accordo. In redazione sappiamo bene che hanno pratiche differenti – alcune che sentiamo vicine, altre che sentiamo lontane e non condivisibili – ma pensiamo ci sia quell’essenziale di base per stare in rapporto e continuare a interloquire.

 

C’è anche un altro elemento che interessa la rivista. Come abbiamo scritto già nell’invito alla redazione allargata di marzo, Diventa più grande l’orizzonte della politica, qui in Italia, a partire dalle molestie e dai ricatti sessuali, il discorso sembra estendersi a tutto ciò che alle donne capita nei luoghi pubblici, in primis quelli del lavoro.

Partire dal luogo in cui si è, come hanno fatto le lavoratrici dello spettacolo del manifesto Dissenso comune, non è corporativismo, come è stato loro rimproverato. È partire dalla propria esperienza che avviene sempre in un luogo e in un tempo definiti. Il contesto è prezioso per una pratica politica, perché è lì che si possono intrecciare relazioni e avviare trasformazioni ed è significativo che più di cento attrici e registe abbiano cominciato a trovarsi e a riflettere sulla propria realtà e si siano poi esposte con prese di parola e iniziative pubbliche. Proprio perché radicato, quel Manifesto ha un peso ben diverso da tutti i generici appelli che circolano e che chiunque può firmare in internet.

In questo caso mettere la firma è di più, è già coinvolgersi in una esposizione pubblica e sostenerne le azioni politiche, è un primo passo che può aprirsi a un esserci in prima persona e sperimentarsi in una dimensione collettiva, cosa che di questi tempi è merce rara.

Inoltre c’è ancora tanto altro da svelare e riuscire a mettere in parole. Ciascuna donna nel luogo di lavoro o in un luogo pubblico sta intera e sa per esperienza che soprusi e prevaricazioni maschili colpiscono sia il corpo che la mente di una donna. Io so bene, per esempio, che una insegnante ha dalla società il compito di trasmettere una cultura costruita come se al mondo ci fossero solo maschi. E non è anche questa una prevaricazione intellettuale oramai insopportabile?

 

Io per prima, però, vedo una profonda contraddizione su cui riflettere. Quello che sorprende nei documenti di Dissenso comune è che contengono nello stesso testo sia espressioni molto radicali, che indicano uno scontro con un intero sistema di potere, sia espressioni che rimandano alla richiesta di parità con gli uomini.

Da una parte parlano di rivolta definitiva e irreversibile e si sentono partecipi di un flusso di movimenti che “hanno scoperchiato un sistema che faceva del silenzio e dell’omertà la sua forza e la sua linfa”. Infatti scrivono: “Noi non siamo le vittime di questo sistema ma siamo quelle che adesso hanno la forza per smascherarlo e ribaltarlo” e, per farlo, si stanno muovendo per “entrare in relazione con altre donne che come noi vogliono incrinare fino a distruggere questo sistema di regole scritte e non scritte”. Dall’altra parte dichiarano di portare avanti iniziative quali lo studio di “una serie di richieste da presentare nei luoghi decisionali” e stanno “lavorando anche sulle rivendicazioni della parità di compenso e sulla equa rappresentanza”.

Le due prospettive sono opposte. L’abbattimento di un potere maschile siffatto è antitetico alla richiesta di spartirlo, di essere di egual numero in quegli stessi organismi di potere marci all’origine. Non si può sapere quali sviluppi avranno gli avvenimenti in corso, ma sarebbe deleterio che prevalesse la seconda prospettiva. Se si vuole ribaltare l’intero sistema e determinare “una vera e propria svolta culturale e politica” ci vuole di più e di meglio, ci vuole invenzione politica e capacità trasformativa.

A partire dal #Metoo americano di fatto si è aperto ed è in corso un conflitto tra donne e uomini che va più in profondità e mira a ridiscutere il “contratto sessuale” sottostante il contratto sociale. Per dirlo con Carole Pateman, il contratto sociale che dichiara di attribuire uguaglianza e libertà a tutti gli individui, in realtà nasconde un patto fondativo tra soli uomini per l’accesso al corpo delle donne, il “contratto sessuale”, che determina la loro sottomissione. Per questo le donne entrano nei rapporti sociali gravate da ogni tipo di prevaricazione maschile. Il fatto che il patto sociale sia stato costruito tra uomini a danno delle donne ha determinato e determina profonde ingiustizie, che oggi generano insofferenza e aperta ribellione. Finora sono state chiamate con il nome generico di “discriminazioni”, nel quadro dello specchietto per le allodole dell’impossibile parità con gli uomini. Con questo numero di Via Dogana abbiamo proposto di cominciare un lavoro sul linguaggio: rinominarle dalla prospettiva che il #Metoo sta svelando. Per fare solo un esempio: il fatto che una donna guadagni meno di un uomo per lo stesso lavoro viene chiamato “discriminazione salariale”. Oggi appare chiaro che la parola che svela è FURTO perpetrato nei confronti delle donne.

Come dicono le americane “oggi quel tempo è finito!” La posta in gioco è attraente: chiama tutte e ciascuna ad esserci e delinea un orizzonte grande in cui collocarsi a partire da sé, singolarmente e insieme alle altre.

(Via Dogana 3, 5 aprile 2018)

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